Cap 3: LE DONNE KURDE IN PRIMA LINEA

 

Gli esempi storici straordinari che abbiamo precedentemente citato, accostando le guerriglie di resistenza, dove le donne hanno assunto un ruolo centrale nelle azioni di supporto, si differenziano dal caso kurdo. Si, perché le donne in questo caso non hanno avuto un ruolo di supporto, le staffette della resisienza italiana o francese, il supporto infermieristico, nella seconda fase della guerra civile spagnola, ma hanno combattuto, e continuano a combattere in prima linea, assumendo spesso posizioni di comando. In realtà l'intero modello sociale dal basso del Rojava è stato costruito sul protagonismo femminile, unico esempio al mondo.

Un popolo al femminile

L'assemblea delle donne

 

Quello che succede nel cantone di Kobane in Rojava, nel Kurdistan occidentale, che copre il territorio della Siria settentrionale, é qualcosa di straordinario, nel contesto dei rigurgidi da primo novecento che si affacciano in Europa.

29 ottobre 2015 - L'Assemblea delle donne di Kobane ha elaborato delle disposizioni di legge per il Cantone. Vengono vietati i matrimoni precoci delle bambine, organizzati dalle famiglie, e viene vietata anche la poligamia. Queste disposizioni verranno condivise sul territorio sia attraverso forme di educazione sociale che diffuse nelle assemblee di quartiere.

Una comunità fondata sulle prerogative delle donne

L'intento è proprio quello di costruire una società democratica basata sulle leggi delle donne. Dal sito internet sulla rete internazionale del Kurdistan, riportiamo una dichiarazione di Ruken Ehmet, dell’amministrazione cantonale: "Abbiamo bisogno di fornire informazioni sulle leggi nel modo più comprensibile. È solo attraverso l’educazione che possiamo cambiare una società creata attraverso 5000 anni di dominazione maschile e di mentalità patriarcale. La migrazione a causa della guerra ha colpito il nostro lavoro, ma questo non significa che sia stato interrotto. Secondo le decisioni che abbiamo assunto continueremo l’educazione in tutti gli ambiti della società. Attraverso le assemblee di quartiere stiamo raggiungendo ogni persona. Le assemblee di quartiere devono risolvere la questione delle donne. Le donne, gli eletti, e tutte le amministrazioni quindi devono prendere forza e partecipare attivamente a questo lavoro".

Il paradosso storico

L'aspetto più paradossale che riguarda la questione kurda, in questo momento, vede in Siria i kurdi combattere contro il terrorismo jihadista, con il plauso della comunità internazionale,mentre  gli stessi kurdi che vivono in Turchia, proprio in quell'area al confine con la Siria, sono considerati terroristi dal sultano. Tra le altre cose, Erdogan, proprio ieri, ha mandato la polizia a chiudere la sede di un gruppo editoriale apertamente a lui avverso, a pochi giorni dalle elezioni politiche.

FONTE: Rete internazionale del Kurdistan

Il laboratorio politico-territoriale

 

La resistenza kurda è quella che, proprio sui campi di battaglia, ha messo un argine all’avanzata militare dell’Isis. Kobane è stata l’area nevralgica su cui si è combattuto.

15 novembre 2015 - Una resistenza militare, quella kurda, quasi tutta portata avanti dalle donne, attraverso aspri e cruenti combattimenti che hanno determinato la distruzione dell'80 per cento della città. In tal modo questa resistenza è riuscita a spodestare Daesch, ristabilendo un ordine costituito all'interno del quale si sta creando un vero e proprio laboratorio politico-territoriale.

La salvaguardia dei diritti

In pratica, l'Assemblea delle donne di Kobane ha elaborato delle disposizioni di legge per il Cantone. Vengono vietati i matrimoni precoci delle bambine, organizzati dalle famiglie, e viene vietata anche la poligamia. Queste disposizioni vengono condivise sul territorio sia attraverso forme di educazione sociale che diffuse nelle assemblee di quartiere.

La legge delle donne

L'intento è proprio quello di costruire una società democratica basata sulle leggi delle donne. Dal sito internet sulla rete internazionale del Kurdistan, riportiamo una dichiarazione di Ruken Ehmet, dell'amministrazione cantonale: "Abbiamo bisogno di fornire informazioni sulle leggi nel modo più comprensibile. È solo attraverso l'educazione che possiamo cambiare una società creata attraverso 5000 anni di dominazione maschile e di mentalità patriarcale. La migrazione a causa della guerra ha colpito il nostro lavoro, ma questo non significa che sia stato interrotto. Secondo le decisioni che abbiamo assunto continueremo l'educazione in tutti gli ambiti della società. Attraverso le assemblee di quartiere stiamo raggiungendo ogni persona. Le assemblee di quartiere devono risolvere la questione delle donne. Le donne, gli eletti, e tutte le amministrazioni quindi devono prendere forza e partecipare attivamente a questo lavoro".

FONTE: Uiki Onlus

La vendetta delle donne yazide contro l’Isis

 

Le donne della minoranza kurda si trovano in prima linea a combattere tra l’Iraq e la Siria al fine di liberare le loro “sorelle” ridotte in schiavitù nei due anni di occupazione jihadista.

17 novembre 2016 - Sono state rapite, stuprate, schiavizzate, vendute nel mercato pubblico di Mosul, bruciate vive, massacrate e seppellite nelle fosse comuni. Hanno urlato il proprio dolore per essere state allontanate dai figli, usati come scudi umani. Hanno pianto i loro mariti e familiari trucidati.

Il massacro

Il massacro del 2014 Adesso, nel quadro della guerra siriana, urlano la loro rabbia e invocano la vendetta, che da un anno preparano nascoste tra le montagne del Sinjar, nel nord-ovest dell’Irak, a 160 chilometri da Mosul, la cui principale città, Shengal, fu scenario, nell’estate del 2014, di un vero e proprio massacro collettivo da parte dell’Isis nei loro confronti.

La città fu liberata nel novembre 2015 dai peshmerga insieme ai combattenti del PKK di AbdullahÖcalan, ma molti villaggi della catena montuosa del Sinjar  rimasero sotto occupazione del califfato. Difficile calcolare allo stato attuale il numero delle vittime: tra le 15.000 e le 20.000 unità.

Le Unità delle Donne di Sinjar

La notizia arriva dal KJK, “Komalên Jinên Kurdistan” (Comunità delle donne del Kurdistan), che fa riferimento al Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan e di lotta universale delle donne, che in un comunicato emesso ieri annuncia l’inizio delle operazioni militari su tutti i villaggi adiacenti alla catena montuosa.

L’organizzazione militare che si sta posizionando nei luoghi strategici si chiama YJS, Unità delle Donne di Sinjar, organizzate ed addestrate proprio dal PKK subito dopo il massacro di Shengal, per rafforzare la resistenza yazida degli epigoni uomini YBS (Unità di resistenza del Sinjar), proprio quando si trattò di riprendere la città.

La deportazione delle “schiave” yazide

Ma questo non è tutto, perché uno dei più importanti luoghi strategici delle combattenti YJS è la Tal Afar che si trova tra Mosul e Raqqa in Siria. Questo perché nella fuga dell’Isis tra le due città sono state deportate tantissime donne yazide ridotte in schiavitù. In tal senso, risuona la dichiarazione di una ufficiale delle YJS: «Non abbiamo dimenticato quelle donne yazide vendute nei mercati di schiavi a Mosul  o bruciate vive. Sappiamo che molte sono ancora prigioniere dell’Isis, e ci aspettano per essere salvate. Noi non ci fermeremo fino a quando tutte saranno libere, fino a quando non ci vendicheremo…».

Movimento delle donne libere yazide

Ma la guerra che le donne yazide stanno combattendo, prima che da esigenze militari, parte da una visione ideologica del ruolo delle donne, che ha preso forma il 25 settembre scorso con la nascita del Movimento delle donne libere yazide, in seguito alla seconda Assemblea delle donne di Shengal. Nella dichiarazione d’intenti, la prima motivazione che si legge è la seguente:  Per allargare la lotta sulla libertà delle donne, contro le strutture di potere patriarcali e sviluppare una organizzazione sociale democratica e libertaria basata sulla forza di se stesse e la volontà…

Fonti: ANF News, ARA News, independent.co.uk

Tra esercito turco e unità militari delle donne

 

Si susseguono i combattimenti al confine con la Siria, mentre in Turchia vengono arrestati centinaia di kurdi.

15 febbraio 2017 - La guerra che il governo di Ankara sta conducendo contro il popolo kurdo continua a svolgersi sia fuori che dentro i confini. All’altezza dei cantoni di Kobane ed Afrin, nel nord della Siria, è in via di costruzione un muro che separa la linea di confine tra i due paesi.

Gli sconfinamenti

Gli sconfinamenti nella zona kurda, in quella striscia autoproclamatasi regione autonoma del Rojava, provocano continui combattimenti, come quello di lunedì 13 febbraio. Lo stesso giorno, questa volta dentro i confini del paese, la polizia ha condotto in diverse provincie “raid simultanei”, come li descrive l’agenzia nazionale Anadolu, arrestando centinaia di persone affiliate al PKK e non solo.

La difesa delle donne 

E’ l’agenzia Ara News a riportare la notizia dei nuovi scontri militari innescati dallo sconfinamento dell’esercito turco verso la città di Amuda, governatorato di al-Hasaka, nel nord-est della Siria, città a maggioranza kurda e assira, dentro quella striscia di terra che rappresenta il Kurdistan siriano chiamato Rojava.

Più precisamente l’esercito turco è penetrato nelle vicinanze del villaggio di Kharza a 10 chilometri a ovest da Amuda. Ad attenderli vi era una unità YPJ, “Unità di Difesa delle Donne” il gruppo militare kurdo formato da sole donne che ha contribuito a liberare il nord della Siria dall’invasione dell’Isis. Solo due soldatesse ferite nel conflitto. Dopo tre ore di scontri le truppe turche si sono ritirate oltrepassando il confine. Questo ultimo scontro avviene dopo il bombardamento di una settimana fa nel quartiere kurdo di Afrin.

Gli arresti alle porte del referendum

Dentro i confini del paese il governo di Ankara continua invece la sua azione repressiva contro il PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan, il cui leader è Abdullah Öcalan, prigioniero da anni delle galere turche. Sono state attivate azioni di polizia in 37 provincie con 837 arresti. Secondo quanto riportato da al-Jazeera la polizia avrebbe dichiarato di aver sequestrato kalashnikov, pistole, fucili e munizioni.

Una operazione in grande stile figlia dello stato di emergenza che vige nel paese dopo il tentato golpe dell’estate scorsa, e in attesa dello svolgimento del referendum costituzionale che si terra il 16 aprile per trasformare la #turchia in repubblica presidenziale. In realtà tra le fila degli arrestati ci sono esponenti del Partito democratico popolare pro-kurdo, HDP, presente all’interno del parlamento turco, come denunciano i loro dirigenti.

Negli ultimi due giorni sarebbero circa 300 gli arrestati, tra membri e dirigenti, per un totale di 1200 da quando è in vigore lo stato di emergenza. In una nota del comitato esecutivo dell’organizzazione politica si legge che l’obiettivo di questa operazione di polizia è quella di tenere il referendum senza la presenza dell’HDP.

FONTI: ARA News, Al Jazeera

Il genocidio e la schiavitù yazida in Iraq

 

Nei campi profughi dell’Iraq settentrionale si ritrovano i sopravvissuti del popolo yazida che hanno subito un vero e proprio genocidio da parte dell’Isis durante i tre anni di occupazione delle loro terre sulle pendici del Sinjar.

Novembre 2017 - La minoranza kurda yazida abita le pendici del monte Sinjar. L’occupazione da parte del sedicente Stato islamico o Daesh, secondo la denominazione araba, avvenne nell’agosto del 2014. Pochi riuscirono a fuggire prima che i sanguinari jiadisti perpetrassero uno tra i peggiori scempi umani compiuti negli anni di guerra.

L'occupazione delle terre  

Quando l’Isis occupò le terre yazide, nel disinteresse dei peshmerga kurdi iracheni, che nulla fecero per difenderli, avviò una vera e propria pulizia etnica. Secondo stime dell’Onu, tremila persone vennero trucidate e seppellite per lo più in fosse comuni. Seimila invece vennero rapiti, in prevalenza donne, soggiogate come schiave sessuali. Molte di loro furono vendute al mercato di Mosul e portate a Raqqa. 

La capitale Shengal venne liberata l’anno dopo, nel 2015, da quei peshmerga che li avevano abbandonati, ma c’era anche il PKK, il partito dei lavoratori kurdi di Abdullah Öcalan, che in quella zona aveva le sue migliori colonne. E furono proprio i soldati del PKK ad addestrare molte donne yazide che decisero di imbracciare le armi per liberare le loro sorelle ancora sotto il giogo dell’Isis: era nato il  “Komalên Jinên Kurdistan”, Comunità delle donne del Kurdistan.

La tragedia di un popolo soggiogato

Un gruppo etnico, quello yazida, che prima dell’invasione dell’Isis contava circa 400 mila unità. Oggi c’è qualcuno di loro che accusa gli arabi sunniti, vicini di casa, che li vendettero ai jihadisti. Chi aveva cercato di fuggire, donne, anziani, bambini erano stati trucidati. Poi le prigioni, dove le donne erano state rinchiuse e stuprate a turno. I militanti di Daesh usavano fare assistere alle altre donne mentre le loro sorelle venivano violentate. Picchiate regolarmente e costrette a convertirsi all’Islam. Chi riusciva a scappare sul monte Sijar, doveva percorrere strade dove capitava di calpestare i cadaveri.

Questa vicenda ha richiamato l’attenzione internazionale al punto che alcuni paesi come  Francia, Germania, Canada e Australia si sono offerti di concedere loro asilo, mentre alcune ONG, come sottolinea Al-Jazeera, hanno cercato di sostenere migliaia di sfollati. E qui vi è un’altra accusa che esce fuori dai campi profughi: “Quando abbiamo raccontato le nostre storie non ci hanno creduto. Non abbiamo ricevuto nessun supporto psicologico per quello che abbiamo dovuto subire”.

Quelle macerie che non sono solo materiali

Adesso che il terrore è passato le macerie più profonde sono quelle identitarie, dal punto di vista sociale, morale e religioso. Il governo iracheno è tornato a disinteressarsi del popolo yazida. Gli sfollati sono lasciati in balia di se stessi, in pochi ancora riescono a rientrare nelle proprie case, e le macerie materiali fanno da sfondo a tutto il Sinjar, senza nessun intento verso una riconciliazione nazionale. L’unica risposta è quella del popolo stesso attraverso uno spirito di solidarietà e di auto-aiuto l’uno con l’altro.

Considerato che ogni famiglia ha uno o più lutti che pesano nella ricostruzione identitaria prima che fisica, c’è da dire che chi non si trova nei campi profughi o è morto o è ancora alla macchia. Poi ci sono i tantissimi cadaveri che non hanno ricevuto sepoltura, per cui i loro cari non hanno neanche un luogo dove poterli piangere. Infine,  ci sono ancora parecchie donne di cui non si sa niente, praticamente disperse.

Ecco perché molte di quelle combattenti che si sono armate per difendersi dall’Isis, formando le YJS, Unità delle Donne di Sinjar, epigoni delle YBS cioè le Unità di Resistenza del Sinjar, non hanno deposto le armi ma continuano la loro lotta fin quando tutte le loro sorelle verranno liberate.

Credits Reuters