Cap 6: NO PRESS

 

"La criminalizzazione delle attività giornalistiche è una caratteristica comune dei regimi totalitari".

In Turchia Erdogan ha decimato la stampa libera, con l'accuse di terrorismo, inventando una narrazione delirante finalizzata a chiudere i mezzzi d'informazione non governativi. La vicenda del quotidiano Cumhuriyet, chiuso da Erdogan, con i suoi redattori fatti arrestare, è stata solpanto la punta dell'iceberg di una stagione che non si è fermata. Il direttore Can Dündar vive in esilio in Germania, dopo aver trovato e pubblicato i documenti e le immagini che testimoniavano i traffici del MIT, al confine con la Siria, attraverso la gestione dei convogli di armi ai jihadisti dell'Isis.

"La liberta' di stampa non è terrorismo"

Le regole dell'illegalità

 

All'interno del gruppo editoriale Ipek, con sede a Istanbul, gravitano varie testate: i quotidiani Bugun e Millet e i canali Kanalturk e Bugun Tv. In quest'ultima, il giornalista che leggeva le notizie in diretta, annunciava che da un momento all'altro le trasmissioni potevano essere interrotte dal governo, e così è stato.

23 ottobre 2015 - Nella strada adiacente 500 dimostranti, tra giornalisti ed esponenti politici dell'opposizione, si radunavano per protestare contro un atto espressamente dai toni fascisti ed antidemocratici. La polizia, presentatasi in tenuta antisommossa, per tutta risposta utilizzava gas lacrimogeni e acqua per disperdere la folla, mettendo in stato di fermo alcuni giornalisti.

Tra terrore e monopolio televisivo

La motivazione ufficiale di questo atto è stata quella di mettere sotto controllo giudiziario il gruppo editoriale poiché accusato di costruire una rete illegale, sempre a fini terroristici, con il magnate islamico, residente negli Stati Uniti, Fethullah Gulen, un tempo alleato di Erdogan, adesso suo nemico dichairato. In realtà la scadenza elettorale dell'1 novembre è la vera questione sul tappeto, che il sultano vuole vincere a tutti i costi, per cambiare la Costituzione, al fine di restare ancora al potere. Si pensi che negli ultimi 25 giorni che il 90 per cento delle trasmissioni della Tv pubblica TRT, sono state a lui dedicate, in spregio alla logica pluralista di una democrazia.

Un raid inaccettabile

Uno dei leader Kurdi, Demitras, intervistato dai netwoks internazionali, ha così dichiarato:"In un modo o nell’altro per un lungo periodo di tempo siamo stati oggetto di una moltitudine di pratiche illegali e incostituzionali, che non trovano fondamento in alcuna legge nazionale o internazionale. In tal senso, dunque, il raid non ci sorprende, tuttavia è un atto inaccettabile".

Un accordo con il diavolo

Ma c'è un aspetto ancor di più inquietante poiché Erdogan è in procinto di fare un accordo con la Commissione Europea per trattenere i rifugiati siriani nel nord del paese, per non farli passare lungo la rotta balcanica ed arrivare in Europa. In cambio vi è la promessa di accelerare l'entrata di questa Turchia nell'Unione Europea, più altri benfit...

"Lunedì 2 novembre: l’inizio della guerra civile turca"

 

Una copertina che è costata l'arresto del direttore Cevheri Guven e del caporedattore centrale Murat Capan della rivista Nokta di Istanbul.

4 novembre 2015  - E' questo il titolo di ieri, il quale sovrastava una foto del presidente Recep Tayyip Erdogan, all'indomani della consultazione elettorale, che ha dato la maggioranza assoluta dei voti in parlamento al partito del dittatore bianco euro-asiatico.

Arrestateli tutti!

Le accuse nei confronti dei due giornalisti sono di eversione e istigazione a delinquere. La testata era già da settembre nel mirino del governo, quando Capan, dopo un blitz compiuto nella redazione, era stato arrestato e poi rilasciato, in libertà condizionata, ed il giornale veniva ritirato dalle edicole.

Quella volta un'altra copertina era sotto accusa: ritraeva il sultano Erdogan mentre scattava un selfie con sullo sfondo dei soldati che portavano a spalle un feretro avvolto dalla bandiera turca, dato che due mesi prima era riesploso il conflitto contro il PKK. Poi, a due settimane dalla scadenza elettorale, il sito della rivista veniva oscurato da un tribunale di Istanbul, per diffamazione contro il partito AKP. Ma in quella occasione non vi era stata nessuna copertina particolarmente "oltraggiosa", l'organo di giustizia aveva stabilito una sorta di censura preventiva.

Il programma di governo: silenziare la libertà

Il capo del governo turco, Ahmet Davutoglu, il giorno stesso del responso elettorale lo aveva promesso: "Il popolo ci chiede di governare da soli, e se siamo chiamati a servire il popolo, perché mai dovremmo tirarci indietro? Già da oggi ci metteremo al lavoro". Come si dice: ogni promessa è debito... E il governo turco si è messo al "lavoro" di buona lena nei due giorni successivi alle elezioni.  

Una maxi operazione di polizia, nella provincia di Smirne, tradizionalmente a vocazione laica, ha portato all'arresto di 40 persone, tra burocrati e funzionari di polizia sospettati di spalleggiare l'imam Fetullah Gulen, prima sponsor del presidente-sultano, poi diventato acerrimo nemico, dal suo esilio statunitense, per questo accusato di attività finalizzate a rovesciare il governo turco.

Attenzione, perché l'imam Gulen, è diventato, rispetto alla strategia autoritaria di Erdogan, uno strumento di repressione per coloro che non essendo allineati a partiti di opposizione filo kurda, quindi di per sé “terroristi”, devono essere inseriti dentro un ambito di minaccia alla stabilità del paese. Così come per le testate giornalistiche ostili all'autocrate, afferenti al gruppo editoriale Ipek, messe a tacere cinque giorni prima della scadenza elettorale, sotto commissariamento giudiziario. In questo contesto il "lavoro" profuso nei due giorni successivi alle elezioni ha generato il licenziamento di 58 giornalisti.

I posizionamenti degli Stati

Il capo degli osservatori dell’Osce, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Ignazio Sanchez Amor, così ha dichiarato: "I media sono gravemente sotto pressione... Le indagini penali a carico di giornalisti per sostegno al terrorismo e diffamazione del presidente hanno avuto un effetto spaventoso sui media". Il "lavoro" del governo turco, all'indomani delle elezioni, procede quindi.

Nuovi ed intensi raid aerei, contro rifugi e depositi di armi del PKK si sono susseguiti nel sud-est del paese, tra le zone di Hakkari, Metina, Zap, Avasin-Basyan, Hakurk, Gara e Qandil. Varie poi le operazioni contro postazioni e barricate sempre presso la provincia di Hakkari, dove sono stai uccisi tre militanti curdi, di cui un ventenne nella città di Silvan, dove da ieri tre quartieri sono soggetti a coprifuoco da parte dei militari.   Intanto le solite voci preoccupate arrivano dall'Europa e dagli Stati Uniti, inutile persino raccontarle, visto che i primi hanno un accordo da chiudere sull'accoglienza ai migranti in Turchia per non farli passare in Europa, con in cambio vari benefit, tra cui l'entrata nell'Unione europea.

Per gli Stati Uniti invece il posizionamento geografico della Turchia è fondamentale per organizzare logisticamente la guerra in Siria... La dichiarazione però di Andrea Gross, capo delegazione degli osservatori del Consiglio d'Europa, è tutta un programma, poiché descrive una realtà che esiste solo nella sua mente, visto il "lavoro" che da subito il capo del governo ha avviato, dopo averlo promesso al suo popolo, che chiede stabilità. Secondo questo funzionario Erdogan sarebbe in difficoltà: "Dovrà unire nuovamente ciò che è stato diviso negli ultimi cinque mesi. Gli chiediamo di dare prova di responsabilità e di abbandonare i toni militanti che ha utilizzato negli ultimi mesi di campagna elettorale"...

FONTE: Euronews - Credits  ANSA_EPA

Quando il giornalismo sfida il potere

 

La vicenda dei giornalisti Can Dündar e Erdem Gül, in Turchia segnala il tentativo di mettere a tacere quel giornalismo che denuncia la corruzione dei fini all'interno del quale il sistema politico turco ha perduto il suo significato laicista: la difesa del bene pubblico.

7 maggio 2016 - Dündar e Erdem, sono rispettivamente il direttore ed il caporedattore di Ankara del giornale di opposizione al governo autoritario del presidente Erdogan "Cumhuriyet". La condanna uscita fuori dal procedimento penale contro di loro è stata pesantissima: cinque anni di reclusione. L'accusa  è quella di diffusione di segreti di stato, questo perché lo scorso anno il giornale aveva svolto un'inchiesta sul traffico di armi che il governo turco conduceva ai confini con la Siria, attraverso i suoi servizi segreti.

La verità sui traffici con l’Isis

I due giornalisti si erano soffermati su questo aspetto poiché nel contesto della guerra in Siria quelle armi erano destinate anche all'Isis, le cui ramificazioni in Turchia, da Istanbul fino alla linea di confine appunto, erano e sono fortissime. Ramificazioni che riguardavano prima di tutto il sistema di reclutamento dei foreign fighters, implementato grazie alle basi logistiche dello Stato islamico nella megalopoli turca, e poi allo smercio del petrolio di contrabando, prodotto dai pozzi controllati tra l'Iraq e la Siria.

Il depistaggio sull'attentato

Tra l'altro il direttore del giornale, poco prima della sentenza, davanti al palazzo di giustizia, diventava vittima di un attentato da parte di un uomo dell'Anatolia centrale, identificato come Murat Sahin, il quale apriva il fuoco contro Dündar  ferendo però il reporter di una rete televisiva che si apprestava a documentare il processo a carico dei due giornalisti. Ovviamente le autorità turche hanno dirottato la responsabilità dell'attentato su qualche organizzazione terroristica, cose se i terroristi  potessero essere interessati ad un giornalista di opposizione al regime del presidente Erdogan.

L'era del terrore

"L’obiettivo di questa sentenza – dichiarava ai network Dündar – non è solo quello di ridurre noi al silenzio. Queste pallottole sono state sparate non solo per mettere a tacere noi e impedire al nostro giornale di continuare a fare il proprio dovere, ma anche per intimidire tutti i media turchi e terrorizzare i giornalisti”.

Diritti umani e libertà di espressione nel "sultanato"

 

Nell'arco di pochi giorni in varie sedi internazionali sono stati denunciati i metodi autoritari del 'presidente-sultano'.

22 febbraio 2017 - Il rapporto di Amnesty International appena pubblicato parla chiaro in relazione al drammatico peggioramento delle garanzie democratiche nel paese, proprio quando il partito popolare democratico (HDP) filo-kurdo, terza forza parlamentare, ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo in merito agli arresti arbitrari di 13 parlamentari, tra cui spiccano i due leader Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Intanto dal podio del vertice di Ginevra sui diritti umani e la democrazia, svoltosi il 20 febbraio, il giornalista Can Dündar, arrestato e processato dal regime, ha accusato Erdogan di essere un dittatore.

Il rapporto di Amnesty International

La recrudescenza delle pratiche autoritarie turche ha avuto una impennata all’indomani del tentato golpe. Attribuendo la responsabilità dell’evento al nemico Fethullah Gülen, un tempo alleato, e alla rete sociale ed economica o presunta tale, che a lui fa riferimento nel paese, Erdogan ha intrapreso una deriva di repressione e violenza che ha numeri estremamente elevati.

Novantamila dipendenti pubblici sono stati licenziati con un decreto esecutivo, tra cui funzionari, magistrati, insegnanti; 40 mila persone sottoposte ad arresti tra torture e maltrattamenti; 118 giornalisti arrestati e i 184 organi d’informazione chiusi. Pochi giorni fa il ministero dell’interno turco ha emesso un resoconto delle persone fermate, nell’ambito di quelle che sono state definite “operazioni antiterrorismo”, nella sola settimana passata: 1067 in totale, di cui 268 kurdi e 501 presunti affiliati alla rete gulenista. Di questi solo 21 sospettati di essere jihadisti dell’Isis.

La questione kurda

Sulla questione kurda si annodano alcune delle principali fonti di conflitto interno ed esterno al paese. Sullo sfondo c’è il tema dell’autonomia del popolo kurdo che dura da un secolo. In #turchia l’organizzazione principalmente nemica del governo è il PKK, il partito dei lavoratori kurdi, che ha scelto di usare metodi di lotta armata per conseguire l’obiettivo della liberazione del proprio popolo. Questi ovviamente vengono considerati terroristi, anche se poi in Iraq hanno combattuto a fianco dell’alleanza occidentale contro l’Isis.

Ma la questione kurda non si limita certo al PKK, perché è portata avanti dal partito popolare democratico (HDP) che rappresenta la terza forza parlamentare in Turchia. Infatti la lingua di terra a sud del paese che confina con la Siria è abitata proprio dal popolo kurdo, i quali nei mesi passati hanno subito continui bombardamenti dall’esercito. Dal tentativo di golpe in poi il partito popolare democratico è stato accusato dal regime di sostenere il terrorismo, per cui i vertici del partito dentro il parlamento sono stati arbitrariamente arrestati.

Un giornalista simbolo

Can Dündar è il simbolo della repressione nei confronti della libertà di stampa. Arrestato e poi condannato nel maggio del 2016, a cinque anni di reclusione, prima con l’accusa di terrorismo poi con quella di violazione di segreto di stato. La pena non è stata comminata per la condizionale, e Dündar è esiliato in Germania. Direttore del quotidiano “Cumhuriyet” è colui il quale ha smascherato, con documenti ufficiali, i rapporti di collaborazione tra il governo e l’Isis, sul passaggio di armi e petrolio di contrabbando al confine siriano. Dal palco di Ginevra il giornalista ha denunciato che con il referendum costituzionale del 16 aprile Erdogan sancirà definitivamente il passaggio dalla democrazia alla dittatura.

FONTI: Amnesty International, Ansa, firatnews.com - CREDITS: Amnesty International