Cap 4: VERSO RAQQA

 

Raqqa era la capitale de facto dell'occupazione dell'Isis in Siria. Città fondamentale dal punto di vista strategico, poiché il suo controllo significava la supremazia sull'area fino al confine con la Turchia. Attraverso gli assi viari di collegamento, per anni l'Isis ha potuto trasportare greggio di contrabbando e armi, grazie al supporto del MIT, il servizio segreto turco. Le fasi che hanno portato alla sua liberazione, preannunciavano la definitiva disfatta dell'Isis. La conquiosta di Raqqa è stata realizzata grazie alle Forze Democratiche Siriane, dove al comando vi era proprio una ufficiale donna delle Ypj, le Unità di combattimento delle donne kurde.

Seguendo l'Eufrate

Le guerre siriane fra stragi e affermazione di libertà

 

Aleppo e Raqqa rappresentano le due città siriane dove si combattono guerre diverse ma con effetti simili a causa delle stragi di civili: la prima per mano russa e la seconda per mano turca.

30 settembre 2016 - Ci sono due modi per raccontare il conflitto bellico in Siria. Anzi potremmo dire che ci sono due città siriane che raccontano in modo diverso quello che sta avvenendo in questo paese.

I due volti delle guerre parallele

Aleppo e Raqqa sono i due volti di guerre parallele che hanno presupposi assai diversi nel quadro degli eventi mediorientali, dove cinque anni di guerra hanno provocato quasi mezzo milioni di morti e 11 milioni di rifugiati… Ambedue sembrano scivolare nell’oblio informativo delle opinioni pubbliche occidentali.

Aleppo è la rappresentazione della città martoriata. Solo nell’ultima settimana ci sono stati 96 bambini morti e 223 feriti, mentre nelle ultime due settimane 500 sono state le vittime civili. Manca il pane, l’acqua, i bambini bevono tra la melma e si ammalano, ma non possono essere curati perché mancano medici e medicinali. Gli ospedali sono stati distrutti. La città è divisa in due: la parte orientale è controllata dai cosiddetti “ribelli”, tra cui confluiscono gruppi di varia natura anche afferenti al jihadismo.

Tutti comunque sono considerati terroristi dall’esercito di Assad e dalla Russia, che controllano la parte occidentale, i quali bombardano indistintamente, massacrando la popolazione. Sono considerati terroristi anche quelli armati dagli Stati Uniti, e dai paesi sauditi per combattere il regime. Perché il dittatore Assad, tranne l’Iran e gli Hezbollà,  non lo vuole più nessuno, anche se prima della guerra erano amici…

L’idea di una Siria senza Assad

Quindi la domanda ricorrente è: ma cosa sarà la Siria dopo Assad? Anzi, cosa sarà la Siria se Assad dovesse essere sconfitto? Nessuna delle Nazioni mediorientali e occidentali hanno un'idea in proposito.

Gli unici che lo sanno, e lo hanno sempre saputo, da quando hanno preso le armi in pugno per abbattere l’Isis, e sembra che ci stiano riuscendo, sono le organizzazioni del popolo kurdo, che ha già creato la Federazione del Nord della Siria, quel Rojava che, dalla liberazione di Kobane in poi, mentre combatteva, pensava ad una graduale ricostruzione del sistema politico in regioni confederate, organizzate in cantoni e non in circoscrizioni etniche differenziate. E così ha fatto. Tanto che si è arrivati al punto di avviare il censimento demografico per poter realizzare le prime elezioni libere, al di là del fatto che il dittatore siriano sia ancora al potere o meno…

Come liberare Raqqa

E qui entra di scena l’altra città che racconta una storia diversa rispetto ad Aleppo: Raqqa. Essa è ancora nelle mani dell’Isis; rispetto alla presenza militare dell’organizzazione jihadista in Siria è sempre stata considerata la sua roccaforte. Ma le organizzazioni militari kurde YPG e SDF sono pronte a sferrare l’attacco finale, supportati dagli Stati Uniti che sono intenzionati a fornirgli le armi per garantire il successo. Ma questa volta i kurdi pongono una condizione. Mercoledì un dirigente del movimento di liberazione, Hanifa Hussein, ha chiesto ufficialmente che venga accettato e legittimato il progetto confederale portato avanti, consentendo alle YPG di partecipare ai colloqui di pace di Ginevra… 

La Turchia combatte chi lotta contro l’Isis

Si perché le uniche forze sul campo, che stanno sconfiggendo l’Isis, non sono state ammesse a Ginevra, questo perché la Turchia del sultano Erdogan si è opposto. Per lui i kurdi sono terroristi e li sta aggredendo sia dentro casa che in Siria, spaventato dalle mire di libertà e autonomia regionale che il popolo kurdo invoca da un secolo. Così, il suo esercito, questa estate, è entrato in Siria e anziché sparare contro l’Isis indirizza le sue armi proprio contro le organizzazioni militari kurde.

Sempre mercoledì nove civili, sei bambini e tre donne,  sono stati uccisi e molti altri feriti in un attacco di artiglieria turca a Kahila cittadina nei pressi della città di confine siriano di Tel Abyad, liberata dal YPG, causando enormi danni alle abitazioni. In un comunicato l’organizzazione militare ha accusato la Turchia di minare i progressi dell’azione militare kurda contro l’Isis: «Le forze turche stanno prendendo di mira civili innocenti con il pretesto della lotta al terrorismo. Tuttavia, non permetteremo alla Turchia di continuare con tali violazioni della frontiera.

Siamo pronti a rispondere e faremo tutto il possibile per fermare questa offensiva contro il nostro popolo». Ma c’è di più. Tel Abyad è praticamente a 90 chilometri da Raqqa e la sua riconquista ha rappresentato un pesantissimo danno per l’ISIS. Ma da quel momento l’YPG è stata attaccata sia dallo Stato Islamico che dalla Turchia. Habun Osman è un ufficiale della struttura militare, intervistato da ANHA News ha affermato: «Prima che le forze YPG-SDF riconquistassero Tel Abyad, all’inizio del 2015, l’Isis utilizzava questa città come un incrocio per esportare il suo petrolio nel mercato nero turco. Infatti quando aveva il controllo della città la Turchia non l’ha mai attaccata. Ora che Tel Abyad ce l’abbiamo noi, l'esercito turco continua a spararci addosso…»

Fonte ARA News 

L’Isis in fuga da Mosul a Raqqa, braccato dal popolo kurdo

 

I Peshmerga kurdo-iracheni premono i tagliagole dell’Isis su Mosul che fuggono da una strada non mappata verso Raqqa, in Siria. Così, sulla linea di confine tra i due paesi, i kurdo-siriani dell’SDF cercano di catturarli.

21 ottobre 2016 - La presenza kurda all’interno del conflitto siriano è quella che più sta dando una impronta ai combattimenti fuori da Aleppo, le cui vicende sembrano contestualizzarsi in una guerra dentro la guerra. Questo poiché nei piani del dittatore Assad e dei suoi alleati russo-iraniani Aleppo sembra essere la città nevralgica per riconquistare l’intero paese, anche perché lì l’alleanza di regime non combatte principalmente contro l’Isis, ma contro una costellazione di gruppi ribelli, anche moderati. Allo stato attuale però le due città al centro delle vicende belliche contro l’Isis, che caratterizzano la guerra in termini inter-regionali, sono Mosul, in Iraq e Raqqa, capitale economica del califfato, in Siria, poiché da lì vi è lo snodo per la commercializzazione del greggio di contrabbando. Ed infatti sono due dei pezzi del popolo kurdo che sul campo stanno mettendo in difficoltà il califfato.

L’offensiva su Mosul

Lunedì è iniziata l’offensiva su Mosul, roccaforte dell’Isis, attaccata dai kurdo-iracheni Peshmerga, e sostenuta dalla copertura aerea USA, che in una settimana hanno liberato 24 villaggi. Un ufficiale ha così commentato ad ARA News la campagna militare: «Con le forze kurde che avanzano da nord-est e l'esercito iracheno da sud, il processo liberazione di Mosul non può richiedere troppo tempo, in particolare Daesh è focalizzato sul mantenimento della città.

Ma la campagna militare continuerà fino a quando non libereremo tutta Mosul dal gruppo terroristico». Nel frattempo l’esercito kurdo-siriano SDF ha comunicato, attraverso il suo portavoce Talal Silo che indipendentemente dai combattimenti di Mosul e pur essendo impiegati in vari fronti di guerra in Siria, i kurdo-siriani intendono sorvegliare il confine iracheno per catturare i jihadisti in fuga: «La battaglia in corso per Mosul in Iraq non ha alcun impatto diretto sulla situazione delle nostre forze in Siria…

Ci sono scontri in corso tra le forze democratiche siriane e i terroristi in più fronti nel nord della Siria. Siamo pronti anche per contrastare eventuali tentativi di infiltrazione da parte dei terroristi ISIS in fuga da Mosul in Iraq».

La fuga dei soldati del califfato

Si perché quello della fuga dei soldati del califfato sta diventando un tema importante nel quadro dello scenario di guerra, soprattutto perché coinvolge la sua capitale in Siria: Raqqa. Infatti i movimenti sulla città sono consistenti. L’Isis ha inasprito le misure di sicurezza in città, imponendo il coprifuoco in centro, istallando nuovi punti di controllo e blocchi stradali.

Tutto questo perché già dalla notte di martedì più di venti veicoli sono arrivati in fuga da Mosul. Questi non sono stati intercettati, poiché per arrivare dalla città irachena stanno percorrendo la cosiddetta“Ba’aj road”, una strada che collega le due città, la quale non compare nelle mappe poiché costruita ultimamente proprio dall’Isis. Attraverso questa via di fuga da Mosul sono stati trasportati oltre che uomini, anche civili e armi per rafforzare la difesa di Raqqa.

Fonte ARA News

La guerra turca in Siria contro il popolo kurdo

 

Mentre si combatte per liberare definitivamente Mosul dal giogo dell’Isis, la Turchia continua le incursioni del suo esercito in Rojava, per annientare le forze militari kurde, le stesse che si stanno mobilitando per la nuova operazione anti Isis su Raqqa, capitale siriana del califfato.

28 ottobre 2016 - L’invasione dell’esercito turco in Rojava, cioè la confederazione cantonale del nord della Siria, composta prevalentemente da cittadini kurdi oltre che assiri, armeni e arabi, diventa sempre più violenta, proprio quando gli occhi sono tutti puntati sulla liberazione di Mosul.

Gli invasori turchi e il nuovo muro

I soldati dell’esercito turco si sono trasformati in invasori di questo pezzo di terra nord siriana, aprendo il fuoco nel villaggio di confine di Sorka, nella periferia di Afrîn, cantone "west Kurdistan" del Rojava, contro i civili che protestavano per la presenza delle truppe turche, le quali dopo essere entrati in Rojava hanno iniziato a costruire un muro di confine. I soldati turchi hanno attaccato i manifestanti usando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Fortunatamente fino a questo momento si parla solo di feriti, una ventina, ma la situazione sta di ora in ora degenerando.

La nuova offensiva su Raqqa

Intanto si stanno definendo le strategie per sferrare il nuovo attacco su Raqqa, la capitale siriana dell’Isis, che vedono le organizzazioni militari kurde, SDF (Forze Democratiche Siriane) e YPG (Unità di difesa del popolo kurdo), in prima linea sul territorio, le stesse che sono riuscite a sconfiggere lo Stato Islamico su più fronti. Le due organizzazioni sono state chiamate in causa direttamente dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter, che ha incontrato martedì a Parigi i ministri di dodici paesi: «I nostri partner sono pronti ad iniziare l'isolamento di Raqqa». 

L’operazione dovrebbe essere avviata entro un paio di settimane, anche se Mosul non verrà completamente liberata. Dalle stime americane sembra che il contingente del califfato si sia ridotto a 20.000 unità, anche se fonti non ufficiali parlano di numeri più alti. «Oggi abbiamo deciso di seguire lo stesso senso di urgenza come a Mosul e concentrarci su una operazione avvolgente per far crollare l’ISIS a Raqqa».

I combattenti kurdi all’attacco pur attaccati

Questa presa di posizione da parte degli Stati Uniti non tiene conto dell’ingerenza bellica della Turchia in Rojava, il cui esercito cerca  da un lato di colpire il nuovo sistema territoriale cantonale kurdo, dall'altro si prepara a partecipare alla presa di Raqqa, combattendo le organizzazioni kurde chiamate però dagli Stati Uniti per la liberazione della città.

E’ l’ennesimo paradosso della guerra in Siria. Aldar Xelil, membro del comitato esecutivo della organizzazione TEV-DEM del Rojava, ha dichiarato che YPG e SDF sono pronti ad avviare l’operazione per la presa di Raqqa. Ovviamente ha poi sottolineato che i kurdi non parteciperanno se all’operazione si unirà l’esercito turco, cioè lo stesso che gli muove guerra in altre parti della Siria: «Se la Turchia non si unisce allora siamo pronti a partecipare. Siamo pronti a salvare il popolo della Siria, come anche ogni angolo del territorio siriano, che è sotto occupazione dell’ ISIS».

Così, il presidente sultano turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che l’esercito turco attaccherà presto la città di Manbij, una delle roccaforti del califfato, strappatagli dalle mani, in agosto, proprio dai soldati kurdi del YPG e SDF. Città quasi al confine turco, rientrante adesso nella sfera d’influenza del Rojava, fondamentale per le linee di rifornimento di Raqqa proprio con la Turchia, quando l’Isis faceva passare petrolio di contrabbando, armi e foreign fighters. Queste le parole del sultano: «Siamo determinati a cancellare YPG e l’altra fazione SDF da Manbij il più presto possibile!»

Fonti: ANF News, ARA News - Credits ANF

È iniziata la terza fase della liberazione di Raqqa

 

Le forze militari kurde hanno fatto partire l'assalto alla zona orientale della città siriana, capitale de facto dell'Isis.

7 febbraio 2017 - Si chiama "Euphrates Wrath Operation" la campagna partita a novembre per la riconquista di Raqqa, la città siriana nelle mani dell'Isis dal 2013, che ne ha fatto la sua capitale. Il 5 febbraio è partita la terza fase che ha come obiettivo l'attacco militare nella parte orientale limitrofa, dove già sono stati liberati alcuni villaggi. Da lì s’intende chiudere la città ad est. La strategia è pianificata dalle "Forze Democratiche Siriane" (#SDF), una confederazione di unità militari kurde, arabe e assire, a cui fin dall'inizio gli Stati Uniti hanno dato il loro appoggio. La terza fase della campagna viene avviata a pochi giorni dall'anniversario della liberazione di Kobane, il 27 gennaio 2015, quando le milizie kurde si ripresero la loro città, facendola diventare il simbolo della nuova regione autonoma confederale di democrazia dal basso nel nord della #Siria chiamata Rojava.

Seguendo il fiume Eufrate

La campagna per la presa di Raqqa era cominciata con la prima fase, il 6 novembre 2016, finalizzata a raggiungere la città da nord e assicurarsi il posizionamento sulle rive del fiume Balikh, che confluisce nell’Eufrate. In tal modo le forze militari SDF hanno liberato circa 560 chilometri quadrati. La seconda fase è stata avviata circa un mese dopo, il 10 dicembre, attaccando la città a 50 chilometri, dalla parte ovest, prendendo come riferimento strategico la diga di Tabqa Dam. In tutto fino a questo momento sono stati messi in sicurezza più di 3000 chilometri quadrati con 236 villaggi liberati.

Il sostegno della gente alla liberazione

Cihan Shekh Ehmed, portavoce ufficiale delle SDF, in una conferenza stampa, come riporta AraNews, ha spiegato l’organizzazione della campagna orientale: "La terza fase ha lo scopo di liberare la parte orientale del Governatorato di #raqqa dall’ISIS, e salvare la nostra gente… La brutalità di questo gruppo terroristico aumenta man mano che accerchiamo la sua capitale de facto… La gente, le componenti sociali, i leader tribali di Raqqa stanno pienamente sostenendo le SDF da quando l’operazione è partita… Il supporto degli Stati Uniti ha giocato un ruolo chiave, fornendo la copertura aerea alle nostre truppe di terra, oltre che al sostegno logistico e alla formazione". Il portavoce delle SDF ha confermato le cifre sulle perdite da parte dell’Isis in tutta la campagna: 620 jihasìdisti uccisi, 18 catturati, 40 autobombe distrutte, e una grande quantità di armi, munizioni e veicoli sequestrati.

Verso il confine con l‘Iraq

La campagna orientale, in poche ore, grazie alla copertura aerea statunitense, ha già ottenuto il risultato di aver liberato le città di Hadi e Natali, costringendo l’Isis alla ritirata e, se il buongiorno si vede dal mattino, tutto lascerebbe supporre che questi due avamposti potrebbero facilitare le operazioni di questa terza fase.

Anche perché alla campagna di liberazione di Raqqa si sono aggregati vari gruppi militari arabi come la "Syrian Elite Forces" tremila uomini che provengono da Deir ez-Zor, città dell’area centro-orientale della Siria, verso il confine con l’Iraq, che dovrebbe essere il prossimo obiettivo militare delle SDF dopo Raqqa. Il comandante Muhedi Jayila ad Ara News: "Oggi stiamo combattendo qui a Raqqa e non vediamo l'ora di affrontare presto l‘ISIS nella nostra città natale Deir ez-Zor… I terroristi dell‘ISIS hanno deportato migliaia di nostre persone e ucciso molte altre". 

Fonte Ara News - Credits ANF

Il caos siriano tra le fazioni in guerra

 

La situazione confusa tra le forze in campo che si fanno la guerra a vicenda rischia di far prevalere i jihadisti.

11 febbraio 2017 - Il nord della Siria è diventata l'area in cui si stanno concentrando gli sforzi degli "eserciti in gara" che, pur essendo formalmente nello schieramento anti-Isis, si combattono tra di loro. Al centro di queste vicende c'è la Turchia, con il suo esercito regolare che dispiega truppe di terra e aviazione, facendosi forte anche dei gruppi di miliziani che oltre a scontrarsi contro lo Stato islamico avversano il regime di Assad, protetto dalla Russia e dall'Iran. Le due aree dove la Turchia sta giocando un ruolo ambiguo, portatore di interessi strategici di non poco conto, sono diventate terreno di scontro, in una sorta di "Turchia contro tutti": Manbij, nel nord della Siria, e quella del governatorato di Aleppo intorno ad al-Bab, a nord-est.

Gli interessi dietro la campagna militare turca

A ovest della città di Manbij, precisamente a Arima e Kawkali, l'esercito turco continua a bombardare con artiglieria pesante gli avamposti dei gruppi militari kurdi, SDF e YPG, impegnati anche nella riconquista di Raqqa. La campagna turca in Siria chiamata "Scudo dell'Eufrate", è impegnata a limitare l'azione delle forze kurde per creare una zona cuscinetto sotto il proprio controllo.

Il nord della Siria trasformato in regione autonoma dal popolo kurdo sotto il nome di Rojava, rappresenta una minaccia per il regime turco sia di carattere politico che economico dato che i suoi tre più importanti cantoni sono ricchi di materie prime: petrolio e gas naturale a Jazira, produzione di cereali e cotone a Kobane, olio d'oliva ad Afrin. Quest'ultima presa di mira il 6 febbraio, con le medesime dinamiche militari: vi è poi il tentativo da parte delle autorità turche di issare una sorta di muro di confine tra due dei cantoni.

Tutti contro tutti e la Russia in mezzo

Su al-Bab quello che sta succedendo in queste ore ha del paradossale. La città nelle mani dell'Isis è stata accerchiata a sud dalle forze russe e governative del regime siriano e a nord dall'esercito turco e dalle milizie filo-turche contrarie ad Assad. Durante l'attacco l'aviazione russa ha ucciso tre soldati turchi, ufficialmente per errore, ma al di là delle scuse formali di Putin al suo omologo Erdogan, non è ancora chiaro se questo accadimento sia stato un avvertimento: non allargarsi troppo.

A ciò si aggiunga che le milizie filo turche sono entrate in contatto con l'esercito fedele al dittatore siriano, costringendo l'esercito russo ad intervenire per fermare gli scontri. Se al-Bab è un nodo strategico sia per la Turchia che per la Siria, lo è anche per l'Isis, poiché rappresenta l'unica via di fuga verso sud-est dove ancoro vi sono avamposti jihadisti. Tocca dunque alla Russia mantenere l'ordine, viceversa i contendenti rischiano di far prevalere in questa faida interna proprio l'Isis.

Strage di civili per le mine anti-uomo

Intanto su Raqqa continua l'assedio delle forze kurde SDF. I jihadisti in fuga stanno seminando sotto terra o coperte da pietre decine di mine, che mettono a repentaglio la vita dei civili prima che dei gruppi armati. Infatti tutte le persone, compresi i bambini, che rimangono colpiti dagli ordigni muoiono prima di poter accedere a qualsiasi cura. L'area coperta dal pericolo mine è enorme e bonificarla diventa quasi impossibile dal gruppo di artificieri kurdi, poiché mancano strumenti appropriati e tempo per poter attivare un intervento efficace. 

Fonte e Credits Ara News

La riconquista di Raqqa e il gioco delle parti

 

Sul fronte orientale della guerra in Siria si continua a combattere con il supporto Usa, dribblando la Turchia.

1 marzo 2017 - Non ci sono soltanto Mosul e al-Bab come teatri di guerra in Siria poiché, sul fronte dei governatorati orientali, cioè Raqqa e Deir ez-Zor, le Forze Democratiche Siriane continuano la loro avanzata, mettendo in sicurezza aree che erano nelle mani dei jihadisti dell’Isis. Almeno 60 villaggi sono stati liberati negli ultimi giorni. Dai dati riportati sull’ultima settimana di guerra, si parla di 172 terroristi uccisi e 8 prigionieri. Inoltre sono state sequestrate armi e munizioni in grande quantità durante l'avanzata verso Raqqa.

Come aggirare le aspettative turche

A supportare il fronte di guerra orientale vi sono l’esercito e l’aviazione americana. L’alto comando statunitense si è recato direttamente sulle prime linee della battaglia per capire come sono organizzate le SDF. Nel frattempo stanno anche intervenendo con rifornimenti di armi ed equipaggiamenti militari per rafforzare il peso militare dei soldati sul campo. Vi è però un aspetto paradossale della vicenda: le SDF sono un esercito formato prevalentemente da kurdi, presente con la sua più importante sigla militare, YPG.

Per non incappare in incidenti diplomatici con la #turchia, che combatte i kurdi sulla linea del proprio confine, l’esercito statunitense ha deciso di consegnare le armi alla componente araba delle SDF. In questo particolare gioco delle parti, gli americani sono consapevoli che l’organizzazione militare delle SDF è l’unica che può realmente attaccare in modo proficuo i jihadisti dell’Isis. Dato ancora più importante è che, su quel fronte, si concentreranno i maggiori sforzi dei terroristi, visto che il loro capo, Al-Baghdadi, dovrebbe trovarsi proprio in quella zona.

La tensione tra Turchia e Rojava

La situazione di continua tensione tra Erdogan e il popolo kurdo soprattutto in Rojava, l’area a nord della Siria che si estende da est a ovest e che confina con la Turchia, ha dei risvolti che molto probabilmente influenzeranno le sorti del conflitto. La notizia delle ultime ore sulle proteste dei cittadini kurdi di Kobane in merito alla coscrizione obbligatoria di leva per gli uomini dai 18 ai 30 anni, sottolinea una sorta di sfinimento alla guerra da parte di questa città kurda, dapprima invasa e poi liberata dall’Isis.

Le rimostranze sono state avanzate soprattutto da parte di chi, durante il conflitto, ha visto morire i propri cari, e non vuole continuare a perderne altri. Del resto, le autorità del cantone hanno assicurato che la leva obbligatoria non vuol dire necessariamente andare a combattere al fronte.

C’è comunque una condizione di incertezza sulle istanze di autonomia dei cantoni del Rojava, che induce all’obbligo del servizio militare, anche quando viene fatto notare da molti cittadini che andare a combattere per liberare Raqqa non significa difendere il proprio territorio. Ma anche qui, secondo le autorità cantonali, contribuire alla liberazione della Siria dall’Isis significa assumere una posizione di rilievo in tutto il contesto della regione.

Fonte: Ara News

L’avanzata dei marines su Raqqa ferma la campagna militare turca

 

Nel nord della Siria si prepara il supporto americano alle forze kurde per chiudere lo scontro con l’Isis e riaprire le sorti del dopoguerra.

10 marzo 2017 - Sembra dirimersi il caos della guerra per procura nel nord della Siria, con l’annuncio ufficiale relativo al sostegno degli Stati Uniti alle Forze Democratiche Siriane, la federazione militare composte da diverse etnie guidata dalle YPG kurde, dove sono presenti arabi, turkomeni e circassi. Se ufficialmente il supporto annunciato dal Pentagono riguarda quello di fornire assistenza e supervisione all’avanzata dei kurdi verso Raqqa, in pratica gli Stati Uniti escono allo scoperto nel "contenzioso" tra la Turchia, che considera come terroristi le YPG, e il popolo kurdo. Sono cinquecento i marines già all’opera con l'artiglieria pesante direzionata su #raqqa, mentre un altro migliaio si accinge a raggiungere il Kuwait in attesa di intervenire.

Concentrarsi su un unico obiettivo

In realtà già con il dispiegamento delle truppe d’élite americane alle porte della città di Manbij era abbastanza chiaro il nuovo orizzonte dell’amministrazione Trump. La città liberata l’estate scorsa dalle SDF era in procinto di essere attaccata dall’esercito turco, questo perché secondo i piani militari di Ankara la guerra nel nord della Siria è funzionale prima di tutto a fermare il radicamento dei kurdi in quell’area.

La Turchia, sia durante l’amministrazione Obama che adesso con Trump, ha voluto stimolare l’alleato Nato a non supportare i kurdi nella guerra contro l’Isis. Ecco il perché della proposta di sostenere l’Esercito Siriano Libero, gruppo anti-Assad e pro Turchia, verso Raqqa. Ma l’esperienza dell’accerchiamento di al-Bab, a nord di Aleppo, che a visto la coalizione anti Isis contrapporsi da un lato con la Turchia e ESL e dall’altro con la Russia e i fedeli ad Assad, ha convinto l’amministrazione americana ad uscire dalla situazione di stand-by.

La necessità di velocizzare l’esito del conflitto

La motivazione data dalla Casa Bianca a questa nuova strategia è legata alla volontà di chiudere in fretta la partita contro l’Isis, punto forte del programma elettorale di Trump, che annunciò la sconfitta dei jihadisti in trenta giorni. Adesso occorre concentrarsi su questo unico obiettivo, migliorando il coordinamento tra gli alleati. In tal senso le vittorie militari sul campo da parte delle SDF sono una garanzia per velocizzare l’andamento del conflitto.

Anche perché c’è da dire che le forze dell’Isis si sono ridotte notevolmente: da diecimila uomini a poco più di duemila. Se a ciò si aggiunge che secondo fonti della Cia il califfo al-Bagdadi, dopo essere fuggito da Mosul, non sembra che sia riuscito a raggiungere Raqqa, ma stazioni in un’area desertica tra Iraq e Siria, questo certifica il modo in cui il sedicente Stato islamico sia in via di dissolvimento.

Tra l’altro, rispetto alle ipotesi iniziali, anche la presa definitiva di Mosul, dove gli Stati Uniti hanno creato strutture di supporto per l’esercito iracheno, sembra velocizzarsi notevolmente, dopo la creazione dei corridoi umanitari per i civili verso i campi profughi.

La gestione del dopoguerra

Ma c’è ancora un altro elemento di novità che riguarda il futuro della Siria. A segnalarlo è stato il generale Joseph Votel, capo del comando centrale degli Stati Uniti, il quale ha presentando in una commissione senatoriale la nuova strategia parlando dell'importanza di una presenza americana determinante in Siria per garantire una transizione pacifica. Nel dopo guerra sarà infatti fondamentale la gestione degli aiuti umanitari e gli investimenti per rimettere in piedi la città di Raqqa…

FONTI: AraNews, Al Jazeera

Nuova strategia di attacco su Raqqa

 

Aereotrasportati i miliziani arabo-kurdi nei pressi della città siriana roccaforte dell’Isis.

23 marzo 2017 - L’apporto dell’apparato bellico americano alle milizie delle SDF, le Forze Democratiche Siriane, coalizione arabo-kurda, per la presa di #raqqa, si sta sviluppando con l’uso di una nuova strategia militare. Per la prima volta un ponte aereo ha permesso ai miliziani alleati di essere aereotrasportati a 40 chilometri a ovest da Raqqa, per la conquista della diga di Tabqa, sul fiume Eufrate. Il Pentagono non ha chiarito quanti aerei sono stati utilizzati per l’azione che è scattata nelle prime ore del mattino di mercoledì 22 marzo, prima dell’alba, prendendo di sorpresa i jihadisti dell’Isis che controllavano la zona. Elicotteri Apache statunitensi hanno fatto da supporto al ponte aereo, mentre violenti scontri si stanno susseguendo.

Una posizione nevralgica

La diga di Tabqa è un punto nevralgico relativamente a tutta la missione su Raqqa, poiché fornisce energia elettrica all’intera regione e nel caso in cui l’Isis decidesse di sabotarla questo rappresenterebbe una gravissima emergenza umanitaria. La diga è infatti un elemento chiave per gran parte del sistema agricolo nord siriano. A ciò si aggiungono altri importanti fattori legati al posizionamento geografico. Innanzitutto perché insieme ai quattro villaggi vicini già liberati le SDF saranno in condizione di isolare Raqqa da tre lati, chiudendo l’accesso ad una importante strada che collega Deir al-Zor e Aleppo.

L’area inoltre è l’ultimo baluardo del sedicente Stato islamico a ovest dell’Eufrate, da cui provengono i combattenti jihadisti stranieri, il cui flusso si è già ridotto di parecchio rispetto al passato. Infine nelle vicinanze della diga vi è un aeroporto militare ed una prigione dove sono rinchiuse molte persone che potrebbero essere usate come scudi umani.

Le YPG kurde alleate degli Usa e attaccate dalla Turchia

Le YPG kurde alleate degli Usa e attaccate dalla Turchia Il ponte aereo sulla diga segna una nuova fase dell’alleanza militare tra Stati Uniti ed SDF e sottolinea la fiducia nei confronti delle capacità di combattimento della coalizione di miliziani dove prevale il temperamento del gruppo kurdo YPG.

Quest’ultimo, impegnato in altri fronti, prevalentemente nel nord della Siria, ha garantito la nascita della confederazione democratica cantonale kurda chiamata Rojava. Nello stesso giorno dell’operazione condotta su Raqqa con gli Stati Uniti, si è trovato a dover difendere la città kurda di Afrin dai bombardamenti dell’esercito turco, che contro il popolo kurdo sta conducendo una guerra personale. Un attacco che ha causato decine di vittime, tra cui donne e bambini, e parecchi feriti in condizioni critiche. Un massacro stigmatizzato dal comando YPG, il quale ha annunciato che la loro risposta non si farà attendere.

La denuncia di un attacco aereo contro i civili

Nel frattempo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, cioè la controversa organizzazione che monitora la guerra da Londra, ha denunciato gli Stati Uniti di aver bombardato, proprio attraverso un attacco aereo di lunedì scorso, una scuola di al-Mansoura ad ovest di Raqqa, uccidendo 33 sfollati che li riparavano.

Il Pentagono non ha né smentito né confermato, dichiarando che vi sono accertamenti in corso. Non è la prima volta che l’aviazione americana è accusata di bombardare obiettivi civili. L’ultimo caso è della settimana scorsa alla moschea di Jeenah, nella provincia di Idlib a ovest di Aleppo, dove hanno visto la morte 40 civili. Se inizialmente l'azione veniva assegnata alla Russia, in quella occasione il Pentagono smentiva categoricamente ogni responsabilità.

FONTI: Bbc, Reuters, Aranews

La rivoluzione kurda riparte da Raqqa

 

Con la liberazione di Raqqa, condotta dalle forze militari kurde e arabe, capeggiate dalle donne dell’YPJ, riparte la rivoluzione del modello sociale dal basso del Rojava.

19 ottobre 2017  - Gli ultimi bastioni della resistenza jiadista a Raqqa sono stati l’ospedale e lo stadio, dove 300 civili erano tenuti prigionieri per essere utilizzati come scudi umani. La zona completamente bonificata ieri è la l'ultima fotografia di un attacco iniziato, nella la sua  fase finale, nel marzo di quest’anno. Non ci sono ancora notizie certe su che fine abbiano fatto gli ultimi affiliati all’Isis rimasti ad immolarsi per il califfato. Certo è che la liberazione di Raqqa, rappresenta la più grande rivincita delle donne kurde, le vere protagoniste di questa guerra nel nord della Siria. Sono state loro al comando dell’offensiva con quella organizzazione perfettamente addestrata che si chiama YPJ, Unità di Difesa delle Donne, punta di diamante delle Forze Democratiche Siriane, la coalizione militare kurdo-araba, nata nell’ultima fase dello scontro bellico.

La liberazione metro per metro

Metro per metro hanno combattuto in questi mesi e in questi giorni, certamente favoriti dall’appoggio logistico e aereo dell’esercito americano, garantito dall’estate di quest’anno. Le difficoltà non erano tanto costituite dalla difesa militare dell’Isis, poiché mai i jihadisti sono riusciti a tenere testa alle soldatesse e ai soldati kurdi, anche prima del sostegno Usa, che ha sicuramente velocizzato il processo. Le vere difficoltà sono state rappresentate dai fossati, dalle aree minate, dai civili usati come scudi umani. Ma metro per metro hanno liberato case, quartieri, villaggi. Man mano che i territori circostanti venivano liberati gli abitanti sono stati evacuati in zone sicure e fatti rientrare dopo le dovute bonifiche. Così si è arrivati fino al centro della città, allo stadio e all’ospedale.

Il sorriso della Comandante

Negli ultimi giorni le foto della comandante Rojda Felathanno invaso i mezzi d’informazione. Il suo sorriso è diventato il simbolo di questa liberazione perché è stata proprio lei a guidare le YPJ nell’offensiva finale. Lei l’aveva giurato, nel gennaio di quest’anno, quando diventava una tra le maggiori responsabili dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, che il loro impegno sarebbe stato massimo per liberare dalla schiavitù dell’Isis le donne yazide. 

In una intervista all’agenzia di stampa  ANHA aveva così dichiarato: “Abbiamo già promesso erinnoviamo la nostra promessa che noi come YPJ ci batteremo per liberare le donne yezide. La nostra partecipazione come YPJ nelle file dell’operazione Ira dell’Eufrate è la prova che stiamo continuando la nostra lotta fino a quando tutte le donne oppresse dall’ISIS saranno liberate”. Vendute come schiave al mercato di Mosul, rapite, stuprate, schiavizzate, hanno visto massacrare i propri uomini, sono state seppellite nelle fosse comuni.

Catturate e trasferite a Raqqa come schiave sessuali dei jihadisti. Quello delle donne yazide è un capitolo atroce di questa guerra, che nelle montagne del Sijar in Iraq, nel 2014, hanno subito un vero e proprio genocidio.

L’incubo del sultano

Ma quello delle YPJ, con il loro sforzo militare di questi anni, è una esperienza davvero unica. Può essere definita come l’azione militare di un percorso politico avviato proprio dopo la la liberazione di Kobane, dove sono state protagoniste. E’ in quel momento che prende formail modello confederale cantonale dal basso del Rojava, la regione autonoma della Siria del Nord, fondata sui comitati di base, con un sistema normativo costruito proprio sulle istanze femminili. Un incubo per il sultano della Turchia Erdogan, la cui presenza “doppiogiochista” sui campi di battaglia siriani è finalizzata proprio a reprimere le istanze del Rojava.

Ancora Rojda Felat “Il nostro approccio a questa campagna non è limitata semplicemente alla liberazione delle donne; stiamo lavorando anche per organizzare, informare e portare un ruolo molto attivo per le donne. I tempi della schiavitù delle donne sono finiti; mentre tradizionalmente veniva dato loro il ruolo di cucinare e avere bambini, oggi sono più forti che mai, portano armi e combattono il peggior gruppo terrorista che il mondo abbia conosciuto per difendere il loro popolo e la loro terra”.

Credits  Reuters