Cap 7: DITTATORE IN NOME DELLA NATO

 

L'adesione della Turchia alla Nato negli anni ha rappresentato una grande circolazione di ricchezza per la commercializzazione degli armamenti. La Turchia è il quarto esercito del mondo e le sue operazioni di occupazione e aggressione ai popoli, trasformazioni demografiche, deportazioni, omicidi di massa, sono stati sempre benevolmente accettati dalla comunità internazionale.

La dittatura costituzionale

ll presidente vince le elezioni del terrore

 

Il partito di Erdogan guadagna la maggioranza assoluta in parlamento, tra la strategia del terrore, la repressione della libertà di stampa, la censura dell'opposizione, i gas lacrimogeni e i misteri sullo svolgimento elettorale.

2 novembre 2015  - "Grazie a Dio, oggi è il giorno della vittoria della nostra nazione". Con queste parole Ahmet Davutoglu premier del governo turco ha salutato la vittoria del partito che governa dal 2002, attraverso cui il presidente Recep Tayyip Erdogan è stato conclamato sultano del paese.

Una elezione che impedisce di cambiare la Costituzione

Con un'affluenza dell'87,4 per cento, l'Akp (Partito islamico moderato Giustizia e sviluppo) ha guadagnato il 49,4% dei voti e 316 seggi, aggiungendo dalle elezioni di giugno, che non avevano dato una situazione di governabilità chiara, quasi 3 milioni e mezzo di voti, superando la quota di 23 milioni, record dal 2011. Al secondo posto si è piazzato il partito socialdemocratico Chp, con il 25 per cento e due seggi guadagnati rispetto a giugno: 134 in tutto. In terza posizione c'è il partito filo-curdo Hdp (Partito dei popoli democratici) con il 10,4 per cento, perdendo 3 punti percentuali e un milione di voti, raggiungendo i 59 seggi. Infine c'è il partito nazionalista Mhp, che ha smarrito quasi due milioni di voti e la metà dei suoi seggi, attestandosi a 41.

L'unico rammarico per il “Sultano” è che non riuscendo ad arrivare a 330 seggi non è in grado di cambiare la Costituzione in senso presidenziale, anche per mettersi al riparo dagli scandali di corruzione, che lo vedono sotto i riflettori della magistratura, sia lui che la sua famiglia.

Delle 81 provincie turche sembra non si siano salvate neanche quelle tradizionalmente laiche come Smirne, dove l'AKP ha recuperato 8 deputati in più. L'unica area che ha resistito all'assalto del partito-stato è il sud-est, dove risiedono i curdi, i quali hanno permesso all' Hdp di superare la soglia di sbarramento del 10 per cento. Un successo comunque dato che gli è stato impedito di condurre una campagna elettorale in senso democratico.

Strategia del terrore e piccoli misteri

La strategia del terrore, che tanti osservatori gli hanno attribuito dopo il voto di giugno, ha dunque sortito gli effetti sperati, mentre la collera kurda esplodeva ancora prima delle velocissime procedure di sfoglio. A Diyarbakir sono stati appiccati incendi, tra barricate, scontri con la polizia, gas lacrimogeni e una decisa repressione. E questo potrebbe essere solo l'inizio di una sorta di guerra civile da svilupparsi nelle città più grandi come Istanbul ed Ankara, considerato che dal giugno di quest'anno tra le file curde ci sono stati almeno duecento morti a causa della guerriglia sulle strade del sud-est.

Due misteri hanno contraddistinto poi queste elezioni. Il primo riguarda la decisione del “Sultano” di non adeguare la Turchia al ripristino dell'ora solare, come in tutti i paesi europei, rimandandola all'8 novembre, con la motivazione che l'assenza di luce nel pomeriggio di domenica avrebbe potuto indurre molti cittadini a non andare a votare.

Una situazione un po' grottesca, visto che gli strumenti informatici come tablet o computer venivano adeguati elettronicamente, e questo ha creato caos nelle dinamiche sociali del paese. E poi c'è la velocità straordinaria con cui è stato condotto o sfoglio delle schede, i cui risultati certi sono arrivati in meno di due ore, tanto da far parlare alcune forze dell'opposizione di inesattezza tra i conteggi di molti singoli seggi e la gestione conteggi finali...

II tema del terrore tra jihad e questione kurda

La Turchia è lo snodo delle autostrade della jihad, percorse dai cittadini europei che vogliono affiliarsi all'Isis, per andare a combattere sul territorio siriano: i cosiddetti "foreign fighters". Adana, in Turchia, a 200 chilometri dal confine con la Siria è proprio il luogo in cui si concentrano quei cittadini europei che decidono di andare a combattere per la jihad. Sono soprattutto giovanissime ragazze, come la piacentina residente in Francia, scoperta ed espulsa qualche settimana fa. Attraverso il web le si mettono in condizione di organizzare il viaggio verso la Turchia, dove ad accoglierle c'è una base logistica, con cittadini turchi che gestiscon

o il periodo di attesa, affittando appartamenti e monitorando i collegamenti con la Siria. La guerra all'Isis viene usata da Erdogan per assimilare nel mucchio del terrorismo anche le istanze di libertà e indipendenza del popolo curdo, sia in Siria, la cui resistenza combatte direttamente contro lo Stato islamico, che in Turchia contro il PKK, con cui da quest'estate ha ripreso un vero e proprio scontro armato. Quello che succede nel cantone di Kobane in Rojava, nel Kurdistan occidentale, che copre il territorio della Siria settentrionale, è, ad esempio, qualcosa di straordinario, nel contesto delle vicende che si sviluppano in Turchia.

L'Assemblea delle donne di Kobane, che ricordiamo sono le principali protagoniste della resistenza militare sul territorio contro l'Isis, ha elaborato delle disposizioni di legge per il Cantone. Vengono vietati i matrimoni precoci delle bambine, e viene vietata anche la poligamia. Queste disposizioni verranno condivise sul territorio sia attraverso forme di educazione sociale che diffuse nelle assemblee di quartiere. L'intento è proprio quello di costruire una società democratica basata sulle leggi delle donne.

E' questo il popolo definito terrorista dalla strategia del terrore di Erdogan. Ma il maggior paradosso della questione curda in Turchia arriva proprio con la strage di Ankara, costata la vita a più di cento persone, perpetrata, sembra dall'Isis, proprio contro il popolo curdo, perché la manifestazione dove sono morte quelle persone, per lo più giovani, chiedeva di trovare soluzioni pacifiche proprio a favore del popolo curdo. Ecco che Erdogan ribalta il senso della realtà, lanciando al paese la sindrome della paura e dell'instabilità, usata sapientemente nel pieno della campagna elettorale.

II tema del terrore con i media di opposizione diventati terroristi

Praticamente, a pochi giorni dalle elezioni, il presidente sultano ha sottoposto in amministrazione controllata una holding, Koza Ipek, che controlla un gruppo editoriale, composto sia da giornali che da emittenti televisive, critici nei confronti dell'AKP. Tra questi vi sono alcune testate, direttamente accusate di foraggiare le proteste di piazza, connotate in termini di "promozione del terrore"...

Ma la principale accusa è mossa soprattutto rispetto all'ipotetico sostegno nei confronti di Fethullah Gülen, un predicatore islamico, residente negli Stati Uniti, prima sostenitore dello stesso Erdogan poi oppositore, e ovviamente per questo diventato leader di una organizzazione terroristica. All'interno del gruppo editoriale Ipek, con sede a Istanbul, gravitano, appunto, varie testate: i quotidiani Bugun e Millet e i canali Kanalturk e Bugun Tv. In quest'ultima, mentre il giornalista leggeva in diretta le notizie della mattina, annunciava anche che da un momento all'altro le trasmissioni potevano essere interrotte dal governo, e così è stato.

Nel frattempo, nella strada adiacente 500 dimostranti, tra giornalisti ed esponenti politici dell'opposizione, si radunavano per protestare contro un atto espressamente dai toni fascisti ed antidemocratici. La polizia, presentatasi in tenuta antisommossa, per tutta risposta utilizzava gas lacrimogeni e getti d'acqua per disperdere la folla, mettendo in stato di fermo alcuni giornalisti.

In realtà la scadenza elettorale dell'1 novembre è stata la vera questione sul tappeto, che il sultano a voluto vincere a tutti i costi, per cambiare la Costituzione, al fine di restare ancora al potere. Si pensi che negli ultimi 25 giorni il 90 per cento delle trasmissioni della Tv pubblica TRT, sono state a lui dedicate, in spregio alla logica pluralista di una democrazia. Uno dei leader kurdi, Demitras, intervistato dai networks internazionali, ha così dichiarato:"In un modo o nell'altro per un lungo periodo di tempo siamo stati oggetto di una moltitudine di pratiche illegali e incostituzionali, che non trovano fondamento in alcuna legge nazionale o internazionale. In tal senso, dunque, il raid non ci sorprende, tuttavia è un atto inaccettabile".

Il patto con l'Unione Europea

Che la fuga di massa dalla guerra siriana sia diventata un peso imbarazzante per la Commissione Europea, è ormai un fatto assodato, per cui l'attivazione dell'accordo raggiunto dalla Merkel per coinvolgere la Turchia, sulla creazione di una zona cuscinetto nel nord del paese, finalizzata a non far passare i rifugiati in Europa, è l'asso nella manica di una Europa che lentamente si sta disintegrando. In tal senso non possiamo esimerci dal riportare un'affermazione del Presidente della Commissione Junker, estremamente significativa: "Che piaccia o meno dobbiamo cooperare con la Turchia...

Esistono questioni irrisolte sui diritti umani e la libertà di stampa... E' necessario muoversi rapidamente perché Ankara è d'accordo affinché i profughi restino in Turchia". Che piaccia o no, dunque, inglobare nell'Unione Europea un paese il cui leader non rispetta i diritti umani e la libertà di stampa si può, basta che risolva la grana dell'esodo dei rifugiati. In cambio vi è la promessa di accelerare l'entrata di questa Turchia nell'Unione Europea, e in attesa che questo possa avvenire, gli vengono assicurati altri benefit.

Erdogan, interessato ad avere mano libera nel suo paese, vorrebbe che la Turchia venisse riconosciuta come "paese terzo sicuro", per impedire ai cittadini curdi, che stanno combattendo in Turchia la guerra di resistenza, di chiedere asilo politico in Europa. Poi ci sarebbe la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi per l'Europa e non ultimo tre miliardi di euro per pareggiare il conto.

CREDITS: REUTERS/Umit Bektas

Il dittatore, le spie e i terroristi alle porte del Medio Oriente

 

Il potere e la potenza distruttrice acquisiti dal dittatore islamico Erdogan, è la vera rappresentazione della morte del modello politico europeo, tra asserzioni in difesa dei suoi defunti valori fino all’alleanza con un criminale autocrate.

22 luglio 2016 - Gli eventi che hanno caratterizzato i mesi a cavallo tra la seconda metà del 2015 e l’estate del 2016, rappresentano un punto di non ritorno della nostra storia contemporanea. Da un lato c’è l’inettitudine della classe politica europea incapace o disinteressata a salvaguardare i basilari principi su cui la stessa Europa è nata: democrazia, stato di diritto, coesione sociale, salvaguardia dei diritti umani e civili. Come controcanto vi sono le contraddizioni dell’area mediorientale, governata da guerre sempre più cruente, dittatori e autocrati corrotti.

I migliori partner

Sono proprio questi i migliori partners dei governi europei, i quali vendono armi ai paesi in guerra, fomentano le distruzioni sociali e ambientali e poi quando la gente perseguitata fugge, essi ergono muri e si chiudono in quella fortezza di avorio che si sono costruiti. Una fortezza che fa il verso a quella parte di opinione pubblica che trafitta dalla crisi economica e finanziaria, anziché vedere la causa del proprio disagio nell’incapacità delle classi politiche, funzionali ai grandi gruppi finanziari, individua nei migranti che fuggono il motivo della propria precarietà percepita prima che reale.

Le narrazioni asimmetriche

In questo contesto si erge il terrorismo del sedicente Stato islamico: Isis, Is, Daesh o come lo si voglia chiamare, che ha distrutto migliaia di vite innocenti in Europa come in Medio Oriente, in Africa come in Asia centrale. Le sue stragi vengono narrate come una guerra ai valori del sistema occidentale, mentre se di guerra si deve parlare questa è prima di tutto contro gli stessi musulmani, proprio nelle terre mediorientali.

E’ una guerra di potere, invece, prioritariamente condotta contro i potentati arabi partners dell’occidente, che in Europa ha uno scopo promozionale, cioè quello di rinsaldare le fila e fare proseliti… Poi ci sono i media mainstream occidentali che giocano un ruolo fondamentale nel “promuovere la guerra di civiltà” e nel raccontare i fenomeni migratori attraverso un processo di manipolazione semantica che ha ribaltato i piani di significazione: la sindrome dell’invasione, fenomeno quanto mai fuori dalla realtà.

Il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna è uno degli esempi tra i più inquietanti, dato che pezzi di popolazioni meno urbanizzate, meno scolarizzate e affette da analfabetismo funzionale, hanno votato per l’uscita del paese dall’Europa convinti che il loro problema fosse l’invasione dei migranti… E così anche in altre parti d’Europa vi è stata l’emersione di nazionalismi, nuovi fascismi ed un sentimento xenofobo e razzista che fa leva sugli istinti più primordiali e non sulla ragione, in una epoca iper-tecnologizzata e scientista.

Da membro della Nato a dittatore mediorientale

La Turchia, paese membro della Nato, in qualche modo è diventato il polo d’attrazione e forse anche il luogo di sintesi di tutte queste contraddizioni, anche simbolicamente, dato che è quello che segna il confine geografico tra Europa e Medio Oriente. In pochi mesi in questo paese vi è stata un’accelerazione della trasformazione antropologica, in atto ormai da qualche anno, che segnerà una linea divisoria tra i processi storici.

Un paese dove per un secolo laicismo e islamismo hanno convissuto nel segno del rispetto reciproco, ma dopo un ventennio di interposizioni, il suo leader islamico, eletto dalla metà del popolo musulmano, è riuscito ad affermare sulle istituzioni una cruenta dittatura, annientando la componente laica della società… Questo dittatore è stato pagato dall’Unione Europea per impedire ai rifugiati di “invadere” l’Europa. Questo dittatore si è reso responsabile di atroci crimini contro l’umanità.

Questo dittatore

Questo dittatore è considerato un partner affidabile dall’Unione Europea e degli Stati Uniti. Questo dittatore, attraverso la sua intelligence, è stato per anni partner di quel sedicente Stato islamico, che secondo i media occidentali ha dichiarato guerra all’Europa. I servizi segreti del MIT hanno attivato una strategia della tensione scaricata sugli oppositori e sul popolo kurdo, costruendosi una motivazione per poter fare man bassa degli uni come degli altri: dalla strage di Ankara al golpe pilotato. La crisi o la  morte del modello europeo, insomma, non sono simbolicamente rappresentate dalle stragi jihadiste ma dal potere e dalla potenza acquisite da questo dittatore…

Credits AP

Due popoli dopo il golpe pilotato

 

Le modalità con cui è stato condotto il fallito golpe in Turchia del 15 luglio rappresentano la prova stessa che è stata una operazione pilotata, attraverso cui gli ufficiali golpisti in comando sono caduti in una trappola ben congeniata, in perfetto stile MIT, l’intelligence turca.

19 luglio 2016 - Sgombriamo subito il campo dalle ambiguità del caso: è nostra convinzione che il tentativo di golpe attuato venerdì 15 luglio in Turchia sia stato pilotato dagli uomini dei servizi segreti del MIT. Le prove di questa operazione di intelligence difficilmente salteranno mai fuori. L’unica possibilità forse saranno i 100mila documenti che WikiLeaks ha annunciato di pubblicare presto sul sistema di potere turco.

Tra indizi e fatti incontrovertibili

Esistono però un insieme di notizie fatte filtrare da fonti più o meno attendibili che fanno da sponda a fatti incontrovertibili, che hanno un peso enorme, poiché se messi in fila uno per uno non possono che essere indizi in un processo di interpretazione induttiva. Come si dice tre indizi sono una prova, e qui ne abbiamo decine.

Sullo sfondo vi stanno i soggetti di questa storia: un presidente, un apparto pubblico e un popolo. Il primo, Recep Tayyip Erdogan, al potere da un ventennio, di fede musulmana sunnita, vicino ai Fratelli musulmani, si è reso protagonista di un accentramento del potere che lo ha trasformato in breve tempo in un autocrate. Un accentramento costruito su due fatti: da un lato il suo arricchimento personale e familiare, attraverso varie azioni illecite, tra speculazioni edilizie e vendita di petrolio di contrabbando, con inchieste ancora aperte.

Dall’altro, le vicende legate alla vendita di petrolio fatto arrivare tramite gli accordi con l’Isis, di cui il collettore era proprio il figlio del presidente, erano gestite dal MIT, come il traffico di armi e il passaggio dei foreign fighters, attraverso quelle che sono state chiamate “le autostrade della jihad”, tra Istanbul ed il confine siriano. L’accentramento del potere, costruito sul ruolo del partito di Erdogan, l’AKP, diventato partito-stato, ha avuto possibilità di svilupparsi grazie ad uno strano mix di politiche neo-liberiste e islamizzazione forzata di un paese che storicamente si è contraddistinto per sintetizzare al suo interno la tradizione musulmana ottomana con il laicismo  kemalista del fondatore dello Stato Mustafa Kemal Atatürk.

La componente musulmana che annienta quella laica

I fatti ci dicono che in Turchia, al di là delle correnti islamiche o nazionaliste organizzate, più o meno oltranziste, al di là dei colpi di stato del passato, l’anima musulmana del paese ha convissuto per un secolo con quella laica e questo sia all’interno degli apparati dello Stato, cioè burocrazia, sistema giudiziario, apparato militare, che nella società, con i partiti espressione delle due differenti visioni, ma soprattutto con un popolo diviso a metà, che in qualche modo nei decenni si è rispettato.

L’icona del fondatore dello stato turco, il laico Atatürk, che campeggia dappertutto nelle città turche, è stata l’espressione di questa sintesi. Icona che si è frantumata proprio la sera del golpe pilotato, quando cioè nelle strade di Istanbul e Ankara non è sceso il popolo in quanto tale ma la sua componente musulmana, il resto si è rintanata in casa ad attendere gli eventi.

Quest’ultimo è il fatto centrale di questa storia poiché la componente musulmana è diventata il popolo in quanto tale, che legittima il potere del presidente autocrate, da più parti ormai chiamato con la denominazione di sultano. Un processo di trasformazione antropologica che non poteva che essere attivato attraverso un evento straordinario di violenza di massa come un golpe non riuscito…

L’accentramento del potere

L’islamizzazione forzata dal “Sultano” ha prodotto però in pochissimi anni uno scontro istituzionale che ha riguardato prima che le gerarchie dell’apparato militare o di polizia soprattutto il sistema giudiziario, anch’esso spezzato in due tronconi: quello legato all’AKP e quello diciamo così indipendente. Fu proprio il pezzo di magistratura indipendente a fermare la speculazione edilizia sul Gezy Park, che nei piani del sultano doveva far posto ad una moschea, un centro commerciale ed una caserma ottomana, e che portò migliaia di giovani laici a protestare.

La prima fase dell’accentramento del potere ha riguardato l’annullamento della libertà di stampa, attraverso la chiusura dei giornali e l’arresto indiscriminato dei giornalisti sganciati dal partito-stato, cosa abbastanza semplice da effettuare in quanto corpi estranei al sistema di potere. Più difficile la possibilità di cambiare la Costituzione in senso presidenziale, cosa non riuscita al sultano proprio a causa dei centri di potere istituzionale a lui avversi.

Il punto di svolta con l’apparato militare

Questa sorta di scontro istituzionale con l’apparato militare stava per arrivare al punto di svolta o quanto meno la resa dei conti con i militari non fedeli alla linea diventava il possibile viatico per una epurazione totale del sistema pubblico. Ecco che colonnelli e generali venivano avvisati pubblicamente che in agosto ci sarebbe stato un complessivo riordino delle gerarchie.

Quei colonnelli e generali avversari del sultano avrebbero perso posizionamento, potere e privilegi garantiti per decenni in quanto alti esponenti di un apparato militare che tradizionalmente in Turchia ha sempre avuto una certa autonomia dal potere politico. Ecco che l’epurazione di questi centri di potere per essere possibile aveva bisogno di una situazione assolutamente straordinaria, insieme appunto alla trasformazione antropologica di un pezzo di popolo, quello musulmano, nel popolo turco in quanto tale…

L’unica possibilità insomma per far sopravvivere il potere  dei militari da estromettere non poteva che essere un golpe… Come diceva un membro dello staff di Nixon, protagonista dello scandalo Watergate: “se li tieni per le palle il cuore e la mente seguiranno…”  

Una drammatica e violentissima burla

Com’è possibile che militari di lungo corso possano pensare di compiere un colpo di stato senza pianificare perfettamente le due operazioni fondamentali, cioè accerchiare e arrestare il presidente in carica e i membri del governo? Sono invece arrivati in ritardo nell’albergo di Marmaris dove Erdogan era in vacanza, poiché era già partito… E comunque quando sono arrivati hanno fatto esplodere qualche ordigno senza pensare di accerchiare l’abitato…

E che dire della dislocazione dei carri armati a Istanbul disposti non in luoghi nevralgici della città? Così, il sultano, prima che succedesse era già a conoscenza di quello che stava accadendo. Con una tempistica straordinaria prende un aereo prima che i golpisti arrivassero ad arrestarlo, si mette in contatto con la CNN turca e tramite un cellulare fa il discorso alla nazione chiamando alla mobilitazione il popolo turco… Una volta rientrato il pericolo, nel giro di 48 ore sono state arrestate quasi diecimila persone, tra militari, poliziotti, magistrati e funzionari pubblici.

Ma come si fa a realizzare una mega retata di queste proporzioni in questo breve tempo senza una pianificazione a monte di giorni, sia nella compilazione delle liste di proscrizione che per ciò che concerne mezzi e uomini da impiegare e logistica? Evidentemente era tutto pronto…

Una ghiotta occasione repulista

Ma al di là di questo cosa c’entrano magistrati e impiegati pubblici in un tentato golpe? La motivazione è stata che sono tutti uomini seguaci di Fethullah Gülen, il ricchissimo ex imam ed acerrimo oppositore del sultano, rifugiato negli Stati Uniti, che Erdo?an ha accusato, chiedendone l’estradizione, di essere l’ispiratore e l’organizzatore del tentato golpe…

Le ultime notizie ed immagini sono raccapriccianti: soldati arrestati, denudati, sdraiati e linciati come animali, in perfetto stile da campo di concentramento nazista, il sindaco di una cittadina giustiziato, arresti sommari casa per casa ed il popolo musulmano che nelle piazze chiede la condanna a morte… Di quale colpo di stato stiamo parlando?

CREDITS: AP

Approvata la nuova costituzione del "sultanato" turco

 

In un contesto drammatico per il popolo turco, i poteri che Erdogan può assumere fanno temere che a pieno titolo si entri in un'epoca di autoritarismo.

21 gennaio 2017 - Dopo anni di conflitti sociali e mesi di accesi dibattiti parlamentari, oggi, i nuovi 18 articoli della Costituzione turca sono stati approvati dal parlamento, in seconda lettura, in un clima estremamente teso. Su un totale di 550 deputati il partito di maggioranza del presidente Erdogan, AKP, ed il suo alleato, il partito nazionalista Mhp, con 339 voti, hanno vinto una "guerra" che trasforma la repubblica parlamentare turca in presidenziale.

L'ideale laico della Turchia

Quello parlamentare fu un modello nato nel 1923 dopo il disfacimento dell'impero ottomano, che vide il padre della patria moderna Mustafa Kemal #Atatürk, impersonare l'ideale laico e democratico in un paese a forte connotazione islamica. Il presidenzialismo turco verrà sottoposto a voto referendario da parte del popolo tra marzo e aprile di quest'anno, poiché per evitare la consultazione occorrevano 367 voti. Le proteste delle opposizioni anche questa volta non si sono fatte attendere, dopo la risse fisica della settimana passata, una deputata si è ammanettata sul podio degli interventi.

Verso la completa islamizzazione

Con la nuova costituzione viene cancellata la figura del primo ministro le cui funzioni vengono assommate a quelle del presidente, senza i necessari contrappesi parlamentari, considerato che Erdogan, conti alla mano, resterebbe al potere ininterrottamente fino al 2029. Se già il processo di islamizzazione in questi anni è stato incessante, spostando sempre di più i confini del tradizionale laicismo turco verso l'islam sunnita, il potere pressoché assoluto che Erdogan rischia di impersonare amplierebbe ancora di più la spaccatura tra il popolo stesso, per metà laico e per metà religioso.

Se a ciò si aggiunge l'azione repressiva dell'attuale sistema di potere nei confronti delle libertà fondamentali, con la chiusura dei giornali di opposizione e l'arresto dei giornalisti, come anche dei docenti universitari, magistrati, funzionari pubblici, lo scenario che può innescare la nuova costituzione potrebbe essere ancora più drammatico, rispetto al momento attuale. I fantasmi del popolo turco cominciarono a manifestarsi ai tempi delle proteste in piazza #Taksim, per il Gezy Park. Ma in due anni la deriva liberticida della presidenza Erdogan, dalla ripresa delle ostilità contro la popolazione kurda, per passare agli ambigui rapporti con l'Isis, fino al tentato golpe, hanno messo persino l'Unione Europea in forte difficoltà, visto l'accordo sui rifugiati da fermare in Turchia.

Un parlamento svuotato di funzioni

Il nuovo presidente turco potrebbe dunque formare un governo indipendentemente dal parlamento, avrebbe un limite di due mandati, senza abbandonare la sua appartenenza partitica, verrebbe eletto ogni cinque anni insieme ad un parlamento svuotato appunto di funzioni. Il primo ministro Binali Yildirim ha dichiarato la sua soddisfazione agli organi di stampa a fine seduta, affermando che la parola passa al popolo. Di contro Kemail Kilicdaroglu, leader del partito repubblicano Chp, fiero oppositore dell'attuale governo, ha sottolineato che come il popolo potrà correggere l'errore fatto dal parlamento.

CREDITS: OZAN KOSE/AFP/Getty Images

La Turchia annuncia il suo ritiro dalla guerra in Siria

 

Il primo ministro Binali Yildirim dopo aver dato la notizia ha aggiunto che non si escludono interventi di altro tipo in terra siriana.

30 marzo 2017 - La decisione è stata presa mercoledì 29 marzo all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale guidato dal presidente Erdogan. La motivazione ufficiale sulla fine delle operazioni militari nel nord della Siria è riferita al successo della campagna “Scudo dell’Eufrate”, avviata nell’agosto del 2016, con lo scopo ufficiale di combattere l’Isis e con quello meno formale di intaccare la presenza delle forze militari kurde YPG, contro cui fin dall’inizio ha cannoneggiato le postazioni militari. Nella giornata di giovedì 30 marzo il Segretario di Stato americano Rex Tillerson è atteso ad Ankara per un chiarimento.

Una campagna militare mai chiarita

Non sono chiare le reali motivazioni che hanno spinto il presidente sultano turco Erdogan a concludere improvvisamente la campagna lanciata sei mesi fa nel nord della Siria, anche perché l’obiettivo reale di intervenire nella guerra era concentrato sul suo conflitto personale nei riguardi del popolo kurdo, il quale rivendica storicamente l’autonomia regionale nella parte sud della Turchia. Autonomia che nei fatti i kurdi hanno guadagnato proprio in quella striscia di terra da est a ovest del nord della Siria chiamata Rojava, dopo aver combattuto e vinto sul campo i miliziani dell’Isis.

Insieme ai ribelli anti-Assad

L’azione militare della Turchia contro il sedicente Stato islamico, è stata coadiuvata dai cosiddetti ribelli, al regime di Assad, come l’Esercito Siriano Libero, contribuendo a togliere dalle mani dei jihadisti le città di Jarabulus, Al-Rai, d?biq, Al-Bab. In quest’ultima si creò la paradossale situazione che vedeva le forze filo-turche a nord della città e quelle del regime di Assad a sud, con la Russia, che aveva dispiegato la sua aviazione, tesa a fare da mediatore per non farli incontrare, poiché nemici.

La storica avversione contro il popolo kurdo

Sull’altro fronte, quello contro i kurdi, si parte dal presupposto che Erdogan ha sempre considerato le YPG come dei terroristi, vicini al PKK, il partito kurdo dei lavoratori, quello di Abdullah Öcalan. Però le operazioni militari da loro condotte sul territorio sono state le più efficaci nel contesto del quadro bellico contro i jihadisti, per questa ragione diventati alleati degli Stati Uniti. Dal primo momento dell’ingresso in guerra la Turchia ha sempre sollecitato la Casa Bianca ad emarginare le forze militari kurde, senza successo.

Anzi, proprio con la nuova offensiva su Raqqa il sostegno statunitense alle YPG, all’interno della coalizione kurdo-araba delle Forze Democratiche Siriane, si è strutturato sia dal punto di vista logistico che militare, cosa mal digerita dalla Turchia. Come anche l’impedimento da parte della Russia, anch’essa vicina alle istanze kurde, nei riguardi dell’esercito del sultano di prendere a est la città di Manji e a ovest la città di Afrin, ambedue controllate dai kurdi.

Quale la reale volontà della Turchia?

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, quindi, la campagna Scudo dell’Eufrate non sembra aver sortito l’effetto sperato dalla Turchia, ecco che più realisticamente le motivazioni del ritiro dalla Siria, se viste in questa direzione, sono più chiare. Infine c’è l’incognita delle parole espresse dal primo ministro turco, e cioè che non si escludono interventi futuri nel nord della Siria: è il preannuncio di una nuova offensiva contro i kurdi questa volta formalizzata?

FONTI: Le Monde, France 24, Bbc - CREDITS: Internazionale

Dopo le elezioni truccate inizia la dittatura costituzionale

 

La vittoria del Sultano Erdogan alle elezioni presidenziali in Turchia è stata ottenuta con arresti arbitrari, attacchi violenti alle opposizioni, bombardamenti dei villaggi kurdi, silenzio mediatico delle opposizioni, due milioni di schede elettorali in più, che girovagavano qua e là per i seggi. Tutto per arrivare appena al 52 per cento dei consensi…

26 giugno 2018 – Una vittoria scontata quella di Recep Tayyip Erdo?an, al potere in Turchia da quindici anni. Una vittoria preparata fin dall’estate del 2014, quando cioè ruppe la tregua con il popolo kurdo, avviando la partnership con l’Isis. I passaggi fondamentali di questa vittoria sono stati i genocidi nei villaggi kurdidel sud della Turchia prima e ad Afrin poi. Nel frattempo il “colpo di stato orchestrato” gli ha dato la possibilità di azzerare le libertà e creare uno stato di polizia. Infine, con il referendum costituzionale, ha trasformato la repubblica parlamentare in presidenziale, eliminando praticamente la divisione dei poteri.

I risultati elettorali

La consultazione elettorale ha portato Erdogan, con il suo partito AKP alleato ai lupi grigi dell’MHP, a toccare la quota del 52,5 per cento dei consensi, per le presidenziali. Il suo principale competitor, il repubblicano Muharrem Ince, leader di un cartello delle opposizioni unite “Alleanza nazionale”, ha raggiunto il 30,6 per cento dei voti. Quattro erano i partiti laici che sostenevano la sua candidatura: i repubblicani del Chp, il neonato partito Iyi (il buon partito), il Partito della Felicità Sp e i democratici del Dp. Il candidato kurdo leader di HDP, Selahattin Demirtaş, ha guadagnato un importante 8 per cento. Perché importante? Perché è in galera, dietro generiche e false accuse di terrorismo, dal 2016. Ha fatto la campagna elettorale in prigione, mentre i suoi elettori venivano aggrediti ed intimiditi.

Con la maggioranza assoluta il sultano può persino ignorare i voti per il parlamento, poiché esso è praticamente svuotato di contrappesi nei confronti del potere esecutivo, come del resto anche di quello giudiziario. Ad onor di cronaca la composizione dell’aula è così composta: l’alleanza di governo AKP e MHP ha comunque in Parlamento la maggioranza assoluta con il 53 per cento. I repubblicani del CHP sono al 22 per cento e il partito kurdo HDP si attesta all’11,7 per cento.

Assalti, brogli e arresti nella giornata delle votazioni

Dalla chiusura dei seggi, nel pomeriggio di domenica, alle 17, si era già capito che il sabotaggio delle elezioni aveva sortito l’effetto sperato. Prima che le operazioni di sfoglio fossero concluse, l’agenzia di stampa statale Anadolu avviava una girandola di informazioni che davano “preventivamente” la vittoria di Erdo?an intorno al 60 per cento. Di contro la piattaforma delle opposizioni Adil Seçim, pubblicava altre cifre: Erdo?an al 44 per cento e Ince appena dietro.

Già durante il corso delle votazioni in tutto il paese, ma soprattutto nel sud, presso i villaggi kurdi, l’azione repressiva e sabotatrice è stata violenta. Due villaggi, quello di Seran e di  Sidkan sono stati letteralmente bombardati, senza fare vittime, ma causando incendi che la popolazione si è affrettata a spegnere. Tutto questo per impedire l’esercizio del voto. La cronaca degli arresti arbitrari di osservatori e giornalisti in tutto il paese è impietosa. Seggi in cui si è votato senza segretezza, aggressioni a membri di seggio kurdi, poi quel paio di milioni di schede in avanzo timbrate a prescindere e velocemente e fatte girare da un seggio all’altro.

I picchiatori contro le opposizioni

Del resto, in tutta la campagna elettorale il partito di governo AKP ha praticamente compartimentato il paese, organizzando squadre di picchiatori contro le opposizioni, laddove la polizia non poteva formalmente intervenire. Senza parlare ovviamente dell’assenzapressoché totale di parola pubblica ai leader dell’opposizione.

Impossibilitati ad esprimere le proprie posizioni dal punto di vista mediatico, le organizzazioni politiche hanno sostituito la televisione, dove appariva solo il sultano Erdo?an, con il passa parola. E’ così l’Alleanza Nazionale è riuscita a organizzare comizi come l’ultimo ad Istanbul con la presenza di quasi un milione di persone. Impossibile quindi per chiunque riuscire ad avere le prove materiali delle frodi. Una strategia criminogena praticamente perfetta.

L’unica nota soft è arrivata dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che ha deplorato la mancanza di “uguali opportunità” per i candidati alle elezioni in Turchia… Quanto allora di quel 52 per cento guadagnato da Erdo?an sarebbe stato reale se le elezioni fossero state condotte in modo democratico? La risposta è scontata…

FONTI: ANF, ANHA, il manifesto CREDITS: Euronews