Cap10: L'ULTIMO AVAMPOSTO

 

Dopo l'assedio di Afrin, il sultano turco, incuneato tra gli interessi di Mosca e Washington, continua a perseguire la sua aggressione su altre aree del Rojava, controllate dagli Usa, il cui presidente, ha deciso di lasciare campo aperto alla Turchia, abbandonando il popolo kurdo, dopo averlo usato. Così il mondo ha imparato a girarsi dall'altra parte per non vedere il supplizio della Siria del Nord, sotto assedio dei jihaisti, protetti dall'aviazione turca.

Una nuova strategia per sopravvivere

Assalto all’ultimo avamposto dell’Isis

 

Nel perimetro di un chilometro quadrato, in un villaggio della Siria orientale, alcune centinaia di jihadisti si sono asserragliati, assediati dalle SDF, tra i civili in fuga e quelli rimasti in trappola.

 

13 febbraio 2019 – Baghouz è un villaggio nella provincia di Deir Az Zor, nella Siria orientale. Qui, concentrati in un chilometro quadrato, ci sono gli ultimi sparuti uomini dell’Isis: sembra tra le 400 e le 600 unità. Sono uomini che provengono prevalentemente dall’Europa e dalla Turchia, quelli allevati per anni sotto la protezione del sultano Erdogan, che adesso è formalmente loro oppositore.

L’attacco concentrico fino alla morte

Sono uomini che già sanno di dover perire, quindi stanno combattendo furiosamente, prima di vendere cara la pelle… Questo chilometro quadrato è assediato dalle SDF, le unità combattenti della regione autonoma del nord della Siria, a guida kurda. Il loro portavoce ha spiegato all’agenzia Reuters che le ostilità sono esplose martedì 12 febbraio, motivo per cui centinaia di persone sono fuggite dalla zona di battaglia durante la notte. Gli attacchi sono supportati dalle forze aere statunitensi, le quali hanno determinato la morte di 16 civili, tra cui sette bambini.

L’ennesima strage di civili

Quello della strage dei civili è un altro tema, assai ricorrente in questa guerra. In qualche modo si sta ricreando la medesima situazione di Mosul, poiché lanciare missili in un’area così piccola si traduce automaticamente nella strage di civili. Dal punto di vista bellico non esistono altre opzioni, dicono dal comando americano, visto che i soldati dell’Isis sono trincerati in questo pezzettino di villaggio.

Il fulcro di questa battaglia aerea è rappresentata da una moschea utilizzata dall’Isis per coordinare gli attacchi, anche con l’impiego delle autobombe suicide contro le SDF. Da lunedì sono scappati dal villaggio circa 1500 civili, ma in centinaia sono rimasti bloccati. La descrizione fatta da alcuni di quelli riusciti a mettersi a riparo è ridondante in questo conflitto: “Non c’era cibo, mangiavamo erba da terra come le pecore… Daesh aveva bloccato le strade e i contrabbandieri volevano migliaia di dollari”.

Ancora i soliti interessi per procura

Una battaglia questa che fotografa ancora una volta la schizofrenia degli interessi che si giocano in nome della lotta all’Isis: quelli della Turchia da un lato e quelli statunitensi dall’altro… Gli uni impegnati a spodestare i kurdi dal nord della Siria, così come hanno fatto con Afrin.

Perché ufficialmente le SDF, che stanno chiudendo il conto aperto con l’Isis sul campo, da Erdogan sono considerati terroristi. Poi ci sono gli Stati Uniti, che prima hanno dichiarato di volersene andare dalla Siria, poi hanno fatto endorsement per i kurdi, e a tutt’oggi continuano a combattere sul campo, facendo danni alla popolazione civile…

FONTE: Al Jazeera Foto in evidenza: Reuters Credits: AFP

La nuova strategia militare kurda sul territorio siriano

 

I comandanti delle Forze Democratiche Siriane hanno stilato il nuovo documento strategico che riguarda le dinamiche inerenti alla situazione siriano nel futuro prossimo.

18 febbraio 2019 – Si sono incontrati a Hedeke, nel fine settimana, gli ufficiali delle SDF, l’esercito multietnico e multiconfessionale del nord della Siria a guida kurda. C’erano i comandanti di tutti i consigli e le istituzioni militari della regione autonoma della Siria del Nord. I motivi erano tanti, dato che l’unico baluardo sul campo per combattere l’Isis sono proprio loro. Alleati tradizionali degli Stati Uniti, che li vorrebbero lasciare al loro destino e considerati terroristi dall’altro competitor della guerra per procura siriana: la Turchia del sultano Erdogan.

Gli sviluppi possibili e i due piani paralleli

Ma i possibili sviluppi del ritiro americano dalla Siria, come l’aggressione e l’aggressività del sultano, non sono stati gli unici ambiti di dibattito: i rapporti con il governo siriano e le future questioni di sicurezza sono stati gli altri temi toccati. Considerato che gli ultimi resti dell’Isis sono quello sparuto gruppo di jihadisti asserragliati nella piccola area di Baghouz, l’obiettivo primario è intanto salvare prigionieri e civili.

I due piani paralleli che costituiscono la nuova strategia militare, così sono state sintetizzate: da un lato occorrono operazioni militari e di intelligence con il supporto della Coalizione internazionale per eliminare le cellule segrete. Poi, è necessaria la cancellazione dell’Isis dal punto di vista sociale, ideologico e finanziario.

L’invasore turco

Per ciò che concerne la minaccia turca all’autonomia regionale della Siria del Nord, il Consiglio militare ha stigmatizzato l’invasione militare dell’esercito di Erdogan ad Afrin, Bab, Jarablus e Idlib. Sicuramente c’è la consapevolezza di doversi preparare ad un massiccio attacco, quand’anche una soluzione politica, con la supervisione della Comunità internazionale, potrebbe essere l’unica strada per la pace.

Ma il richiamo alla Comunità internazionale diventa non più teorico ma pratico sul discorso inerente alla famosa zona cuscinetto nel nord siriano, tanto voluta da Erdogan… Se quindi da un lato il riconoscimento del dialogo nazionale e sovranazionale diventa un motivo d’interesse, nella programmazione militare delle SDF vi è la riconquista di Afrin, con il ritorno del suo popolo e l’arresto del cambiamento demografico avviato dalla Turchia insediando al posto degli abitanti del cantone jihadisti riciclatisi e passati dall’Isis sotto la protezione del sultano.

Il dialogo con Assad

Sembra chiaro che il Consiglio militare delle SDF vede nel rapporto di dialogo con il governo di Assad il principale elemento di risoluzione della situazione siriana. Questo perché le istanze multiconfssionali dell’Amministrazione autonoma siriana settentrionale e orientale, non si rifanno all’indipendenza ma all’autonomia della regione, nel contesto di una Siria unita.

FONTE: ANF Foto in evidenza: ANF Credits: REUTERS/Hosam Katan

La trappola siriana per gli ultimi jihadisti dell’Isis

 

Nel distretto di Baghouz, dove da circa un mese sono iniziate le operazioni di accerchiamento dell’avamposto finale, gli affiliati e le loro famiglie si mischiano ai civili assediati, ma vengono immediatamente individuati dalle SDF a guida kurda.

7 marzo 2019 – Le Forze Democratiche Siriane (SDF), l’esercito della regione autonoma del nord della Siria, a guida kurda, alleati, in questo frangente, degli Stati Uniti, che li supportano attraverso azioni aeree, stanno ultimando le operazioni belliche intorno al villaggio di Baghouz, al confine con l’Iraq. E’ lì che da circa un mese sono asserragliati centinaia di jihadisti, tutti stranieri, con le loro famiglie.

Le famiglie dell’Isis

L’ultima evacuazione è stata ieri: 400 combattenti dell’Isis sono stati catturati mentre cercavano di fuggire, mimetizzandosi tra i civili assediati, mentre circa 2000 si sono arresi di loro spontanea volontà. La bonifica dell’area sta comportando due livelli di evacuazione. Il primo riguarda le famiglie dei jihadisti, che vengono trasportati con i camion in campi per sfollati attrezzati, come quello di Hasakah al-Hol.

Qui sono arrivati in questa setimana cuirca 4000 tra donne e bambini. Poi ci sono i veri e propri arresti dei tagliagole dell’Isis, trasporati nei centri di detenzione. In tutto, dall’inizio dell’operazione, sono state evacuate circa 10000 persone. Allo stato attuale rimangono ancora alcune centinaia di combattenti con le rispettive famiglie che non vogliono arrendersi.

Le minacce delle donne jihadiste

Le operazioni di evacuazione sono caratterizzate dall’aggressività delle mogli dei jihadisti. Mentre venivano fatte salire sui camion, “intonavano” urla contro i militari delle SDF e i giornalisti presenti: “Lo Stato islamico resterà, Dio è grande, Dio è grande, lo Stato islamico resterà”.

L’assedio delle SDF su Baghouz si è sviluppato su tre assi. Quella sull’asse orientale è stata sospesa proprio per creare un corridoio utile a quelle famiglie jihadiste che hanno accettato di arrendersi, dopo il tentativo di utilizzare razzi termici e autobombe. Il primo marzo l’assedio è ripreso e i soldati dell’SDF, hanno trovato famiglie nascoste dentro delle trincee scavate sottoterra.

I bambini rapiti

La bonifica dell’area distrettuale ha portato alla scoperta di 13 bambini rapiti dai jihadisti: 9 yazidi provenienti da Shengal e 4 sciiti turkmeni di Tal Afar. Sono stati soccorsi e trasferiti in aree sicure, dove hanno potuto ricevere cure mediche, ma non si sa ancora il tipo di traumi riportati. Si sta cercando di chiarire le loro identità, per farli ricongiungere alle famiglie.

FONTI: Al Jazeera, ANF, ANHA Foto in evidenza: Bulent Kilic AFP CREDITS: Andrea Rosa AP, ANHA, ANF

Il consiglio delle donne nord siriane per una società aperta

 

Si sono incontrate per la prima volta, le donne della regione autonoma del nord ed est siriano, per continuare a costruire una società libera e democratica, contro l’invasione e le minacce della Turchia di Erdogan.

14 marzo 2019 – Il primo incontro del Consiglio delle donne del nord e dell’est della Siria si è svolto nella città di Qamishlo, il 13 marzo. Hanno partecipato le rappresentanti di 21 partiti politici, di 23 organizzazioni femminili e dei consigli territoriali. Erano presenti inoltre le delegate del Coordinamento delle donne nell’Amministrazione autonoma nella Siria settentrionale e orientale e del Consiglio delle donne siriane (MSD). E’ stato nominato un comitato apposito di nove componenti per preparare il documento politico da sottoporre alla prossima riunione al fine di discuterlo e votarlo. Tutto questo avviene nel contesto di un’area, in cui la politica del terrore turca sta cercando di distruggere le conquiste di questo modello di democrazia dal basso, rappresentato dall’autoproclamata autonomia regionale.

Una società siriana libera e democratica

E’ questo lo slogan con cui delegate e rappresentanti di tutti gli organismi di base territoriali, presenti all’interno della Regione Autonoma del nord della Siria, si sono date appuntamento ieri a Qamishlo. Donne arabe, kurde, assire e armene hanno individuato il loro scopo nel rafforzamento del sistema territoriale e decisionale all’interno del quale la dimensione femminile è stata posta al centro delle dinamiche gestionali dell’area. Fin dagli albori di questo modello unico al mondo di democrazia dal basso, risalente a sette anni orsono, i consigli territoriali e distrettuali sono stati dimensionati proprio sulla questione femminile in Medio Oriente, con l’abolizione di alcuni precetti come i matrimoni combinati, la sudditanza al mondo maschile, etc…

“Deve essere formato un sistema che unisca la visione e la volontà delle donne nella Siria settentrionale e orientale”.

Le stragi jihadiste delle donne

In questi anni però, le donne siriane sono state protagoniste in negativo della selvaggia aggressione jihadista… Il sacrificio delle donne yazide a Shengal, con stupri, schiavismo, vendita al mercato di Mosul e fosse comuni, ne è l’espressione più atroce, poiché esprime un modello utilizzato in tutti i luoghi dove l’Isis si è insediato. Ed è stato proprio questo l’ambito più dibattuto, nel contesto degli aspetti politico-organizzativi, cioè come superare gli effetti nefasti prodotti dai mercenari jihadisti.

“È un grande passo strategico per proteggere i passi in avanti delle donne nel nord e nell’est della Siria durante questi anni e per garantire i diritti sociali, politici e costituzionali delle donne nella futura Siria”.

Anche perché la distruzione dei corpi e delle anime non è stata solo la prassi dei militanti dell’Isis, ma anche dei fuoriusciti assoldati da Erdogan, il sultano turco, che con una operazione di trasformazione demografica e di pulizia etnica, ha occupato e “ridefinito” il distretto di Afrin.

“Tuttavia, è ancora necessario intensificare gli sforzi per raggiungere una vita giusta nella nostra società. Pertanto, deve essere formato un sistema che unisca la visione e la volontà delle donne nella Siria settentrionale e orientale”.

FONTI: ANHA Immagine in evidenza: ANHA Credit: AFP, ANF, UIKI

In Turchia il popolo kurdo vince le elezioni contro la repressione dell’esercito

 

Una vittoria schiacciante su otto città e 45 distretti metropolitani, quella del partito kurdo HDP, i cui leaders due anni fa sono stati arrestati per terrorismo e molti co-sindaci distrettuali sospesi e commissariati.

3 aprile 2019 – In centinaia si sono ritrovati nel campo del cantone siriano di al-Shahba, per festeggiare la vittoria del Partito Democratico dei Popoli (HDP), nelle città della Turchia meridionale, dove sono concentrati i profughi che erano residenti ad Afrin. L’euforia di donne e uomini vittime dell’occupazione militare turco-jihadista che ha ridisegnato la demografia del cantone kurdo, attraverso la pulizia etnica, e con l’espropriazione delle abitazioni per consegnarle alle famiglie jihadiste fuoriuscite dall’Isis, è la chiave di lettura di questa tornata elettorale.

Una speranza

La sconfitta del sultano Erdogan, che aveva annunciato dopo le elezioni l’annientamento dei kurdi nel nord della Siria, consegna a questo popolo martoriato, ma combattente, una speranza in più per il futuro dell’area. Kongra Saleha Mohammed, membro del coordinamento del campo di al-Eser: “I paesi coloniali stanno cercando di annientarci e infrangere la nostra volontà in modo da opprimere la nostra libertà, ma non permetteremo loro di farlo, e la vittoria ottenuta dal popolo kurdo e dalle persone che chiedono la libertà in Turchia è la prova del legame della gente alla loro terra e il loro desiderio di pace, porterà libertà e ristabilirà i diritti delle persone di cui sono state private”.

La risposta alla repressione

La vigilia elettorale, nelle città e nei distretti kurdi della Turchia meridionale, è stata caratterizzata da un vero e proprio stato d’assedio da parte dell’esercito e delle forze dell’ordine. Come ormai da quasi cinque anni, i territori sono stati oggetto di una violenta repressione sia contro la popolazione che contro l’HDP. Un centinaio di abitazioni sono state oggetto di irruzione, decine di militanti e amministratori del partito kurdo sono stati arrestati deliberatamente.

Si voleva impedire che la gente andasse a votare. Il potere quasi assoluto del sultano è stato usato per impedire che le amministrazioni locali tornassero nelle mani dei legittimi rappresentanti del popolo, dopo i diffusissimi commissariamenti avvenuti all’indomani del sedicente tentato golpe. Ma la sua operazione “ripulista” non è riuscita. Un’attività repressiva avviata con gli arresti due anni fa dei leaders del Partito Democratico dei Popoli, come Selahattin Demirtaş, impossibilitato a presentarsi alle elezioni presidenziali dello scorso anno, poiché strumentalmente accusato di terrorismo.

Il vero riscatto democratico

L’HDP ha vinto in otto città e 45 distretti, compresi appunto quelli di Amed, tutti commissariati arbitrariamente. I cui due co-sindaci eletti nel distretto municipale della città di Diyarbakır, Hulya Alokmen Uyanik e Adnan Selcuk Mizrakli, hanno salutato la vittoria di Amed come un grande riscatto, dopo anni di arresti, intimidazioni, minacce, aggressioni da parte del potere turco.

“Dedichiamo questa vittoria dal nostro popolo di Amed e a Gultan Kisanak, Firat Anli che erano stati eletti co-sindaci di questa città nel 2014, e tutti i co-sindaci e membri del consiglio comunale i cui diritti sono stati confiscati. Questo successo appartiene ad Amed. Questo successo appartiene a tutti noi. Offriamo la nostra eterna gratitudine a tutte le nostre persone che hanno sostenuto questo successo “.

Quei conti che tornano sempre

Se le tre grandi città della Turchia, Ankara, Istanbul e Smirne, sono passate all’opposizione, cioè al Partito Repubblicano, e non sono bastati i ricorsi del partito al potere AKP per ribaltare la situazione, la disfatta del sultano Erdogan rappresenta un punto di svolta. Questo perché le contro misure che il sultano ha già individuato sono legate all’azzeramento dei budget governativi sulle città. In questo modo l’autocrate turco pensa di annullare la sua sconfitta.

Ma questo potrebbe essere un altro boomerang, dopo gli anni di “sviluppo economico drogato”, caratterizzato da corruzioni, saccheggio dei soldi pubblici, affari milionari della famiglia Erdogan, con le loro speculazioni edilizie. Una situazione che ha portato il paese al collasso finanziario: crisi valutaria, recessione, inflazione al 20 percento, tassi d’interesse della Banca Centrale al 24 percento, stipendi svalutati del 25 percento, e infine le banche che hanno fermato prestiti e crediti.

FONTI: ANF, ANHA Immagine in evidenza: ANHA CREDIT: ANF, ANHA

I ricatti dei dittatori

La nuova pulizia etnica turca a Tel Rifat

 

Mentre i jihadisti filo-turchi sparano sui sobborghi di Tel Rifat, sembra uscire alla luce un accordo tra Turchia e Russia per ripetere lo scempio di Afrin.

19 aprile 2019 – Tel Rifat si trova nel cantone di al-Shahba, tra le città di Mare’ e Azaz, a 18 chilometri dal confine turco. Le due città sono state occupate dai jihadisti alleati della Turchia, durante la campagna di pulizia etnica condotta ad Afrin. Sono mesi ormai che gli abitanti di Tel Rifat vengono minacciati dalle milizie jihadiste filo-turche.

Per terrorizzare la gente

Il 12 aprile hanno subito un cannoneggiamento nei sobborghi, fatto apposta per creare il panico tra la popolazione, al fine di convincerla a lasciare l’area: i civili, tra cui anche bambini, sono stati feriti più volte dal bombardamento. Nel frattempo si è diffusa la voce secondo cui sarebbe stato sottoscritto un accordo tra Turchia e Russia, teso a ripetere il medesimo copione del il 18 marzo 2018 ad Afrin, con l’occupazione militare, la pulizia etnica e la trasformazione demografica. Sono stati proprio i residenti di Tel Rifat a consegnare, il 18 marzo, una lettera al comando delle forze armate russe distanza nella zona. Chiedono a gran voce di impedire un nuovo scempio, come quello di Afrin, smettendo di sostenere la Turchia e aiutandoli a far ritorno nella loro città.

La paura degli sfollati

Si, perché ci sono circa 25.000 profughi di Afrin a Tel Rifat, che hanno paura, anzi sono terrorizzati dagli attacchi sempre più incisivi e pericolosi, anche se lenti, quasi in silenzio, per non fare ancora molto rumore, fino a quando la Turchia avrà completo lassaiz passer dal nuovo alleato russo. L’assedio jihadista sembra essere soffocante, a quanto dice il co-presidente del Consiglio distrettuale di Tel Rifat Muhammad Hanan, e malgrado questo vengono garantiti i bisogni della popolazione, ma la paura di dover ripetere ancora la tragedia di Afrin, c’è… Sarebbero gli stessi sfollati che si ritroverebbero a dover ancora essere profughi in un altro luogo…

Un territorio che rinasce in mezzo alla guerra

La vicenda di Tel Rifat è davvero una chiave di lettura della tragedia bellica siriana, quella silenziata però, poiché si parla di Rojava… Durante gli anni della guerra, tra bombardamenti, distruzioni di case e infrastrutture, gran parte dei residenti scappava verso i campi profughi al confine turco. L’area restava disabitata tra le macerie, così quando i jihadisti filo-turchi entrarono ad Afrin quei 25.000 profughi ripararono proprio in questa area di 710 ettari. Una provincia mediorientale che si ripopolava di profughi in mezzo alla guerra…

Grazie alla Mezza luna rossa kurda si sono potute ricreare le condizioni socio-sanitarie tali per poter vivere in quell’area. Aprivano un Ufficio umanitario per erogare i servizi sanitari fondamentali con gli altri servizi sociali indispensabili per una comunità. Così i cittadini profughi si sono auto-organizzati creando una municipalità, con un consiglio distrettuale e 15 comuni: in condizioni umanitarie impossibili, sono riusciti a ricreare una comunità…

FONTE: ANHA Immagine in evidenza: ANHA Cedits: ANHA, Daily Sabah

Ex emiro rivela il supporto all’Isis da parte dei servizi turchi

 

Le rivelazioni di Ilyas Aydin fanno luce sul doppio o anche triplo ruolo giocato dalla Turchia di Erdogan durante la sua partnership con l’Isis nel conflitto siriano.

9 luglio 2019 – Si chiama Ilyas Aydin, nato e cresciuto ad Istanbul, è stato uno dei personaggi più influenti del mondo jihadista targato Isis, all’interno del quale entrò nell’estate del 2014, con il titolo di “Emiro ideologico della provincia di Damasco”, considerato che questa denominazione raccoglie l’intera Siria. Fuggito dalle file del sedicente Stato islamico nel dicembre del 2017, nel momento in cui l’organizzazione iniziava a perdere terreno, anche grazie agli scontri interni, è stato catturato dalle SDF curde il 30 dicembre del 2018, mentre si accingeva ad attraversare il confine turco. Adesso, ha iniziato a raccontare i retroscena, sulle modalità di organizzazione delle reti jihadiste ad Istanbul, sotto il beneplacido del partito di maggioranza del sultano Erdogan, ma soprattutto con il supporto MIT, il potente servizio d’intelligence turco, che lo ha seguito e monitorato per anni, cercando di orientarlo verso interessi comuni…

Dapprima era solo una rete religiosa

La vicenda di questa sorta di “gola profonda jihadista” inizia nel 2014, quando ad Istanbul, diventava riferimento di tutta una serie di piccoli organismi islamici, non ancora unitisi all’Isis. Il suo gruppo originario era conosciuto con il nome di Ebu Ubeyde, stanziale in un distretto di Istanbul: Eyup. All’inizio la loro attività era esclusivamente a carattere religioso: “Abbiamo anche aperto un masjid a Sirinevler, coma tanti altri in varie parti”. Il masjid è un piccolo spazio che dà la possibilità ai fedeli musulmani di poter assolvere alle ṣalāt , cioè le cinque preghiere canoniche da svolgere quotidianamente.

Questo perché non accettavano i criteri imposti dallo stato turco, considerati “qafir”, cioè irrispettosi della religione islamica: “Non siamo andati in moschea perché crediamo che gli imam siano qafir. Tutti gli imam che lavorano sotto la direzione degli affari religiosi turchi devono giurare che si atterranno ai principi e alle rivoluzioni di Ataturk (…) Ecco perché non abbiamo pregato dietro le loro moschee. Abbiamo avuto le nostre masjid”.

La svolta della preghiera di massa

Durante il 2014, quando a causa del frazionamento dei gruppi ex al Qaeda, come Jabhat al-Nusra e Ahrar ul-Sham, questi hanno cominciato a guerreggiare proprio contro l’Isis, per la supremazia sul territorio. A tal punto, molte famiglie di affiliati all’Isis, hanno varcato il confine turco andando a riparare ad Istanbul, e per non incorrere in ritorsioni, si facevano identificare con le bandiere di al-Nusra.

Intanto, il lavoro di Aydin ad Istanbul aveva dato dei frutti, poiché egli si muoveva per unire, all’interno di una unica rete, tutti i gruppuscoli jihadisti presenti nella megalopoli mediorientale: “Quando abbiamo riscontrato la stessa ideologia in altri gruppi, abbiamo deciso di costruire un movimento che appartenesse alla Turchia“.

Fu così che venne innescato il meccanismo di svolta, quando cioè 11 gruppi, piccoli e grandi, si unirono, il 29 luglio 2014, in un vero e proprio evento di massa: la preghiera Eid. Fu quella infatti l’occasione che fece decidere agli imam di aderire all’Isis, per andare a combattere in Siria.

L’AKP propone un progetto comune

Sempre agli inizi del 2014 le autorità turche prendevano contatti con questa rete di gruppuscoli jihadisti non ancora schierati con l’Isis. Il primo aggancio è del partito di maggioranza del governo Erdogan: l’AKP. I suoi vertici avevano bisogno del loro supporto per colpire i seguaci di Fethullah Gulen con una tipica manipolazione erdoganiana: “All’epoca tutti i nostri amici che erano sotto processo per terrorismo hanno ricevuto lettere nelle loro case, qualcosa del tipo ‘Il tuo telefono era illegalmente sotto controllo, se vuoi puoi denunciarlo, vogliamo processare i responsabili’.

Ne ho ricevuta anch’io una. Migliaia di persone l’hanno ricevuta. Penso che fosse all’inizio del 2014, al momento in cui la purga era appena iniziata. Gulen aveva ancora uomini nello Stato e nei servizi di intelligence. L’AKP voleva che facessimo pressioni contro gli uomini del movimento di Fethullah Gulen, ma non abbiamo firmato nessuna denuncia”.

I servizi turchi a supporto della rete jihadista

Dopo la preghiera di Eid, Aydin diventava il vero trait d’union tra jiadismo sciolto, Isis e servizi turchi. Infatti, l’adesione allo Stato islamico avveniva dopo che l’uomo incontrava, con alcuni suoi fedeli, il portavoce dell’Isis in Siria, Ebu Muhammed Adnani.

Con lui concordava, nella massima segretezza, l’adesione di centinaia di persone aderenti alla rete di Istanbul. Nemmeno i suoi uomini sapevano chi avrebbe incontrato in Siria. Il fatto strano avveniva al suo rientro in Turchia, poiché tutti i seguaci della rete sapevano di questo incontro al vertice.

I servizi turchi avevano sparso la voce: “I servizi segreti ci hanno seguito da Istanbul a Gaziantep. Ci hanno seguito quando siamo entrati in Siria e quando siamo tornati, fino al centro di Antep, da cui siamo giunti in aereo ad Istanbul…”

FONTE: ANF Immagine in evidenza: AFP Credit: ANF, Marco Marano, AFP, Reuters, AFP

Occupazione turca ad Afrin: ogni giorno rapimenti e omicidi

 

I rapporti segnalano più di 500 civili rapiti durante i mesi di luglio e agosto e 52 persone dall’inizio di settembre: ma le cifre reali sono ritenute più alte.

12 settembre 2019 – Si chiama “Samarkand Brigade” e ormai fa il bello ed il cattivo tempo nei villaggi intorno ad Afrin, da quando, partner dell’esercito turco, ha occupato il cantone kurdo, imponendo una violenza tipica dell’estremismo jihadista, di cui ne è la “diretta erede”, in quanto i suoi membri sono fuoriusciti da quell’Isis protetta dalla Stato di Turchia e dal suo sultano Erdogan.

Come vivere quotidianamente in mezzo alla ferocia

Gli attacchi di questa organizzazione criminale ai cittadini kurdi che non hanno lasciato le loro case, come imposto dalla Turchia, per il “ricambio demografico”, sono la prassi quotidiana, le cui statistiche a ribasso danno il senso di un dramma che il mondo non conosce, o non vuole conoscere. La scena ricostruita dalle fonti sul campo tra il 9 ed il 10 settembre ha dell’incredibile, per la ferocia con cui il sultano Erdogan ha deciso di fare i conti con il popolo kurdo della Siria del Nord, ribattezzata Rojava… Ma fotografa anche una quotidianità surreale al di là della sopportazione umana…

Gli attacchi

Le incursioni del 10 settembre, sono iniziate verso mezzogiorno e sono state ovviamente rivolte contro la cittadinanza del villaggio di Kefer Sefre, distretto di Jindires ad Afrin. Incursioni consecutive, con spari all’impazzata. Nel primo attacco venivano rapite sette persone. Durante il secondo attacco gli abitanti del villaggio hanno cominciato una qualche forma di resistenza. Così gli spari contro i resistenti si sono intensificati, ferendo quattro persone. Il giorno precedente era stato trovato il cadavere di un altro civile rapito ad Afrin in agosto. Le immagini del corpo senza vita mostravano chiari segni di tortura.

Stato d’assedio

Il cantone di Afrin è stato assediato dall’esercito turco e dalle sue bande jihadiste ex Isis, dal 20 gennaio 2018, fino alla definitiva occupazione avvenuta il 18 marzo dello stesso anno. Da subito il sistema di occupazione turco si è manifestato per la sua violenza contro i civili, per costringerli ad andare via al fine di saccheggiare i beni dei residenti e attuare la trasformazione demografica, con il subentro dei jihadisti alleati turchi. Da quel momento i trattamenti disumani, i saccheggi, le esecuzioni, le torture, i rapimenti, sono le costanti con cui vivono i civili kurdi rimasti ad Afrin…

FONTE e Credits: ANF

Il martirio kurdo di Afrin tra le passerelle dei dittatori Onu

 

Dittatori, autocrati, razzisti, si sono avvicendati in questi giorni sul palco delle Nazioni Unite elargendo i loro proclami autoritari. Così è toccato anche al sultano Erdogan, che da anni muove una guerra di pulizia etnica nei confronti del popolo kurdo.

26 settembre 2019 – Dall’occupazione turco-jihadista del cantone curdo di Afrin, nel Rojava nord siriano, avvenuta il 18 marzo 2018, la popolazione civile è diventata il principale bersaglio della violenza esercitata dagli ex affiliati dell’Isis. I jihadisti utili per la sostituzione demografica dell’area, sono antichi partner del dittatore eletto Erdogan, il quale anch’esso ha fatto i suoi proclami deliranti dal palco della 74° assemblea generale dell’Onu, come Al-Sisi e Bolsonaro, per non parlare di Trump, messo nel proprio paese in stato d’accusa…

La passerella di Erdogan tra i dittatori Onu

La passarella dei dittatori all’Onu ha riservato il discorso del sanguinario Erdogan che ha annunciato l’attacco concentrico alla Siria del Nord, per annientare l’esperienza di autonomia pluriconfessionale guidata dal popolo curdo. Nella Safe Zone, cioè la zona cuscinetto nord siriana concordata con gli Usa, Erdogan vuole spostare un paio di milioni di profughi siriani rifugiati in Turchia, anche grazie al danaro dell’Unione europea. Non importa che quella gente vuole rientrare nei propri luoghi di nascita, l’importante è annientare il popolo kurdo, tra gli applausi dell’Onu.

Come massacrare l’identità del popolo kurdo

Le aberrazioni compiute dai jihadisti raccolgono tutto il repertorio tipico dei tagliagole: saccheggi, furti, rapimenti, torture, stupri e massacri, finalizzati a costringere i residenti curdi a lasciare i loro averi e andare via. Uno dei gruppi jihadisti affiliato al regime turco, “che si da più da fare” si chiama “Sultan Murad”: rapisce una media di cinque persone al giorno. La vita quotidiana ad Afrin è appesa ad un filo. Non esiste per un residente curdo nessuna possibilità di salvezza: si è dei potenziali bersagli in qualsiasi momento.

Dei 28 cittadini rapiti la settimana scorsa non si sa niente. Nel frattempo un altro gruppo jihadiasta “Suqour al-Sham”, incendia i boschi e abbatte gli alberi nelle vicinanze del villaggio di Qixilbash nel distretto di Bilbile: terra bruciata intorno nel senso puro del termine… Come riporta il portale ANF: “Iniziando un incendio nella foresta tra i villaggi di Rota e Kaxire, le bande hanno abbattuto dozzine di alberi nel distretto di Rajo”.

Le faide tra i tagliagole di Erdogan

A ciò si aggiungano le guerre intestine tra bande jihadiste che si contendono il territorio. Scontri armati che avvengono quotidianamente, come quella legata all’assalto armato da parte del gruppo Jabhat al-Shamiya contro il quartier generale delle fazioni provenienti da Ghouta orientale, attaccata anche dal clan “Biyanuni” proprio la settimana scorsa”. In questo contesto, una fantomatica “polizia militare”, attraverso i suoi posti di blocco che cinturano i perimetri urbani, confiscano tutto il possibile: dalle auto al danaro…

FONTI: ANF, Al Jazeera Immagine in evidenza: Carlo Allegri/Reuters Credits: Brendan McDermid /Reuters, Jonathan Ernst /Reuters, ANF

La Turchia ha affiliato all’Isis i rifugiati siriani

 

Catturati dalle forze di sicurezza interna della Siria nord-orientale, alcuni profughi siriani hanno chiarito come molti membri dell’ISIS in Turchia, agivano con milizie mercenarie sostenute dal regime di Erdogan, all’interno di una rete ben organizzata.

2 ottobre 2019 – Se sui rapporti di partenariato tra Erdogan e Isis si è sempre saputo quasi tutto, come del resto denunciato da un recente rapporto del Rojava Center for Strategic Studies (NRLS), sulle relazioni estere tra l’organizzazione terroristica e lo stato turco, quello che di nuovo oggi sta venendo alla luce, grazie alla testimonianza di molti ex jihadisti arrestati in terra siriana, è che già dall’inizio della guerra civile, nel 2011, i rifugiati in Turchia, diventavano potenziali risorse dell’Isis.

L’Isis datore di lavoro dei profughi siriani

In sintesi, il sedicente Stato islamico, che rappresentava il motivo stesso per cui quegli uomini erano fuggiti dalle loro case, diventava, attraverso un ingaggio economico, “datore di lavoro” dei profughi siriani.Tutto questo è avvenuto grazie alla strategia turca di sponsorizzazione dell’Isis per il controllo nord siriano, dove il popolo curdo ha creato una regione multiconfessionale autonoma chiamata Rojava.

Il confine della discordia e le cellule dormienti

La lotta alle istanze curde sia in casa che in Siria, rappresentata dalla linea di confine tra i due paesi, negli anni, ha stimolato il “sultano” Erdogan ad incentivare le affiliazioni dei profughi siriani, ospitati in Turchia, per questo pagata fior di milioni di euro dall’Unione Europea a partire dopo il 2015. Così, dato lo scarso addestramento militare dei profughi siriani in Turchia, il loro compito era quello di compiere azioni militari, prevalentemente dinamitarde.

Ecco che negli ultimi anni, i mercenari del Free Syrian Army (FSA ), una milizia alleata ufficialmente alla Turchia, hanno creato cellule cosiddette dormienti, formate da 30 o 40 persone e costituite dagli affiliati all’Isis in fuga dalle linee di combattimento, nella fase finale del conflitto, le stesse che hanno poi occupato e massacrato il popolo residente di Afrin.

Quei profughi a supporto della guerra al popolo Kurdo

Ma in queste cellule rientravano i profughi, che agivano nel nord della Siria, andando di qua e di là dal confine a seconda delle operazioni da compiere contro l’esercito curdo Syrian Democratic Forces (SDF). Il passaggio da un confine all’altro era garantito dalle strutture logistiche dell’esercito turco e dei servizi di intelligence MIT.

Cuma Muhammed Toqan, 31 anni, sposato e padre di un figlio, proveniente dal distretto di Til Temir di Heseke, un’area abitata tradizionalmente da assiri e curdi, è uno di quei profughi che sono entrati nella rete turco-jihadista, proprio perché arabo residente in quella Siria del nord diventata Rojava.

Così racconta la sua prima azione sul territorio siriano al portale ANF: “Mi hanno dato trecento dollari. Duecento erano per me il resto per comprare un telefono cellulare al fine di parlare con gli uomini che stavano lì. Mi hanno dato dell’esplosivo. Abdülmelle mi ha indirizzato verso le miniere sepolte in Siria. Quando ho chiesto con chi mi sarei messo in contatto lì, non hanno dato una risposta chiara, ma hanno detto che i miei contatti non mi conoscevano nemmeno perché non hanno detto loro il mio nome”.

FONTE: ANF Credits: ANF

L'assedio

Si organizza la resistenza al confine con la Turchia: previsto un massacro

 

Da una parte e dall’altra del confine turco iniziano i movimenti di truppe e armamenti in attesa dello scoppio di questa nuova guerra in terra siriana, nell’assoluto e “assordante” silenzio dei paesi occidentali.

9 ottobre 2019 – Il primo convoglio turco a posizionarsi sul confine con la Siria si è mosso nelle prime ore del mattino di oggi e riguarda circa 100 veicoli che hanno trasportato alcune migliaia di mercenari dell’Esercito Siriano Libero, la milizia addestrata dalla Turchia e finanziata dal Qatar. Sono arrivati presso il Centro temporaneo di Akçakale, che era stato evacuato l’anno scorso, presso un distretto della provincia di Şanlıurfa nel sud-est della Turchia. I mercenari erano distanza a Kilis dalla regione siriana di Azez, da lì sono rientrati in Turchia al confine in vista della nuova campagna di occupazione e pulizia etnica. Presumibilmente, come è successo per l’occupazione di Afrin, saranno loro a partire per primi, con l’appoggio dell’aviazione turca.

La resistenza kurda si prepara alla guerra

Dal portale Rojava Network, riportiamo le considerazioni del comandante delle Forze Democratiche Siriane Mazloum Abdi, il quale ha ribadito che la Turchia dovrà attendersi una grande resistenza da parte loro: “Siamo stati in guerra per sette anni e saremo in grado di continuare la guerra per altri sette anni (…) Invitiamo il popolo americano a fare pressione sui suoi leader politici e militari affinché fermino l’attacco turco che porterà a massacri (…) Stiamo ora considerando di collaborare con il presidente del regime siriano, Bashar al-Assad, per combattere le forze turche. Questa è una delle opzioni che abbiamo sul tavolo…”

Migliaia di jihadisti dell’Isis pronti a rientrare in guerra

A ciò si aggiunge il tema dei prigionieri dell’Isis detenuti nel campo di al-Hol, le cui forze militari SDF sono impegnate al loro controllo: “I combattenti delle forze democratiche siriane incaricate di controllare migliaia di prigionieri dell’ISIS si stanno dirigendo verso il confine in vista dell’atteso attacco da parte delle forze turche”. Le SDF detengono 12.000 jihadisti ISIS, di queste 2000 sono mercenari stranieri e i restanti 10.000 sono iracheni e siriani.

La strategia turca di pulizia etnica

Naturalmente una occupazione in grande stile della Siria del Nord pone la gestione di quei 12000 jihadisti in secondo piano. Questo significa che se nelle intenzioni di Erdogan c’è l’obiettivo di trasferire nell’area occupata un milione di profughi siriani, attualmente rifugiati in Turchia, si verrebbe a creare una situazione simile a quella di Afrin.

Dall’Ufficio di presidenza del “sultano” Erdogan, infatti, arriva questa nota, pubblicata da Al Jazeera: “La Turchia intende creare una zona sicura per riportare milioni di rifugiati sul suolo siriano” E’ l’idea di una vera e propria pulizia etnica, nei confronti dei popoli che abitano il Rojava, gestita dalle milizie dell’Esercito Siriano Libero attraverso la violenza, gli omicidi, le torture e i rapimenti.

Quei martiri che gridano vendetta

L’Unione delle comunità del Kurdistan (KCK) ha rilasciato una nota: “I popoli della regione, che hanno più di 10 mila martiri e 20 mila feriti, sono sotto l’attacco dello Stato turco che sostiene l’ISIS (…) In questo modo viene garantito lo stato turco sostenitore dell’ISIS, mentre vengono puniti i popoli della Siria settentrionale, che hanno dato più di 10 mila martiri e le cui città sono state distrutte. I nostri popoli si trovano di nuovo di fronte agli interessi gelidi della modernità capitalista (…) Oltre ai curdi, i popoli della Siria settentrionale – arabi, siriaci e tutti gli altri – hanno resistito agli attacchi dei mercenari e hanno costruito le loro aree di vita libere e democratiche (…) La Turchia ha il solo scopo di demolire il sistema democratico, spostare la gente e insediare mercenari e le loro famiglie nelle aree occupate, come ad Afrin”.

FONTI: ANF, Rojava Network; Al Jazeera Immagine in evidenza: ANF

L’assedio turco per liberare i prigionieri dell’Isis

 

Con l’occupazione turca della Siria del Nord, il campo profughi di al-Hol, dove sono rinchiusi migliaia di jihadisti, potrebbe rappresentare il luogo di riorganizzazione militare dell’Isis.

 8 ottobre 2019 – La notizia dell’invasione turca della Siria del nord la si attendeva da tempo. Era nell’aria da mesi, da quando il “sultano” Erdogan ha occupato il cantone nord siriano di Afrin, che attraverso nuove milizie armate, composte dai pezzi in fuga dell’Isis, partner per anni della Turchia, ha imposto la pulizia etnica contro i residenti kurdi. Così, adesso si prepara all’occupazione dell’intera regione grazie al lasseiz passer dell’inquilino della Casa Bianca, la quale per anni, con Obama, ha legato un accordo con il popolo curdo per combattere l’Isis sul campo. E così è stato grazie alle organizzazioni militari curde YPG e YPJ prima e alle SDF poi, cioè quelle Forze Democratiche Siriane, nate con la Federazione del Nord della Siria, a cui hanno partecipato tutti i popoli presenti su quel territorio, oltre ai curdi: arabi, assiri, armeni…

Annientare il popolo kurdo per far rinascere l’Isis

Ma se l’intento del “sultano” è quello di annientare con tutti i mezzi il popolo curdo, considerato un “popolo terrorista”, poiché da un secolo circa combatte per la propria autonomia identitaria, come ha fatto con Afrin, Erdogan rimetterebbe in circuitazione i tagliagole dell’Isis, prigionieri, con le loro famiglie, nel campo profughi di al-Hol.

Questo creerebbe non solo la riorganizzazione sul campo del sedicente Stato islamico, ma smonterebbe anni di guerra e martiri da parte dei popoli che hanno combattuto l’Isis. Per non parlare degli effetti a livello di caos che questa situazione rappresenterebbe per l’intero Medio Oriente.

La bomba ad orologeria del campo di al-Hol

La denuncia arriva forte e chiara dai dirigenti dell’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale, uscita fuori ieri, dopo l’annuncio di Trump, che lascia via libera alla Turchia di invadere la Siria, dopo che i militari americani hanno abbandonato il campo.

“Migliaia di combattenti dell’ISIS e le loro famiglie, bambini e donne sono controllati dalle forze democratiche siriane nel campo per rifugiati di al-Hol, che è considerato uno dei campi mediorientali più grandi e pericolosi nel mondo.” Nel campo di al-Hol, c’è da dire, che oltre alle 3.295 famiglie dell’ISIS sono presenti 8.756 famiglie irachene, 8.906 famiglie siriane, 10.454 persone provenienti da tutto il mondo, per un totale di 71.658, tra cui sfollati e rifugiati. Le diverse nazionalità presenti, cioè quelle dei foreign fighters, sarebbero oltre sessanta.

“Il campo, che è considerato da molti una bomba a orologeria, è testimone di incidenti quotidiani, di omicidi, pugnalate e incendi e rappresenta una minaccia per le organizzazioni umanitarie e gli organi di sicurezza e amministrativi che gestiscono il campo. “ Il pericolo quindi è che se le Forze Democratiche Siriane non saranno più in grado di controllare il territorio, quel campo diventerebbe il luogo naturale di riorganizzazione dell’Isis, magari sotto altre denominazioni, come è avvenuto ad Afrin.

Un tribunale internazionale che nessuno vuole

“Se Erdogan dovesse invadere le aree governate dall’Amministrazione Autonoma, il caos si diffonderà e la regione sarà difficile da controllare. Nel campo di al-Hol, l’ISIS sarà in grado di riordinare le proprie carte e di iniziare una nuova fase nella sua organizzazione (…) La Comunità internazionale deve assumersi le proprie responsabilità. Ribadiamo il nostro appello a tutte le parti interessate agli affari siriani ad assumersi le loro responsabilità morali e umanitarie, che includano il rimpatrio di cittadini e famiglie straniere nei loro paesi di origine. È necessario istituire un tribunale internazionale nella Siria settentrionale e orientale per processare i membri dell’organizzazione terroristica ISIS, conformemente alle leggi internazionali e ai principi dei diritti umani”.

Ma un processo internazionale è proprio quello che Erdogan e tutti gli altri attori in campo non vogliono…

Fonti: ANF, ANHA Immagine in evidenza: ANHA Credits: AFP, Social Media, CNN, CNN, ANHA

La presa di Serêkaniye, la volontà kurda e la complicità della Nato

 

La forza di volontà del popolo kurdo sta tenendo testa ai furibondi attacchi aerei dell’esercito turco, che nell’assedio di Serêkaniye, non è ancora riuscita ad entrare in città, malgrado gli annunci della propaganda. Nel frattempo le richieste del blocco aereo alla complice Nato, per rendere questa guerra ad armi pari, continua a cadere nel vuoto…

14 ottobre 2019 – Serêkaniye è la città simbolo di questa inizio di guerra sporca che il secondo esercito della Nato, quello turco, sta muovendo contro il popolo curdo, per distruggere il confederalismo democratico del Rojava nord siriano, attraverso le solite operazioni di pulizia etnica e sostituzione demografica attivate dalla Turchia ad Afrin.

La forza di volontà del popolo 

Ma il popolo kurdo ha una enorme forza di volontà, oltre ad avere, attraverso le SDF, uno straordinario esercito di terra, fatto sia da uomini che da donne, cresciuti nell”ultimo decennio, in quelle unità di protezione popolare che hanno annientato l’Isis. Ed è proprio questa straordinaria forza di volontà che sta tenendo testa all’esercito turco-jihadista, le cui bande di mercenari sono al fianco del sultano Erdogan, in vista della pulizia etnica e della riorganizzazione dell’Isis, obiettivo principale di questa guerra.

La propaganda del sultano

La propaganda turca, già da due giorni, emette proclami sulla presa da parte dei turco-jihadisti, della città di Serêkaniye. Nella realtà in quella città c’è un assedio che ancora non è riuscito a scalfire la forza di volontà di questo straordinario popolo, che sta tenendo testa persino ai bombardamenti degli F-16 turchi, senza contraerea.

La Nato complice non vuole il blocco aereo

Se la Nato, compartecipe di questo scempio, imponesse almeno il blocco aereo, impedendo l’uso degli aerei da bombardamento, questa guerra per la Turchia potrebbe anche durare anni prima di vincerla, sempre ammesso che ci riuscisse…

Il popolo in lotta

La città, quindi, è ancora in mano alle SDF. Il portale curdo ANF, nostra principale fonte, che naturalmente sta seguendo sul campo la guerra sporca della Nato, ha intervistato il comandante delle SDF Sîdar Qamişlo: “Ieri c’è stato un attacco molto violento contro di noi. Alle 10 del mattino ci siamo trovati circondati. Anche gli aerei da guerra ci hanno bombardato. Sette o otto dei nostri compagni sono rimasti feriti. Solo quattro di noi sono rimasti incolumi. Siamo stati circondati fino alle 2 del mattino del giorno successivo. Ma poi abbiamo superato l’assedio e salvato i nostri amici feriti. Abbiamo assicurato la loro sicurezza. Quindi abbiamo ricominciato l’operazione e preso il controllo dei punti occupati “. Il comandante Qamishlo ha poi aggiunto: “Siamo fermamente al comando a Serêkaniyê. La vittoria è nostra. Stiamo andando verso il successo, non accettiamo la sconfitta. I combattenti SDF si stanno unendo alle nostre operazioni a Serêkaniyê con grande entusiasmo.”

Fonte: ANF Immagine in evidenza: AP Credits: AFP, ANF, AFP, ANF

Rinascita dell’Isis, armi chimiche, e censura di Facebook

 

L’entrata in scena degli eserciti russo e siriano non hanno scoraggiato il “sultano” turco Erdogan che vuol far man bassa a tutti i costi del popolo kurdo, nel frattempo le cellule dormienti dell’Isis si stanno per svegliare grazie ai bombardamenti turchi e si scopre l’uso di armi chimiche sui civili.

17 ottobre 2019 – Al nono giorno di guerra in Rojava, l’offensiva turco-jihadista, trova le città di Manbij e di Kobane controllate dall’esercito del governo siriano, giunto in soccorso delle SDF a guida curda, mentre escono le immagini del campo di prigionia da cui sono fuggiti 750 jihadisti dell’Isis, ma anche quelle dei bambini colpiti da bombe al fosforo. Infine, si scopre che Facebook in Italia sta eliminando le pagine dei portali di informazione dove compaiono le immagini o la sigla del PKK, l’organizzazione politico-militare curda, considerata terrorista dal “sultano” turco: per la prima volta un social media si schiera in una guerra di occupazione, a favore del “Golia di turno”…

Si riaffaccia una nuova guerra per procura

Dopo una settimana di guerra contro i popoli del Rojava, a guida curda, condotta dall’aviazione militare turca e dalle migliaia di mercenari jihadisti qaedisti e dell’Isis, sul territorio, si riaffacciano le dinamiche proprie alla guerra per procura. L’intervento dell’esercito siriano ha fatto si che le due principali e strategiche città, Manbij e Kobane, siano ora controllate dal governo siriano. Il tema è che anche l’esercito russo è rientrato in campo, frapponendosi tra i jihadisti filo-turchi e l’esercito di Assad, per evitare che s’incontrino…

Il ritorno dell’Isis in campo

Ma le notizie che arrivano dal campo di battaglia, che hanno come protagonisti i jihadisti legati alla Turchia, raccontano delle solite e inaudite violenze, a cui siamo abituati, nei confronti dei civili. Una storia questa preventivabile poiché è lo stesso copione di ciò che è successo ad Afrin. Come era preventivabile, la strategia di Erdogan di far rinascere l’Isis, liberando i prigionieri, con le loro famiglie, dai campi di detenzione nel nord della Siria, è già stata innescata.

Il primo campo ad essere colpito domenica è stato Ain Issa, da cui sono già fuggite 750 persone, che adesso si pensa possano unirsi a quelle cellule in sonno sparse per la regione. L’agenzia di stampa kurda ANHA è entrata ieri dentro il campo distrutto… 

Sono stati i mercenari jihadisti ad attaccare il campo dalla parte settentrionale, per liberare i loro “fratelli di morte”, dopo essersi scontrati con le SDF ed aver avuto la meglio. Adesso si attende l’attacco, presumibilmente aereo, del campo di al-Hol, dove sono rinchiusi circa ben 15 mila circa di prigionieri dell’Isis…

Che guerra sarebbe senza armi chimiche…

Come in ogni guerra per procura che si rispetti iniziano ad uscire fuori le prime vittime, ovviamente bambini, colpiti da armi chimiche. Sembra che in questo caso si tratti di bombe al fosforo. La denuncia arriva dall’ospedale al-Hasakah. L’agenzia ANHA: “I quartieri della città di Serekaniye sono sottoposti ad attacchi aerei, di artiglieria e di razzi da parte dell’occupazione turca, oltre all’uso di fosforo, proibito a livello internazionale”. E’ questo l’unico modo per distruggere la popolazione della città di Serekaniye, secondo i piani turco-jihadisti, sotto assedio dall’inizio della guerra, ma non ancora spodestata.

Facebook si schiera a favore dell’occupazione turco-jihadista

Infine, dulcis in fundo, ci ritroviamo la notizia da brivido, riportata dal quotidiano “il manifesto” e rimbalzata sui social media: Facebook si schiera con il sultano Erdogan, censurando le pagine dei media on line che riportano logo e immagini del PKK, considerata organizzazione terroristica dal “sultano”. “Innanzitutto Pkk. E poi: Pkk. E per concludere: Pkk.

Ma cominciamo dal Pkk: è per i riferimenti a questo partito, fondato nel 1978 da Öcalan e suo fratello e considerato da Usa e Ue un’organizzazione «terroristica» (come ha ribadito ieri Trump a Mattarella) che Facebook ha bloccato decine di pagine (anche di testate registrate) che hanno pubblicato informazioni o solidarietà con i curdi. Altri rischiano la chiusura per «ripetute violazioni degli standard della community”.

FONTI: ANHA, ANF, Al Jazeera, il manifesto Immagine in evidenza: ANHA Credits: ANHA, il manifesto

Cessate il fuoco! Ma la guerra continua

 

Nel momento stesso in cui annunciavano il cessate il fuoco per 5 giorni sapevano di mentire perché la guerra non è stata interrotta, se non per poche ore… Poi, in prima mattina, ha ripreso più violenta che mai, individuando un ospedale come target.

18 ottobre 2019 – Com’era plausibile, il “sultano” ed il “truffatore” si sono messi d’accordo per imbastire il solito bluff internazionale, tipico segno dei tempi: propagandare una cosa opposta a quella che si intende fare… Il cessate il fuoco per cinque giorni non è mai iniziato, dato che la guerra continua sempre più incalzante nell’area che ormai è l’oggetto del contendere tra i jihadisti mercenari filo-turchi e le Forze Democratiche Siriane (SDF), che da dieci giorni difendono strenuamente l’area di Serêkaniyê, nuono sibmolo di questa guerra.

Il bluff internazionale

Ieri, in tarda sera, il comando generale curdo delle SDF emetteva un comunicato di accettazione del cessate il fuoco: “Su richiesta e approvazione della SDF e mediata dagli Stati Uniti, rappresentata dal vicepresidente Mike Pence, oggi è stato raggiunto un immediato cessate il fuoco (17 ottobre) tra la SDF e lo stato turco, in prima linea da Serêkaniyê e Girê Spî.

Il cessate il fuoco è iniziato alle 22:00. L’SDF ribadiscono il loro impegno per il cessate il fuoco dichiarato e invita lo Stato turco a fare lo stesso”. Ma già alle prime luci dell’alba i rumori della guerra riprendevano incessanti. Alle 7,47 di stamattina i mercenari jihadisti filo-turchi hanno iniziato a bombardare le postazioni delle SDF al bivio di hehîdan, vicino al centro di Serêkaniyê.

La guerra intorno ad un ospedale

Nella mattinata di oggi Squadre di pronto soccorso, compresa una statunitense, non sono riusciti ad entrare in città a causa dei continui attacchi dei mercenari. Una volta aperti dei varchi dentro la città, i jihadisti hanno iniziato a mettere a ferro e fuoco alcuni quartieri saccheggiando, come nel loro stile, case e negozi. La loro presenza in città sarebbe di fondamentale importanza poiché l’ospedale di Serêkaniyê è stato preso di mira dagli attacchi provenienti dal fronte orientale.

Secondo le corrispondenze del portale kurdo ANF l’esercito turco e i mercenari hanno dispiegato armi pesanti e veicoli corazzati intorno a Serêkaniyê e hanno tentato di entrare in città attraverso il fronte occidentale. Il sito di informazione ANHA ha invece intercettato i movimenti dell’esercito turco il quale ha rimosso il muro di cemento issato al confine innanzi al villaggio di Aluk, e questo al fine di accelerare il trasporto dei mercenari verso Serêkaniyê, per espugnarla una volta per tutte… Altro che cessate il fuoco…

FONTI: ANF, ANHA Immagine in evidenza: Reuters Credits: ANF

L’occupazione turca in Rojava implementa gli attacchi dell’Isis

 

L’invasione turca della Siria settentrionale e orientale determina un aumento degli attacchi delle cellule dormienti dell’Isis, mentre diminuiscono le incursioni anti Stato islamico delle Forze Democratiche Siriane a guida curda. Così, grazie a questa rigenerazione, i jihadisti preparano un attacco in grande stile chiamato “mese della rabbia”.

6 novembre 2019 – I segnali erano chiari sin dall’inizio dell’occupazione turca della Siria nord-orientale: la tradizionale partnership tra il “sultano” Erdogan e l’Isis, rinsaldata grazie al rinvigorimento delle cellule jihadiste dormienti. Un rapporto statistico del Rojava Information Center, fa un’accurata indagine del primo mese di guerra alle forze curde, sui numeri degli attacchi dell’Isis, che segnalano il risveglio della violenza jihadista.

I numeri del rapporto

“La settimana che precede l’invasione turca del 9 ottobre ha visto poco più di 1 attacco di cellule dormienti ISIS al giorno (1,1 / giorno), mentre le tre settimane fino alla fine del mese successivo all’invasione hanno visto 38 attacchi in 21 giorni, cioè 1,8 attacchi al giorno – un aumento immediato del 48%. L’invasione della Turchia ha invertito i precedenti successi realizzati dalle SDF contro l’ISIS, con il mese precedente all’invasione turca che ha visto una riduzione del 46% degli attacchi globali di cellule dormienti: dai 95 di agosto ai 51 di settembre. ”

“Le SDF e la Coalizione Usa hanno condotto 347 incursioni anti-ISIS e 476 arresti nel 2019. Prima di ottobre e dell’invasione turca, il numero e la produzione delle incursioni erano in costante aumento. A settembre, i raid congiunti SDF-Coalizione erano “quasi quotidiani” (…) Con le incursioni che calano drammaticamente, l’ISIS è stato in grado di eseguire attacchi da Qamishlo a Heseke. Ottobre ha visto 11 attacchi a cellule dormienti e cinque morti a Raqqa, più 23 attacchi a Deir ez Zor”.

“L’ISIS afferma di aver ucciso 51 persone in tutta la regione, principalmente a Deir-ez-Zor. Sebbene il Centro informazioni del Rojava non possa verificare questo conteggio, ciò che è certo è che l’ISIS continua a colpire gli anziani del villaggio (‘mukhtars’) che lavorano con l’Amministrazione autonoma e i comandanti SDF…”

Il risveglio delle cellule dormienti

Da quel 9 ottobre, giorno di inizio dell’occupazione militare “benedetta” dalla Nato, e lasciata passare senza colpo ferire dall’intera comunità internazionale, unita nel passato contro la minaccia alle democrazie occidentali da parte dell’Isis, le cellule dormienti si sono svegliate, aumentando a dismisura la loro potenza di fuoco. Il modo in cui l’apparato militare turco ha favorito il risveglio dell’Isis in Siria, si è palesato alla luce del sole, poiché uno degli obiettivi di questa guerra è proprio la necessità di produrre una rinascita del jihadismo armato e tribale, per mettere a ferro e fuoco le terre del Rojava.

La trasformazione demografica

La strategia è quella favorire il ricambio demografico dell’area tra la popolazione multietnica e multi-confessionale con le famiglie dei jihadisti, così come è stato fatto ad Afrin. Per ottenere questo risultato l’esercito turco guida l’attacco ai villaggi attraverso i bombardamenti aerei, sul campo vi sono le milizie che combattono contro le SDF, composte da ex affiliati Al_Nusra, cioè qaedisti, e uomini Isis fuggiti oltre il confine turco. L’apparato militare curdo li definisce mercenari, proprio perché il loro intento è quello di appropriarsi delle risorse dei cittadini residenti nell’area, insediandosi lì al loro posto.

Le fughe dai centri di detenzione

Prima che iniziassero i bombardamenti aerei le SDF controllavano nei campi di detenzione circa 12.000 jihadisti, inclusi i 3000 provenienti da 54 paesi diversi. Oggi non si riesce a stabilire il numero esatto di quanti ne restano dentro, poiché in centinaia sono fuggiti da alcuni di questi grazie ai varchi aperti dagli attacchi dei miliziani, protetti dalle bombe dei caccia turchi. Il campo di Hol, nel quale sono detenuti il numero maggiore di jihadisti con le loro famiglie, è il luogo più sensibile, soprattutto perché due terzi dei soldati delle SDF che controllavano il campo sono stati spostati nelle linee di combattimento contro l’assalto turco-jihadista.

Le SDF hanno segnalato il pericolo per l’alta concentrazione di cellule nell’area di Sari Kaneh / Ras al-Ain e Tal Abyad, definito ambiente fertile per la riproduzione dell’Isis, rappresentando una minaccia sia per la regione che per l’intera comunità internazionale, che però non sembra interessata alla cosa…

Robin Fleming, ricercatore Ric non usa mezzi termini in questa dichiarazione: “Queste statistiche illustrano i benefici immediati che l’ISIS ha tratto dall’invasione turca della Siria settentrionale e orientale (…) L’invasione della Turchia annulla anni di lavoro da parte dell’SDF, prima sconfiggendo l’ISIS sul campo di battaglia e poi in ampie incursioni anti-ISIS che hanno portato alla giustizia centinaia di membri delle cellule dormienti. Se la comunità internazionale vuole fermare questa rinascita dell’ISIS, c’è solo una soluzione: fermare l’invasione turca della Siria settentrionale e orientale ”.

Il “mese di rabbia” jihadista

I jihadisti in fuga con le famiglie, si sono riuniti alle cellule dormienti che sparutamente distribuite sul territorio, continuavano ad essere coordinate dal capo assoluto Baghdadi. Una volta eliminato il leader e ricompattate le cellule, il cui gruppo operativo si fa chiamare Haraket-al-Qiyam, noto per i suoi brutali video dove si glorificano per le loro violenze selvagge contro i nemici, che siano combattenti o civili, ci si attende un attacco in grande stile. Dalle informazioni in possesso delle SDF sembrerebbe che i sostenitori dell’ISIS stiano già discutendo i piani di vendetta per l’eliminazione di Baghdadi, con la proclamazione del “mese della rabbia”.

Fonte: Rojava Information Center Immagine in evidenza e Credits: Ric