Cap 8: QUELLA BANDIERA BIANCA DALLA CANTINA

 

La repressione delle istanze secolari del popolo kurdo in Turchia, proprio sulla linea di confine con la Siria, rappresentano l’altra faccia della medaglia. Nel 2016, per quasi otto mesi alcune provincie del sud sono state messe a ferro e fuoco. Il dramma era che in quel caso non c'era una resistenza armata, i cingolati turchi andarono a sconquassare il sistema di vita civile. Vennero massacrate migliaia di persone nel "silenzio assordante" della comunità internazionale. Anche in quel caso le donne ebbero un ruolo sostanziale.

Come uccidere un popolo

Resistenza contro il potere autoritario

 

Diecimila persone sono scese in piazza irei sera per manifestare la propria rabbia contro il Presidente Erdogan e l'uso del potere autoritario dell'autocrate islamico. I manifestanti si sono diretti verso piazza Taksim al grido di "Erdogan dimettiti".

11 ottobre 2015 - La strage che nella mattinata di ieri, ha prodotto un bilancio di 97 morti e 400 feriti, viene fatta risalire dai manifestanti e dalla forze di opposizione Kurda, all'azione repressiva del governo di Ankara nei confronti del PKK.

Le strade s’infiammano

Una repressione che si è riaccesa nel giugno di quest'anno, quando Erdogan ha rotto l'accordo di pace, arrivando in seguito ad impedire, a pezzi del popolo curdo in Turchia, di andare in soccorso dei combattenti di Kobane contro l'Isis. Da allora è ripresa un'azione di guerriglia per le strade delle città turche, in risposta ai bombardamenti dei villaggi curdi in Turchia che hanno prodotto morti e feriti. Manifestazioni hanno avuto luogo anche in altre citta' turche, tra cui Smirne, Batman e Diyarbakir, dove la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Una strage non rivendicata

Il governo di Ankara, che ha indetto tre giorni di lutto cittadino per l'attentato, dice di individuare nell'azione di due kamikaze la dinamica della strage, che non è stata rivendicata. Il PKK ha, dal canto suo, ha fatto sapere che fino alle elezioni che si terranno fra tre settimane, se non verranno attaccati, attueranno un cessate il fuoco unilaterale, per garantire che la tornata elettorale possa svolgersi in una situazione sociale di tranquillità.

Fonte e Credits: AGI

Una strage per la tensione

 

Secondo il governo turco i responsabili della strage di Ankara si aggirano in un range di tre possibilità: l'Isis, le organizzazioni di estrema sinistra ed il PKK.

12 ottobre 2015 - “C’è il PKK, secondo il governo turco, dietro l’attentato che è costato la vita a più di cento persone e 400 feriti, ma il bilancio delle vittime sembra destinato a salire”. Questa notizia letta così pone in essere un quesito giornalisticamente interessante, perché in quell’evento migliaia di ragazzi stavano manifestando proprio per costringere il governo turco a cessare la guerra ai villaggi kurdi difesi dal PKK. Il fatto che questa organizzazione possa diventare mandante contro se stessa rivela un chiaro tentativo di manipolazione di quello che ormai viene definito il nuovo Sultano: il presidente Erdogan.

La strategia della tensione inarrestabile

E ancora, in una situazione in cui un paese che vive una sorta di guerra civile ormai da quest'estate, con la ripresa delle ostilità da parte del governo contro le città kurde in Turchia, che è sfociata nell'impedire ai cittadini kurdi di andare in soccorso ai combattenti contro l'Isis a Kobane, e dopo che lo stesso PKK ha annunciato di volere unilateralmente cessare le ostilità fino alle elezioni che si terranno fra tre settimane, il governo turco anzichè stemperare la tensione, butta benzina sul fuoco continuando a bombardare i villaggi kurdi e le postazioni del PKK, implementando lutti e distruzioni...

La rabbia di Erdogan

Le urla dei manifestanti in tante città turche di questi ultimi due giorni, si scagliano contro il potere del sultano, individuando nello slogan "strage di stato" il topic del tragico evento, ma anche potremmo dire di tutta la questione kurda, che ricordiamolo ha proprio generato la rabbia di Erdogan nel momento in cui in giugno il partito moderato Kurdo dell'avvocato dei diritti umani Selahattin Demirtaş, ha praticamente vinto le elezioni, col suo 13 per cento, impedendo di guadagnare la maggioranza assoluta al “Sultano”, per poter fare una repubblica presidenziale e governare ancora più indisturbato.

Pugno duro a tutti i livelli

Intanto, il “Sultano” continua ad intervenire sulla libertà di stampa impedendo alle emittenti televisive turche di mandare in onda le immagini della strage, cercando addirittura di impedire di mettere dei fiori nel luogo del lutto, innalzando insomma il livello della tensione affinchè, dicono gli osservatori, possa gestire col pugno duro la tornata elettorale del primo novembre, che deve a tutti i costi vincere in modo assoluto, se vuole continuare a regnare per un altro decennio.

Credit BULENT KILIC_AFP_Getty Images

Sultano del terrore mediorientale

 

Un avvocato difensore della causa kurda viene assassinato in diretta televisiva, due giornalisti vengono arrestati per aver pubblicato le notizie sul traffico d'armi al confine con la Siria, da parte del governo turco...

30 novembre 2015 - Non sono passate poche da questi due eventi e l'Unione Europea conclude l'accordo con il “Califfo” del terrore Erdogan, per trattenere in Turchia i rifugiati siriani che scappano da una guerra foraggiata dallo stesso "califfato turco".  

Perseguitata la libertà di stampa

“Come sapete, è stata aperta un’inchiesta sugli articoli che abbiamo pubblicato a proposito dei camion dei servizi segreti che trasportavano armi. A denunciarci è stato il Presidente in persona. Siamo venuti qui per difendere il giornalismo, per difendere il diritto dei cittadini a essere informati, il diritto di sapere la verità se il governo mente. Se il Paese subisce una determinata minaccia o è in pericolo, un giornalista deve dirlo”.  

Queste sono le dichiarazioni di Can Dundar ed Erdem Gül, rispettivamente direttore e capo della redazione del quotidiano di Ankara Cumhuriyet. Solo due giorni dopo i due sono stati arrestati. Ad Istanbul, ad Ankara, a Smirne, Antalya, Eskisehir, Kocaeli, Mersin migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il potere assoluto di Erdogan, che ormai si comporta come un vero califfo mediorientale. L'accusa che viene mossa ai giornalisti è quella di aver fabbricato false prove, quando solo due giorni prima il califfo turco diceva pubblicamente: “che differenza fa se c’erano armi o no”?

I servizi segreti che controllano il confine

Le armi indirizzate alle frange turcomanne sul territorio siriano, fotografano, ancora una volta, la situazione nel confine tra Siria e Turchia, controllato dai servizi segreti MIT: è quello infatti il vero snodo di uomini e risorse che circuitano in quell'area. Su quel confine si è infatti strutturata una "santa alleanza" tra Erdogan e l'Isis, tra scambio di petrolio contrabbandato, armi, e libero accesso o accesso facilitato dei foreign fighters, tra supporti logistici e controllo delle vie d'accesso.  

Un omicidio in diretta

In questo contesto l'omicidio in diretta Tahir Elci, il leader degli avvocati curdi ammazzato in un agguato nella città di Diyarbakir, a telecamere accese, racconta un altro pezzo di questa tragica storia, legittimata dal cinismo e dal doppiogiochismo dei paesi occidentali. L'uomo stava parlando in una città dove il governo turco ha imposto il coprifuoco, poichè ad alta densità di cittadini curdi, che chiedono il riconoscimento della loro identità. 

Occupandosi di diritti umani, Tahir Elci stava cercando di chiarire al mondo che la causa kurda non c'entra niente col terrorismo, anche perchè i kurdi sono gli unici che sul campo in Siria combattono e vincono contro l'Isis. Ad un certo punto la postazione da cui parlava veniva assalita. Le sue guardie del corpo ingaggiavano un conflitto a fuoco e l'uomo rimaneva ucciso. E allora il governo turco chi accusa di essere il responsabile dell'omicidio? Proprio il PKK, cioè il partito curdo di cui Elci aveva preso le difese...

Un accordo controfirmato

Dopo l'uccisione nuove manifestazioni di protesta a Istanbul sono state represse dalle forze dell'ordine. Ma in quello stesso momento arrivava la notizia che l'accordo tra il califfo Erdogan e l'Unione Europea, veniva siglato: tre milardi di euro, e accelerazione dell'adesione all'Unione Europea della Turchia. In cambio, i rifugiati siriani che scappano da una guerra che lo stesso Erdogan contribuisce a foraggiare, saranno fermati in una zona cuscinetto al nord della Turchia, per impedirne l'ingresso in una Europa che non esiste più... Un'Europa che ipocritamente piange le vittime dello stragismo parigino, inventandosi una guerra di civiltà che fa comodo a coprire interessi di parte e inettitudine politica...

 

Stato d'assedio

Accusata dall’Onu per le stragi dei civili

 

Mentre le Nazioni Unite denunciano la Turchia per i crimini contro l'umanità commessi ai danni della popolazione kurda, sono già in pagamento le quote dei singoli paesi europei per fermare i rifugiati siriani nel nord del paese.

2 febbraio 2016 - “Sollecito le autorità turche a rispettare i diritti fondamentali dei civili durante le sue operazioni di sicurezza e di indagare tempestivamente il presunto tentativo di omicidio di un gruppo di persone inermi nella città del sud-est di Cizre”.

Come uccidere un popolo che chiede autonomia

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad al-Hussein è uscito allo scoperto dopo mesi di nefaste azioni di morte da parte del governo turco nei confronti dei civili che abitano le città kurde sulla striscia di sud-est a confine con la Siria, dove è stata dichiarato un autogoverno, per garantire l'identità di un popolo perseguitato in casa propria da un secolo. Così elettricità, acqua, accesso alle cure mediche sono state tagliate, mentre i carri armati distruggono abitazioni e i cecchini colpiscono gli abitanti che camminano per strada.

L’assedio di Cizre

L'evento scatenante, questa volta, vede come teatro la città di Cizre, 120 mila abitanti, che da un mese e mezzo ormai è sotto assedio, con l'imposizione di un coprifuoco che non risparmia donne e bambini. In un video, mostrato dall'Alto Commissario, girato il 20 gennaio, si vedono chiaramente delle immagini che lasciano basiti. Una vera e propria esecuzione di massa: un gruppo di civili disarmati, in mezzo a cui si scorge una bandiera bianca su un carretto che trasporta corpi senza vita.

Un mezzo militare turco controlla distanza i movimenti di questo corteo funebre, mentre ad un certo punto una pioggia di proiettili li investe, uccidendo una decina di persone. Persino il cameramen è rimasto ferito e in questo momento è in un ospedale, per cui Zeid Ra’ad al-Hussein ha chiesto che non venga arrestato quando sarà dimesso. "A questo punto noi daremo il nostro contributo alla Turchia per salvare esseri umani. E faremo ogni sforzo per salvare vite umane nel Mediterraneo: abbiamo salvato, e continueremo a farlo, migliaia di vite mentre l'Europa si girava dall'altra parte. Prima del patto di stabilità c'è un patto di umanità".

Queste invece sono le parole di Matteo Renzi, Presidente del Consiglio italiano, mentre annuncia che è già in pagamento la fetta di danaro, circa duecento milioni, dei tre miliardi che l'Europa ha destinato alla Turchia per fermare i rifugiati che provengono dalla Siria e dall'Iraq, prevalentemente, in una zona cuscinetto al nord della Turchia...

Il cinismo e l’ipocrisia dell’Europa

E' difficile commentare l'ipocrisia ed il cinismo di questa classe politica europea, che fomenta le guerre in Medio Oriente, attraverso patti più o meno scellerati con i paesi sunniti, dove armi e petrolio sono i prodotti di scambio, e dice di voler combattere gli sciiti tagliagole dell'Isis con le bombe a grappolo che colpiscono i civili.

Nella realtà però gli unici che combattono sul campo i tagliagole sono i gruppi militari di donne e di uomini curdi, che in linea di continuità con i loro obiettivi di indipendenza hanno costituito nel nord della Siria il Rojava, e contribuito a ridurre su tutta l'area l'impatto dell'avanzata dell'Isis, che si sta concentrando sulla Libia. In questo contesto sono stati avviati i negoziati di pace sulla Siria a Ginevra, condotti dall'inviato speciale dell'Onu Staffan De Mistura.

Ebbene al di là dei veti incrociati su chi si deve sedere a quel tavolo legittimato per il suo ruolo di opposizione o al regime o all'Isis, la resistenza curda, l'unica che può vantare legittimamente di sedersi a quel tavolo, sia per le caratteristiche di democrazia a cui il suo popolo inneggia, sia per il ruolo strategico contro l'Isis, non è stata ammessa, perchè la Turchia, che massacra i civili in casa sua, si è opposta, paragonando la lotta di indipendenza curda al terrorismo...

FONTI e Credits: Jinha, Anf

I prigionieri del seminterrato

 

La storia dei massacri del governo Turco ai danni di Cizre, città kurda del sud-est, ha assolutamente disinteressato i mezzi d'informazione mainstream.

9 febbraio 2016 - Da quasi due mesi in stato d'assedio, la cittadina di 130mila abitanti, sta vivendo un dramma sconcertante, innescato da un paese NATO, la Turchia appunto.

Le città assediate

Tanto per sintetizzare la situazione è questa: taglio dell'energia elettrica e delle forniture idriche, fuoco ininterrotto dell'esercito turco, sia con bombardamenti che attraverso i cecchini, i quali impediscono alla gente di uscire di casa: vengono colpiti indistintamente. La città è praticamente distrutta e l'ospedale è stato occupato militarmente: viene impedito alle ambulanze di soccorrere i feriti.

Seppelliti tra le macerie di casa loro

In tal senso la notizia di ieri riguarda la vicenda dei “prigionieri del seminterrato”. Da giorni, dopo che a causa dei bombardamenti un edificio era crollato, 62 dei suoi residenti, erano riusciti a mettersi in salvo nel seminterrato: c'erano uomini, donne e bambini. Per dieci giorni l'esercito ha impedito che i soccorsi accedessero per salvare i civili sotterrati. Ieri l'epilogo. Il seminterrato ha ufficialmente subito un attacco da parte dei carri armati turchi: tutti morti... Le foto che girano sul web stanno insinuando un altro dubbio atroce, perché i morti sembrano pietrificati e ciò lascerebbe intendere l'uso di armi chimiche...

FONTE e Credits: ANF

Una bandiera bianca per difendere la cantina della ferocia

 

E' ancora in corso la tragica vicenda di una delle tre cantine dove sono rimasti intrappolati uomini, donne e bambini nella città di Cizre, bombardate dai carri armati turchi.

11 febbraio 2016 - Nella città sotto assedio, dove solo a camminare per le strade si rischia la vita, poiché i cecchini dell'esercito sparano sulla folla, 10 donne del quartiere Sur, con la forza e la speranza riposta in una bandiera bianca, hanno sfidato il fuco dell'esercito turco frapponendosi tra l'edificio e i carri armati.

Una radiocronaca di morte

Le notizie riguardanti questo scantinato, ribattezzato della ferocia, sono trapelate grazie al fatto che lì sotto, seppellita, insieme a quindici superstiti, gli altri venti sono stati già uccisi, c'è Derya Koç, ex co-presidente per il Partito Democratico dei Popoli.

La donna con un cellulare ha comunicato con il padre e con l'agenzia di stampa delle donne kurde Jinha. La tragica radiocronaca dell'assalto è stata riportata dai soli organi d'informazione kurdi: ”Non possiamo respirare. Molte persone hanno sofferto ferite alle braccia e alle gambe.

Uno dei feriti ha perso un occhio. Quelli con ferite gravi moriranno se non riceveranno cure mediche urgenti“. L'edificio è stato "collassato" dai colpi di carro armato sparati ai piani superiori, dopo di che i militari turchi sono entrati dentro bruciando con taniche di petrolio quello che restava, compresi venti persone, arse vive. Un'altra quindicina è riuscita a scapare a questa fine atroce rifugiandosi appunto nella cantina.

Seppelliti nello scantinato

Attorno all'edificio, nei pressi dell’Hotel Karem, si è continuato a sparare, mentre dentro l'edificio sono stati sparati gas lacrimogeni, che appunto hanno causato difficoltà di respirazione alle persone seppellite nello scantinato. In questo contesto, che i media internazionali ignorano, tuonano come un ulteriore affronto alle atrocità di cui il governo autoritario turco si sta facendo artefice, le parole di minaccia del presidente Erdogan agli Stati Uniti, minacciandolo di scegliere se stare con la Turchia o con i kurdi, visto che il governo statunitense ha dichiarato di non considerare terrorista il partito dell'Unione democratica del Kurdistan.

Fonti e Credits: Jinha, ANF