Cap 9: PULIZIA ETNICA E MANIPOLAZIONE DEMOGRAFICA

 

L’obiettivo ultimo di Erdogan: cancellare il popolo kurdo dal Rojava e sostituirlo con gli ex affiliati all’Isis, grazie ad un nuovo patto fiduciario. Con l'assedio di Afrin la strategia violenta della Turchia prende compiutamente forma. I jihadisti dell'Isis, in fuga dalle linee di combattimento, cercano riparo al confine con la Turchia. Vengono aggregati all'Esercito Siriano Libero, una milizia di antica data della guerra siriana, fin dalla prima ora, sempre vicino alla Turchia, che si trasforma in jihadista all'occorrenza. Il piano è chiaro: impossessarsi dei possedimenti kurdi, espropriando le abitazioni e gli averi. Per far questo Erdogan garantisce le violenze più crudeli: è l'inizio di un genocidio taciuto dalla democratica Europa.

Ora e sempre resistenza

Si accende la guerra turca al popolo kurdo in Siria

 

L’esercito turco intensifica gli attacchi alle postazioni militari del Rojava, mentre penetra sempre di più in Siria formando alleanze clandestine con le milizie qaediste.

26 ottobre 2017 - Ci avviamo verso la fase finale del conflitto siriano, con l’Isis ormai quasi del tutto sconfitta. Gli effetti della guerra per procura, condotta dagli stati che hanno occupato il territorio, Turchia, Russia, Iran e Usa, iniziano a prendere una nuova fisionomia.  

All’assalto del Rojava

La guerra al Rojava, il Kurdistan siriano, autoproclamatosi nel 2012 confederazione autonoma, da parte del “Sultano” turco Erdogan, ha avuto un’impennata nell’ultima settimana. Gli attacchi, cominciati all’inizio di quest’anno, si sono susseguiti e nel giro di breve, presumibilmente, rappresenteranno il nuovo conflitto nel conflitto: la Turchia contro il popolo kurdo. 

La presenza dell’esercito turco in Siria era stata decisa durante la conferenza di Astana, insieme alla Russia e all’Iran, a “garanzia” delle zone di de-escalation, individuate in punti strategici di confine. Ma la Turchia sta penetrando sul territorio siriano fino ad Aleppo, dove sta ricostruendo una sorta di alleanza clandestina con le organizzazioni qaediste come Nour El-Din al-Zinki.Intanto sembra che non vi siano notizie certe sul leader del PKK Abdullah Öcalan, agli arresti dal 1999 e alle cui idee si ispira il modello democratico del Rojava. Considerato terrorista da Erdogan, come tutto il popolo del Kurdistan siriano, voci non confermate sulla sua morte hanno dato il via alle richieste della famiglia e dei suoi avvocati circa il suo isolamento, invocando la possibilità di poterlo incontrare.

Gli attacchi su Afrin e Kobane

I due cantoni del Rojava con i suoi villaggi più esposti agli attacchi turchi sono stati Afrin e Kobane. Tra il 16 ed il 26 ottobre sul Cantone di Afrin vi sono stati molteplici assalti dell’esercito turco, respinti dalle YPG kurde, le Unità di Protezione Popolare. Artiglieria, mortai, cannoni antiaerei hanno colpito i villaggi di Merien, Ayn Daqn e Basûfanê nella parte occidentale del cantone. Il 25 ottobre invece è stato il turno dei villaggi al confine est. Sono state esplose armi pesanti contro le YPG, le quali hanno risposto al fuoco senza perdite tra le proprie file. 

Il 24 ottobre veniva invece attaccato il cantone di Kobane. Le forze militari turche hanno aperto il fuoco sui villaggi a est e a ovest e due veicoli militari sono stati colpiti dalle forze kurde. Nel villaggio di Kosik, a 12 chilometri da Kobane, le armi turche hanno colpito varie case, producendo diversi danni materiali. Intorno alle 13,30 di martedì vi è stato l’assalto alle postazioni YPG nel villaggio di Aºmê, con quattro veicoli blindati scorpion. Dopo una pausa pomeridiana, gli scontri sono ripresi in serata, senza fare vittime.

L’occupazione del villaggio di Sheikh

Ma la strategia di penetrazione sul territorio sirianodell’esercito turco non si ferma alla guerra personale del sultano contro il Rojava,  poiché si è addentrato fino a 26 chilometri da Aleppo, tra le campagne a nord-ovest, nel villaggio di Sheikh Aqil. Qui ha ratificato un accordo con il gruppo jiadista vicino ad al-Qaeda e nemico di AssadNour El-Din al-Zinki, che ormai da un paio d’anni ha il controllo del territorio. Il convoglio militare turcoconsisteva in “4 pick-up, 7 veicoli corazzati, 3 vetture che trasportano cibo, 3 serbatoi, oltre a 3 vetture caricate di carburante”. 

Il villaggio di Sheikh Aqil ha una posizione geografica strategica poiché è abitato esclusivamente da arabi e si trova su una collina da cui si possono scorgere i lati occidentale e nord-occidentale di Aleppo. Poi si trova a 3 chilometri dal primo villaggio del cantone di Afrin.

L’assassinio di un giovane al confine

Hayder al-Makhlouf era un giovane arabo di 29 anni. Lunedì scorso aveva deciso di entrare in Turchia dalconfine kurdo, cioè quella striscia di terra che separa il Rojava dal cosiddetto Kurdistan Bakur. E’ così chiamata quell’area della Turchia del sud al confine con la Siria dove vi sono gli insediamenti kurdi, per questo più genericamente definito Kurdistan turco.

E’ proprio quella l’area che negli ultimi due anni è stata soggetta, da parte del governo turco, ad un vero e proprio massacro, questo ancora prima del fallito golpe. Gli abitanti sono stati sistematicamente colpiti fin dentro le proprie case dalle armi turche, gli amministratori pubblici arrestati senza accuse formali. Una terra messa a ferro e fuoco poiché potenziale miccia esplosiva della causa per l’indipendenza kurda, tradizionalmente repressa dalla Turchia.

Il giovane si trovava a Serê Kanîyê, cantone di Jazera, nella parte centro-orientale del Rojava. Mentre cercava di varcare il confine è stato intercettato dai militari turchi e fermato. Dopo di ché il corpo senza vita di Hayder è stato "rigettato" in Rojava. La gente dei vicini villaggi ha portato il cadavere martoriato nell’ospedale di Serê Kanîyê. Qui i medici hanno riscontrato il decesso a causa dei colpi inferti alla testa: lo hanno ammazzato di botte. Ma non è la prima vittima del confine turco-siriano, con modalità simili: ci hanno rimesso la pelle decine di persone nel tentativo di passare in Turchia.

Che fine ha fatto Abdullah Öcalan

Sono giorni ormai che la voce non confermata della morte di Öcalan si sta propagando. Che le sue condizioni di salute fossero precarie questo si sapeva. Il leader kurdo è rinchiuso in una galera turca, sull'isola di Imrali, con l’accusa di essere un terrorista, in quanto a capo del PKK, il Partito dei lavoratori kurdi. Ha una condanna all’ergastolo, dato che il PKK, dalle autorità turche, è considerata una organizzazione terroristica. In realtà per i turchi chiunque sia kurdo è considerato tale, soprattutto se combatte per l’autonomia e l’autodeterminazione del proprio popolo. Fatto sta che le caratteristiche della sua detenzione sono molto rigide, poiché vive in permanente stato di isolamento.

Né i suoi avvocati, né la sua famiglia possono vederlo. Per cui in queste ore si susseguono le paura che i problemi di salute si siano trasformati in decesso. Una situazione molto tesa per tutto il popolo kurdo che in Öcalan vede una sorta di padre della patria. Ecco perché dal cantone di Jazera del Rojava decine di membri dei consigli cantonali hanno accusato il governo turco di violare le convenzioni internazionali sui diritti umani: “viola tutte le leggi del cielo e delle convenzioni internazionali”.

Hanno chiesto a gran voce che la famiglia e il suo avvocato possano visitarlo per rendersi conto della situazione reale. “…Invitiamo la comunità internazionale e le organizzazioni dei diritti umani a esercitare il loro ruolo con pressioni sul governo di Erdogan a favore del leader Ocalan, che rappresenta oggi la volontà di milioni di popoli del mondo libero. Il mondo ha testimoniato la vittoria dei suoi sostenitori e il suo pensiero contro i terroristi che costituiscono una minaccia per la pace e li hanno sconfitti nella loro capitale (Raqqa ndr). Chiediamo anche alla sua famiglia e agli avvocati di visitarlo  e avviare negoziati per la sua liberazione. Non c'è pace e stabilità nella regione senza il rilascio del leader Ocalan e la soluzione del problema kurdo".

FONTI: ANF, ypgrojava.org, en.hawarnews - Credits:

 

E’ iniziata la pulizia etnica turca contro il popolo kurdo

 

Sono iniziati gli attacchi ai villaggi attorno Afrin, nella Siria del Nord. Gli abitanti, minacciati dall’esercito turco, sono costretti a lasciare le loro case: l’annuncio di una vicina escalation contro il Rojava è stato fatto. Il Kurdistan National Congress (KNK) ha emesso un appello per la protezione di Afrin dagli attacchi esterni.

17 gennaio 2018 - Lo stato turco ha gettato le basi per una nuova guerra regionale nel nord della Siria. L’esercito, già presente dall’estate scorsa sulla linea di confine tra Turchia e Siria, sta cercando di isolare Afrin, il terzo cantone del Rojava. Si tratta della confederazione democratica nata nel 2012, durante le fasi iniziali del conflitto siriano, la cui principale componente è rappresentata dal popolo kurdo alevita. In essa però sono presenti anche altri ceppi: kurdi yazidi, arabi, assiri, keldani, armeni, turkmeni. Gli attacchi sono praticamente iniziati con un massiccio impiego di carri armati, mortai, armi pesanti nell’area in questione. Fino ad adesso ci sono 4 vittime tra i civili e alcuni feriti.

A ciò si aggiunga il fatto che l’esercito turco sta cercando di svuotare i villaggi, espellendo i kurdi con la forza. Stessa sorte anche per gli arabi le cui terre sembrano essere destinate alle milizie armate, che appoggiano lo sforzo bellico turco. Questo pezzettino di Medio Oriente, sta vivendo una vera e propria pulizia etnica: un crimine contro l’umanità, nel silenzio della comunità internazionale, poiché viene manipolata la demografia della regione.

La rivoluzione kurda del Rojava

Fino al 2013 la popolazione del cantone di Afrin, che conta sette quartieri e 365 villaggi, si aggirava intorno alle 400mila unità. Un’area abbastanza stabile, garantita, da una assemblea legislativa, un consiglio presidenziale dell’assemblea e un consiglio esecutivo dell’amministrazione cantonale, istituzioni insediatesi nel 2014. E’ da questa fase che il cantone diveniva approdo dei profughi provenienti dalle città siriane dove si combatteva: Raqqa, Manbij, al-Bab e Jarablus.

Nel giro di pochi anni la sua popolazione è raddoppiata. Da quando Afrin si è liberata dal regime baatista di Assad, la Turchia l’ha sempre presa di mira. Fin dall’inizio della rivoluzione kurda in Rojava, il presidente-sultano Erdogan, ha cercato di infierire uccidendo e ferendo civili e bruciando interi appezzamenti terrieri appartenenti al popolo. Come spiega l’agenzia di stampa kurda ANF, l’obiettivo principale del dispiegamento militare nella zona di Azaz-Jarablus è circondare Afrin prendendo quello che è visto come il corridoio kurdo tra la base aerea di Menagh e Tell Rifaat.

Tra Aleppo e Afrin ci sono circa 10mila soldati delle YPG, “Unità di protezione popolare” il principale pezzo del sistema militare kurdo, che insieme alle donne delle YPJ, “Unità di protezione delle donne”, sono riusciti a liberare prima il cantone di Kobane dall’Isis e poi, confluite nelle SDF, insieme a soldati arabi, sono stati quelli che sul territorio hanno combattuto e sconfitto il sedicente stato islamico in molte aree del centro-nord siriano, ultima delle quali è stata la città di Raqqa.

La strategia di occupazione turca

Secondo ANF uno degli interessi a far saltare il laboratorio di democrazia dal basso del Rojava, oltre all’odio e alla paura verso le rivendicazioni dei kurdi in Turchia, come nel resto del Medio Oriente, ci sarebbe l’intreccio che da sempre ha legato l’Isis al regime del sultano Erdogan. Indebolire il Rojava adesso, significherebbe dare respiro all’Isis, non ancora definitivamente sconfitta.

Per questo la Russia, che secondo gli accordi di Astana avrebbe la responsabilità dello spazio aereo di Afrin, dovrebbe tenere un ruolo che non assume. Se da un lato ufficialmente la Turchia ha smesso di collaborare con l’Isis, dall’altro l’agenzia di stampa kurda sottolinea: “molti documenti e rapporti dicono che la Turchia sta supportando l’ISIS, fornendo loro delle armi”. Ma al di là delle prove certe è fisiologico che attaccando il principale nemico sul campo dell’Isis, questo ne avrà comunque un beneficio.

C’è una dichiarazione che lascia interdetti, di un comandante di una delle milizie sotto il controllo dell’esercito turco, che rivelano le reali intenzioni della Turchia nel contesto della guerra in Siria, emerse dopo la presa della città di al-bab: “Lo stato turco vuole usarci per occupare le nostre terre. Fin dall’inizio ricevevamo i nostri ordini dall’esercito turco.

Tutti i nostri bisogni logistici sono stati forniti dall’esercito turco. Dopo la cattura di al-Bab è diventato chiaro che l’intenzione dell’esercito turco non era quella di combattere l’ISIS, ma piuttosto di rinvigorire il periodo ottomano. Ci sono stati incontri tra l’esercito turco e l’ISIS e poi decine di villaggi sono stati consegnati all’esercito dall’ISIS. L’esempio più chiaro di questo è stato l’occupazione di Jarablus.”

Le ambiguità del governo statunitense

Come ormai da anni il dilemma degli Stati Uniti sul popolo kurdo si riduce alla sintesi che il sultano Erdogan produce a livello mediatico: le YPG sono parenti del PKK di Ocalan, quindi sono terroristi. L’amministrazione Obama, alla fine del suo mandato, aveva quasi con determinatezza appoggiato la causa kurda. The Donald invece continua a barcamenarsi…

Se prima le ha supportate per chiudere il conto con l’Isis, adesso si dichiara ufficialmente slegato dal popolo kurdo. Cosa avvenuta il 16 gennaio. lI portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway: “Noi non li consideriamo come parte delle nostre operazioni per sconfiggere l’Isis’, che è quello che stiamo facendo lì, noi non li supportiamo.

Non siamo coinvolti con loro”. Un annuncio che sembra sia stato fatto per esorcizzare la voce circolante sul progetto americano sul nord della Siria. Secondo i media, Washington starebbe lavorando per istituire la forza di sicurezza della frontiera nord della Siria di 30mila uomini, con il coinvolgimento delle organizzazioni militari kurde. In tal senso Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu a parlato di “relazioni irreversibilmente danneggiate”, tra Usa e Turchia nel caso in cui ciò avvenisse.

La resistenza

Ma il popolo kurdo vede la resistenza contro gli attacchi del sultano sunnita Erdogan come un dovere nazionale. Quel dovere che da un secolo li porta a combattere per aver riconosciuto il diritto di essere un popolo. Quel dovere che ha permesso di vincere o quasi la guerra contro l’Isis perchè con le armi in pugno c’era il popolo. Soprattutto le donne con le loro YPJ, al comando nella liberazione di Raqqa, come di altre zone della Siria.

In tal senso i richiami alla Comunità internazionale non bastano per fermare il dittatore turco, quindi tutto il popolo kurdo e del Rojava combatterà fino alla fine. Però al di là delle ipocrisie il comandante del YPG Sipan Hemo ha voluto sottolinere: “Lo stato turco non ha avuto successo nelle sue politiche riguardanti la Siria, il Medio Oriente e il Rojava Kurdistan. Se la Turchia attaccasse Afrin questo significherebbe che Russia, Iran e Siria approvano questo. Questo non è possibile in nessun altro modo. Il nostro popolo deve sapere che un attacco dello stato turco di questo tipo può essere condotto solo con l’approvazione di questi stati.”

FONTI: ANF, Al Jazeera

Credits: 

 

Il popolo kurdo resiste alla pulizia etnica turca

 

I massicci bombardamenti  sulla popolazione nel cantone nord-siriano di Afrin non sono riusciti a scalfire la resistenza delle unità di combattimento, che impediscono ai mercenari jihadisti di avanzare sul terreno.

17 gennaio 2018  - L’ufficio stampa delle Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico comandato dalle unità combattenti kurde, YPG, ha emesso ieri un comunicato stampa nel quale si fa un bilancio dei 23 giorni di attacco ai villaggi kurdi attorno ad Afrin.

Una estrema difesa

Un resoconto dettagliato che fa da sfondo a questo nuovo pezzo di guerra innescata dalla Turchia, dove vengono massacrati bambini, donne, anziani, profughi, come se fossero combattenti armati. In realtà quella del sultano Erdogan è una strategia di vera e propria pulizia etnica nei confronti del popolo kurdo, per annientare il laboratorio di democrazia dal basso multietnico e multiconfessionale, costruito dal 2011 nel nord della Sira, al confine della Turchia, che si chiama Rojava.

Ma i combattenti kurdi, gli stessi che sul campo hanno sconfitto i jihadisti dell’Isis, pezzi dei quali, adesso, sono insieme ad altri nuclei qaedisti, dalla parte della Turchia, stanno apportando una estrema difesa. Tanto che sul terreno i jihadisti alleati della Turchia non riescono ad avanzare, malgrado i bombardamenti aerei di supporto. Una resistenza che vede l’appoggio della popolazione, composta anche da profughi della guerra siriana rifugiatisi proprio lì negli ultimi anni.

I numeri della pulizia etnica

“L’esercito invasore turco ha effettuato bombardamenti aerei su insediamenti civili 668 volte. Nei menzionati bombardamenti, sub-strutture, stazioni di acqua potabile, scuole e allevamenti di animali in posizioni centrali sono stati presi di mira… Hanno attaccato la regione con elicotteri 16 volte e tutti questi attacchi hanno preso di mira gli insediamenti civili… Con carri armati e armi pesanti 2.645 volte. 409 combattimenti corpo a corpo… Con elicotteri 16 volte e tutti questi attacchi hanno preso di mira gli insediamenti civili… Hanno attaccato la regione con carri armati e armi pesanti 2.645 volte.” Di contro, la resistenza kurda ha prodotto l’abbattimento di due elicotteri e di 51 tra carri armati e panzer.

Minacce tra partner

Mentre i villaggi attorno ad Afrin si sono trasformati in campi di battaglia, il sultano Erdogan, presidente autocrate della Turchia, ha iniziato a scambiarsi accuse e minacce contro gli Stati Uniti, uno dei principali alleati Nato. Questo perché l’invasione turca del nord della Siria pone questioni politico-strategiche di non poco conto. Da un lato perché il presidio territoriale kurdo in Rojava rappresenta un argine contro l’Isis, che, seppur sconfitto militarmente, ancora non è stato del tutto annientato. Se rispetto a ciò si considera che l’apparato bellico turco si appoggia sul cosiddetto

Esercito Siriano libero, cioè milizie ex qaediste e pezzi dell’Isis in fuga, la rappresentazione che ne esce fuori è davvero inquietante. Anche perché la narrazione del governo turco, individua i terroristi nelle forze combattenti kurde. Erdogan: “La decisione degli Stati Uniti di dare un sostegno finanziario all’YPG influenzerà sicuramente le decisioni che prenderà la Turchia… Sarà meglio per loro non stare con i terroristi che supportano oggi…”

Assalti e minacce

Poi c’è la minaccia, una volta conclusasi la campagna su Afrin, di arrivare fino a Manbij, città presidiata sia dalle SDF kurde che dall’esercito statunitense, avvisato a suo tempo da Erdogan di lasciare quell’avamposto e non farsi trovare in sua difesa. “L’operazione della Turchia ha sminuito la nostra lotta per sconfiggere lo Stato islamico nella Siria orientale …

Le forze si sono dirottate da lì verso Afrin… Da ora in poi nessuno ha il diritto di usare il Daesh come scusa: il teatro dell’ISIL è finito…” E’ stata questa la risposta del Segretario di Stato americano Rex Tillerson. A rincarare la dose poi ci ha pensato Paul Funk, il comandante delle forze americane in Siria e in Iraq: “Ci colpisci, risponderemo aggressivamente, ci difenderemo…”

FONTI: ANF, Al Jazeera

Credits: ANF

La risposta del Rojava all’occupazione turca

 

L’invasione dell’esercito turco nel cantone kurdo di Afrin, nel nord della Siria, sta mietendo vittime tra i civili. Mentre i media legati ad Ankara stanno costruendo false informazioni sul campo, monta la resistenza popolare.

22 gennaio 2018 - La guerra del presidente sultano turco Erdogan contro il popolo kurdo sabato 20 gennaio è entrata nel vivo. Dopo un’avanzata sul campo da parte non dell’esercito ma delle milizie affiliate alla Turchia chiamate “Esercito Siriano Libero”, prontamente respinte dalla YPG, le “Unità di Protezione del Popolo”, sono entrati in azione i jet. Questi hanno potuto penetrare lo spazio aereo grazie alla ritirata dell’apparato militare russoche di esso ne aveva la responsabilità. Così i primi villaggi sono stati bombardati, mietendo, in due giorni, una ventina di vittime tra donne e bambini. La Turchia, con la suanarrazione costruita ad hoc, ha dichiarato di aver colpito solo postazioni terroristiche. La manipolazione informativa ridefinisce la realtà proponendo la visione di un popolo che in quanto kurdo è terrorista. Ecco perché anche se vengono uccisi donne e bambini si parla di terroristi.

“La resistenza è giusta”

“Siamo un popolo che difende la libertà. La nostra posizione è stata chiara sin dall’inizio. Resisteremo agli attacchi di invasione da parte dello stato turco. Insieme al nostro popolo, aumenteremo la nostra resistenza. Questa non è la prima né l’ultima resistenza per noi. Lo spirito di resistenza sviluppato a Kobanê crescerà in Afrin e conseguirà la vittoria. Attingiamo la nostra forza e il nostro morale dalla nostra gente. La vittoria sarà certamente nostra. Perché la nostra resistenza è legittima. ” E’ quanto dichiarato all’agenzia di stampa kurda ANF il generale delle YPG Sipan Hemo. L’offensiva avviata nella mattina di sabato, ha visto l’impiego di mortai, bombardamento aereo con 32 caccia e combattimenti sul campo.

Un’operazione annunciata

L’operazione bellica denominata “Ramo d’ulivo”, ha lo scopo, a quanto dichiarato dal ministro della difesa turco Binali Yildirim, di creare una “zona di sicurezza” con una profondità di 30 km dal confine. Non esistendo una motivazione legata ad un principio di realtà, è chiara la volontà, da sempre manifestata da parte del sultano, di far crollare il progetto di confederazione democratica multiconfessionale e multietnica, creata in Rojava dal popolo kurdo.

Gli attori in campo

Gli attori in campo si stanno defilando dalle proprie responsabilità. La Russia, come detto, si è ritirata dallo spazio aereo, dando mano libera alla Turchia. Sipan Hemo: “Per due anni le forze russe si sono recate ad Afrin e hanno affermato che essi stessi avrebbero risolto determinati problemi di collaborazione con i kurdi. Hanno costantemente detto che una soluzione senza kurdi non è possibile…

Avevamo alcuni accordi con la Russia. Ma essa improvvisamente li ha trascurati e ci ha tradito. Ci hanno chiaramente venduto. Perché erano soliti dire che una soluzione senza kurdi non è possibile e affermavano che avrebbero risolto i problemi insieme ai kurdi. Ma ciò che sta accadendo ora ha rivelato gli intenti della Russia “. Dall’altro lato, gli Stati Uniti invitano alla moderazione, di fatto lasciando campo aperto alla Turchia, dopo aver smentito, per le proteste di Ankara, la costituzione di un esercito di frontiera di 30mila uomini, nel nord della Siria, formato anche dai kurdi.

Sarà interessante vedere il dopo Afrin, poiché la Turchia ha annunciato dopo di voleroccupare Manbij, città che attualmente vede la presenza del maggior contingente americano, insieme alle SDF, l’esercito multietnico a guida kurda. La Francia ha chiesto formalmente l’arresto delle operazioni belliche, convocando una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

La guerra mediatica

Poi, vi è la guerra mediatica, funzionale a ribaltare il sistema dei significati. Latrasformazione di un popolo che combatte da un secolo per affermare la propria autonomia e autodeterminazione è stata portata avanti negli ultimi trent’anni in Turchia dalPKK, il partito dei lavoratori kurdi, il cui leader è Ocalan, prigioniero delle galere turche, in quanto terrorista.

Se il PKK ha condotto le sue battaglie anche attraverso forme di lotta armata, l’assioma che il popolo kurdo e le sue istanze di autonomia siano terroristiche è ormai una “realtà” conclamata a livello mediatico. Ancora Sipan Hemo: “Nessuna delle informazioni pubblicate negli organi di informazione sotto il controllo di Erdogan ha alcun legame con la verità.

Quello che sta succedendo oggi ad Afrin è il massacro di civili. Inoltre, attraverso i media, per due mesi, hanno cercato di creare le basi per l’invasione di Afrin, con quello che stanno producendo e cioè i massacri… Il fatto è che Erdogan denota i civili massacrati come “combattenti” perché vede tutti i kurdi come combattenti. È così che pensa di avere il diritto di uccidere qualsiasi Kurdo. Ecco perché insiste nel chiamare i civili da massacrare “combattenti” e “soldati”. Ma la verità è che Erdo?an prende di mira villaggi e città e uccide i civili”.

Il depistaggio

Il portale di notizie Sputnik, filo-turco, ha dato una notizia assolutamente falsa allo scopo di fiaccare la resistenza kurda: “Jaysh al-Thuwar, uno dei più grandi gruppi all’interno delle Forze Democratiche Siriane, ha cambiato volto e si è unito alle forze sostenute dalla Turchia”.

Le SDF, all’interno del quale esistono oltre che i kurdi anche altre etnie, rappresentano il vero esercito regolare del Rojava. Così il comandante Hecî Ehmed delle SDF si è premurato a rispondere: “ Le notizie che riguardano Jaysh al-Thuwar non hanno nulla a che fare con la verità, sono completamente inventate… Stiamo agendo insieme alle altre forze di difesa di Afrin. Abbiamo vissuto insieme in queste terre per anni e stiamo combattendo fianco a fianco contro il nemico. La nostra lotta continua. 

Continueremo a combattere anche in futuro. Le dichiarazioni fatte per nostro conto non sono altro che una bugia. Hanno davvero bisogno di queste bugie. Vogliono dare il morale alla loro parte e demoralizzare il nostro popolo”.

FONTI: ANF, Al Jazeera

Credits: ANF

L’Isis rientra nel conflitto siriano per attaccare Afrin

 

L’invasione della Turchia nel cantone siriano di Afrin è in atto grazie all’alleanza con i jihadisti di AlQaeda e dell’Isis.

23 febbraio 2018  - Sui tre lati che circondano il cantone kurdo di Afrin nel nord della Siria i combattimenti di terra si susseguono senza fine, qund’anche i bombardamenti aerei stanno mietendo vittime tra i civili al punto da determinare una crisi umanitaria, nel silenzio della comunità internazionale. Sempre di più infatti l’intento del sultano Erdogan, presidente-autocrate della Turchia, è quello di attuare una vera e propria pulizia etnica nei confronti del popolo kurdo, senza fare nessuna distinzione tra civili e soldati, tanto “sono tutti terroristi”.

La strategia turca nel nord della Siria

Alla base di questa strategia vi sono tre passaggi… Il primo è quello di annientare l’esperienza del Rojava come laboratorio di democrazia dal basso, pericoloso per le istanze di autonomia di quella parte del popolo kurdo che vive al confine nel sud della Turchia. In questa logica vi è il tentativo di cambiare i caratteri demografici di Afrin, con l’eliminazione dei kurdi per far posto a pezzi di popolo siriano rifugiatosi in Turchia, anche grazie al denaro dell’Unione Europea. Infine, vi sono le mire di un controllo strategico sul territorio da parte turca, attraverso la presenza dei qaedisti, e di superstiti dell’Isis, che dopo l’offensiva sul territorio sono fuggiti in Turchia.

I jihadisti al comando delle operazioni turche

Da una inchiesta sul campo dell’agenzia di stampa ANF emergono i particolari inquietanti dell’occupazione di terra operata dalla Turchia nel cantone di Afrin. In realtà sembra che il comando delle operazioni sia in mano proprio ai jihadisti dell’Isis e di Al-Nusra, ex Al-Qaeda. All’inizio dell’occupazione la Turchia si era avvalsa del cosiddetto Esercito Siriano Libero, una organizzazione praticamente mercenaria che inizialmente si era presentata nello scenario bellico siriano per abbattere Assad. Una volta che sul campo, dopo appena una settimana, le unità di combattimento kurde, YPG e YPJ, hanno inferto colpi mortali con centinaia di vittime, l’Esercito Siriano Libero è stata sciolta nei fatti ma non nella forma.

Questo perché le loro uniformi sono state indossate dai membri di Al-Nusra, che controllano ancora la città siriana di Idlib, ma anche dagli affiliati dell’Isis arrestati in Turchia e a Jarablus, dopo essersi dati alla fuga in seguito alla sconfitta subita sul campo proprio dalle unità combattenti kurde. Con quelle uniformi sono loro che, malgrado non riescano ad entrare ad Afrin anche col supporto dell’aviazione turca, formano la cabina di regia dell’attacco al Rojava.  

Fonti: Al_Jazeera, ANF - Credits: Al-Jazeera, Reuters

La Turchia offre un nuovo posizionamento all’Isis

 

L’invasione di Afrin è condotta in terra da milizie dell’Isis letteralmente in incognito per confondersi agli occhi dei vari contendenti nello scenario bellico.

6 marzo 2018 - La denuncia forte e chiara arriva da Numan Cilo, comandante delle Forze Democratiche Siriane a Deir ez-Zor. In una intervista all’agenzia di stampa ANF, il militare ha segnalato l’ennesima minaccia che l’alleanza turco-jiahadista rappresenta non soltanto per il quadro siriano ma anche per il resto del mondo... “Le bande dell’ISIS avevano perso posizioni importanti, ed erano state messe in una condizione militare tale da risultare fallimentare, ma dopo l’inizio degli attacchi dello stato turco contro Afrin, le bande dell’ISIS si sono tirate su e hanno iniziato un’offensiva contro Deir ez-Zor”.

L’ago della bilancia

Se i piani del sultano Erdogan sono saltati poiché convinto che l’operazione su Afrin si sarebbe conclusa nel giro di pochi giorni, c’è anche da dire che le alleanze variabili stanno creando una situazione tragicamente surreale. Questo perché, allo stato attuale, i due fronti di guerra in Siria vedono conflitti e alleanze a corrente alternata. L’ago della bilancia sono le bande jihadiste trainate dai qaedisti di Al Nusra. Questi stanno combattendo contro l’esercito siriano regolare di Assad, con Iran e Russia come alleati, nella regione di Ghouta. Ma Al Nusra, almeno formalmente, sta combattendo ad Afrin anche contro i kurdi, grazie all’alleanza con la Turchia e, questo si che sembra paradossale, al lascia passare della Russia.

Soffia il vento sulle vele dell’Isis

La composizione delle milizie jihadiste alleate della Turchia è variegata e si può compendiare in bande armate che hanno combattuto fin dall’inizio il regime di Assad. La Turchia le ha rimesse in gioco all’interno del cosiddetto Esercito Siriano Libero. Il traino è sempre la potente Al Nusra, composta da qaedisti. Ma mentre le unità militari kurde smantellavano l’apparato bellico del sedicente Stato Islamico, i pezzi allo sbando in fuga verso il confine sono stati reclutati dalla Turchia per combattere ad Afrin.

“Lo stato turco che attacca Afrin – ha dichiarato Numan Cilo  ad ANF –  punta decisamente per la  seconda volta a soffiare il  vento sulle vele dell’ISIS e a rafforzarla, insieme alle altre bande che come  loro sono sul punto soccombere. Lo abbiamo visto nel campo di battaglia di Deir ez-Zor. All’epoca in cui lo Stato turco entrò ad Afrin, l’ISIS lanciò un’offensiva. Sanno che la battaglia di Afrin dà loro spazio per respirare. Perché la strategia della nostra struttura di combattimento è influenzata dalla situazione di Afrin “.

Sotto mentite spoglie

Nel momento in cui l’esercito turco si accingeva ad entrare nelle provincie di Jarablus e Azaz i jihadisti dell’Isis, indossando le uniformi di Al Nusra, si sono insediati e sono ancora lì. E così a Idlib e nelle vicinanze di Afrin… Secondo il comandante kurdo Numan Cilo questo rappresenta un grave rischio anche per i paesi europei… “L’ISIS, dal punto di vista militare, è stata ferita.

Hanno perso il territorio di Raqqa e di altri luoghi. Ma l’organizzazione adatta e cambia le loro divise in molte aree… Se l’ISIS recupera forza, potrebbe iniziare i suoi sanguinosi attacchi non solo in Siria ma in Francia, Germania, Belgio, Regno Unito e di nuovo in vari posti negli Stati Uniti. La Turchia sta creando le condizioni per arrivare a questo.

La Russia e gli Stati Uniti stanno zitti di fronte a questo attacco… Quindi, potrebbe sembrare che siano ora confinati in un’area di Deir Ez Zor, ma i loro attacchi negli ultimi giorni a Heseke, Qamishlo, Shaddadi e in altre zone non dovrebbero essere considerati solo attacchi contro i curdi …”

C’è un retroscena

Il retroscena di questa grottesca situazione potrebbe essere individuata negli interessi che quell’area riveste da un lato o dall’altro. La Turchia è interessata oltre che allo smantellamento dell’esperienza della confederazione democratica, multi-confessionale e multietnica del Rojava, ma anche alle risorse da poter gestire in autonomia come il petrolio dell’aria di Deir ez-Zor, proprio grazie i jihadisti dell’Isis, con cui Erdogan fino al 2015 era in affari prevalentemente per l’acquisto di petrolio di contrabbando.

In un altro senso poi ci sono le commesse di vari paesi nei confronti della Turchia. Prima di tutto la Russia, con la vendita dei suoi missili aria-aria S-400. Poi la Francia che ha piazzato i suoi Airbus, l’Italia gli elicotteri d’attacco e la Germania i suoi carri armati Leopard.

Il popolo resistente

Le mire di Erdogan dopo 45 giorni di assedio ad Afrin rimangono dunque le stesse: annientare il popolo kurdo, deportando la cittadinanza in altre zone del paese, facendo posto ai gruppi salafisti sunniti in una logica di vera e propria pulizia etnica.

Considerato che ad Afrin sono presenti diverse entità nazionali siriane, poiché sfollati durante il conflitto, quello che probabilmente lo Stato turco non si aspettava è stata la reazione di tutte le donne e gli uomini che vivono ad Afrin, che oltre ad organizzare continuamente manifestazioni di protesta tra le strade del cantone, si stanno impegnando a difendere la loro terra in tutti i modi. Ecco perché l’assedio e le stragi di civili non stanno fruttando ad Erdogan e ai jihadisti dell’Isis nessun risultato militarmente efficace.

Fonte  ANF - Credits ANF, Reutres

L'orda barbarica

Il saccheggio di Afrin

 

A pochi chilometri dalla completa occupazione di Afrin dell’esercito turco con le sue bande jihadiste, cerchiamo di capire in quali condizioni sta vivendo questo brutale genocidio il popolo residente.

13 marzo 2018 - Dopo 52 giorni di assedio da parte dell’esercito turco e delle sue bande associate di jihadisti, provenienti dalle milizie disciolte dell’Isis e di al-Qaeda, sotto l’egida del fantomatico Esercito Siriano libero, Si possono usare i termini genocidio e pulizia etnica. I civili trucidati sono 232, mentre 668 sono i feriti fino a questo momento. La caratteristica dell’assalto di Afrin è quella di considerare la popolazione alla stregua dei combattenti, armi alla mano. Ecco che i bombardamenti aerei sono continui e distruggono, case, scuole, ospedali.

Fughe, macerie, distruzione e solidarietà tra i cittadini

Il cantone sembra sempre di più un culmulo di macerie, per quanto la gente che ha deciso di restare si sforzi di vivere di una “normalità di guerra”. In tal senso si sta creando tra la popolazione un senso di solidarietà straordinario, considerando che nel cantone di Afrin non vi abitano solo kurdi ma anche arabi, assiri, tra cui migliaia di sfollati da varie parti della Siria, nel corso della guerra. In città è tutto un’emergenza. Migliaia di persone sono in fuga.

Centinaia di abitazioni sono distrutte. Circa metà della popolazione non ha più la propria casa per cui le autorità locali si stanno prodigando ad accorpare più famiglie negli appartamenti rimasti in piedi, ma anche in negozi o strutture comunque abitabili, con non meno di tre gruppi familiari insieme.

Il silenzio dei colpevoli

Nel frattempo l’Ente per gli affari sociali e il lavoro nel Cantone di Afrin ha aperto ieri “Afrin Camp“, un campo profughi con 50 tende e 200 edifici disabitati. Ospita 30 famiglie provenienti da diversi villaggi e aree del cantone. Arifah Bakr, il capo degli affari sociali e del lavoro, in una intervista all’agenzia di stampa ANF ha dichiarato: “Nonostante le deboli possibilità e le circostanze degli attacchi dell’aggressione turca, abbiamo aperto questo campo per aiutare le famiglie costrette a lasciare i loro villaggi a causa dei bombardamenti mirati nelle dei case civili. Noi, in quanto organo per gli affari sociali, siamo pronti a servire e ad aiutare le nostre persone con tutte le nostre capacità.”

La gente è esausta e non comprende il silenzio colpevole dell’occidente dinnanzi a questa brutale guerra personale di Erdogan al popolo kurdo. Hozan Eymen, del villaggio di Çeqela nel distretto di Shiyê, racconta ad ANF di come i jeet turchi abbiano distrutto la sua casa e il suo villaggio: “Lo stato turco sta attaccando tutti, civili, bambini, anziani, il mondo non ci fa caso, le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani non ne parlano. Quanto durerà questo silenzio?

Lo sgomento dei cittadini di Afrin

Fatme Îsmaîl, fuggita dal villaggio di Dimiliya, nel distretto di Mabeta, è rimasta in strada con i suoi figli:“Abbiamo perso la nostra casa e la nostra terra, non c’è più niente, non abbiamo un tetto sopra le nostre teste, né acqua, né pane, non è vergognoso? Voi persone in questo mondo, perché non dite nulla?”

Se lo sgomento dei cittadini di Afrin va di pari passo all’impossibilità di comprendere come il mondo possa tollerare un attacco così pesante ad un popolo, la distruzione totale delle risorse fondamentali per vivere, come l’acqua, è una di quelle chiavi  che segnala la volontà del governo turco di voler torturare il popolo nel suo complesso. Dopo aver distrutto l’unica fonte di approvvigionamento con la diga di Meydankê, l’acqua per il momento viene garantita da vecchi pozzi riattivati. Considerato che la principale arteria viaria, cioè quella per Aleppo, è costantemente bombardata, nel cantone non riescono ad arrivare merci di nessun genere.

I saccheggi di stampo Isis

Poi c’è il tema dei saccheggi. Si, perché le bande jihadiste sparse sul territorio circostante Afrin, sotto la denominazione di Esercito Siriano Libero stanno applicando le medesime vessazioni di stampo Isis ai cittadini del cantone accusandoli di essere miscredenti. Saccheggiano le case e torturano la gente, minacciandoli di tagliar loro la testa. E la cosa ancor più inquietante è quella che essi stessi mettono video in rete, dove viene a palesarsi la loro brutalità. Inquietante perché non hanno nessun ritegno a smentire se stessi, in relazione alla narrazione che il dittatore Erdogan continua a propinare e cioè di mercenari e miliziani “moderati”.

Tra pulizia etnica e trasformazione demografica

In linea con le vessazioni ed il massacro dei civili di Afrin, vi è una dichiarazione all’agenzia di stampa ANHA di Redour Khalil, funzionario per le relazioni pubbliche delle SDF, l’apparato militare multietnico e multiconfessionale a trazione kurda, dove viene evidenziato il tentativo di trasformare i connotati demografici dell’area. “Lo stato turco continua il suo progetto di occupazione per cambiare i dati demografici dell’area attraverso il reinsediamento di famiglie turkmene e arabe nei villaggi di Afrin, che hanno occupato dopo lo sfollamento della cittadinanza, distribuendo le loro proprietà ai nuovi coloni.

La Turchia sta portando avanti una campagna di cambiamento demografico su larga scala, e mostra apertamente  la vera intenzione dello stato turco nell’occupare Afrin, che erano stati declamati con argomenti vaghi. Lo stato turco, attraverso le sue operazioni di insediamento in Afrin, innesca conflitti etnici con i curdi e manipola il destino e le future generazioni nella zona”.  

Fonti e credits ANF, ANHA

I barbari turchi ad Afrin in nome della jihad

 

Saccheggi, violenze, vessazioni sono questi gli ingredienti usati dalle bande jihadiste, partners della Turchia, nel cantone di Afrin. Ma il popolo curdo non si arrende è passa alla resistenza.

23 marzo 2018   - Human Rigth Watch denuncia il governo di Ankara per le deportazioni dal confine della Turchia alla città siriana di Idlib. Intanto era da prevedere fin dall’inizio, che dentro il fantomatico “Esercito Siriano libero” in realtà si nascondevano pezzi in fuga dell’Isis, e di al-Nusra, ex al-Qaeda. “Abbiamo prove incontrovertibili sul fatto che i militari turchi stiano utilizzando pericolosi militanti di Isis inquadrati nelle milizie che combattono contro di noi ad Afrin. Abbiamo mostrato ad alcuni tra i 5000 jihadisti chiusi nelle nostre carceri i filmati delle ultime battaglie e loro hanno riconosciuto con certezza almeno 27 loro compagni di Isis con le unità turche”. Parole rilasciate al Corriere della Sera da Aval Adnan, importante dirigente kurdo.

L’apocalisse jihadista di Afrin

Da una cronaca dell’agenzia di stampa AFP: “Le forze siriane sostenute dai turchi sono andate su tutte le furie domenica ad Afrin, saccheggiando negozi e case dopo aver preso il controllo della città settentrionale. Dopo aver inseguito combattenti curdi da Afrin, i combattenti pro-Ankara hanno fatto irruzione in negozi, ristoranti e case e se ne sono andati con generi alimentari, apparecchiature elettroniche, coperte e altri beni. Hanno messo il bottino in auto e piccoli camion e li hanno cacciati fuori dalla città”.

Così nel mentre che i residenti di Afrin venivano messi in condizione di scappare dalle proprie case e proprietà, queste venivano letteralmente prese d’assalto e trasformate in bottino di guerra. Persino le auto posteggiate si sono rubati… Poi hanno dato alle fiamme i negozi dove venivano vendute bevande alcoliche. In molti sono stati presi e arrestati. Ai più è stata data la possibilità di arruolarsi con i jihadisti contro il proprio stesso popolo. Così le torture di stampo Isis hanno ripreso il loro corso, come il sacrilegio dei siti archeologici.

Mentre le orde barbariche si sparpagliavano per la città, la statua dell’eroe kurdo Kawa veniva abbattuta. Nel frattempo messa fuori uso la diga che rifornisce di acqua l’area, la città, essendo isolata, non può beneficiare né di cibo né di medicinali, con gli ospedali completamente distrutti. Più della metà dei 350mila abitanti si sono dati alla fuga. Molti si sono nascosti nel vicino cantone di al-Shabba, rifugiati nelle scuole, nelle moschee, e in ogni spazio abitabile: solo in questa area, dall’inizio della guerra, si sono ritrovati 300mila rifugiati.

Una nuova strategia militare: la guerra di guerriglia

Il Movimento kurdo per una società democratica TEV-DEM con una dichiarazione scritta riguardante l’invasione barbarica della Turchia, ha sottolineato che, costretti al ritiro militare, la strategia delle unità militari kurde adesso è quella della guerra di guerriglia. Del resto la resistenza è insita nel DNA del popolo kurdo, almeno da un secolo. “La resistenza  ha mostrato 58 giorni di ininterrotto sacrificio contro l’esercito turco e le loro bande jihadiste.  È stata scritta un’epopea di sacrificio e valore di proporzioni storiche.

La resistenza popolare ancora in movimento contro l’esercito invasore e i suoi strumenti programmati per l’annientamento ha insegnato una lezione ai nemici e alle forze oscure. Questa resistenza continua ancora… Il nostro popolo ha affermato che la sua volontà non potrà mai essere spezzata e non potrà essere mai distrutta da alcuna forza. Questa resistenza è stata la risposta più forte del nostro popolo al terrorismo e alle truppe dello stato turco…”

La Gomorra del confine turco-siriano

In un rapporto, appena pubblicato, di Human Rights Watch vengono denunciate le deportazioni di massa dei siriani che arrivano al confine turco verso la città siriana di Idlib, già dal dicembre dello scorso anno. Considerato i milioni di euro che l’Unione europea ha sborsato alla Turchia per accogliere i rifugiati siriani, impedendo che arrivino in Europa, la grande truffa del sultano Erdogan si sta realizzando appieno. Gerry Simpson, direttore del programma per i diritti dei rifugiati presso Human Rights Watch:“Mentre le guardie di frontiera cercano di sigillare le ultime vie d’accesso rimaste ai confini della Turchia, centinaia di migliaia di siriani sono intrappolati nei campi per difendersi dalle bombe sul lato siriano”.

Leggiamo dal rapporto: Le guardie di frontiera turche hanno sparato a richiedenti asilo che cercavano di entrare in Turchia usando rotte di contrabbando, uccidendoli e ferendoli, e hanno deportato i siriani di Idlibappena arrivati ??nella città turca di Antakya, a 30 chilometri dal confine siriano.

L’offensiva di dicembre dell’alleanza militare russo-siriana contro le forze anti-governative a Idlib ha soppiantato quasi 400.000 civili, secondo le Nazioni Unite. Si sono unita a oltre 1,3 milioni di persone intrappolate all’interno di Idlib in campi insicuri, sovraffollati, di fortuna, in campi vicino al confine turco chiuso, dove sono costantemente minacciati di essere attaccati. Mancano cibo, acqua pulita, riparo, assistenza sanitaria e aiuti.   

Fonti: ANF, ANHA, Human Rigth Watch Credits: LaPresse, Reuters, Ansa, ANF, ANHA

Cala l’oblio sui crimini della Turchia ad Afrin

 

Il Consiglio Democratico Siriano ha pubblicato un rapporto dettagliato sui crimini di guerra commessi dall’esercito turco e dai loro associati jihadisti, da quando è iniziata l’aggressione di Afrin che ha portato all’occupazione della città.

3 maggio 2018 - Da quel  20 gennaio, giorno in cui sono iniziati gli attacchi turco-jihadisti in Rojava, che hanno portato alla presa di Afrin, si è ripetuto il copione di sempre con violenze, torture, stupri, saccheggi in una logica di vero e proprio genocidio. La strategia violenta della dittatura turca ha avuto come obiettivo quello di ridefinire la dimensione demografica di quel territorio. Così, il Consiglio Democratico Siriano, ripreso dall’agenzia stampa kurda ANF, ha deciso di pubblicare un rapporto su tutte le nefandezze perpetrate dalle forze di occupazione. Si tratta dell’unico resoconto completo sulle strategie di annientamento turche nel nord della Siria, che rivela un serio problema legato alla circuitazione delle informazioni sulla situazione della popolazione di Afrin. Già, perché sembra che questa tragica situazione, sia caduta nell’oblio…

La paura verso la democrazia dal basso

“I popoli che vivevano ad Afrin sono stati sottoposti a violenti e barbari assaltida parte delle forze d’invasione che partecipano alla cosiddetta operazione “Ramo d’ulivo.Condanniamo questa violazione e sosteniamo tutte le famiglie che sono vittime di queste violazioni dei diritti…

Condanniamo le barbare pratiche dello stato turco occupante contro tutto il popolo siriano. Siamo preoccupati per la vita dei cittadini rapiti e chiediamo alla comunità internazionale di adempiere ai suoi doveri e alle sue responsabilità.” E’ questo un passo del rapporto pubblicato ieri dal Consiglio Democratico Siriano, il braccio politico delle Forze Democratiche Siriane, cioè l’apparato militare che nel 2015 unificò le unità di combattimento kurde, YPG e YPJ, con altri gruppi militari afferenti a diversi ceppi etnici, come assiri e arabi.

Tale unificazione preannunciava la nascita della “Federazione del Nord della Siria” avvenuta nel dicembre del 2016, che vedeva i suddetti gruppi etnici condividere il progetto kurdo del Rojava, fondato su un nuovo modello sociale per il Medio Oriente: confederazione democratica dal basso, organismi territoriali come luoghi decisionali, sistema pluriconfessionale e multilinguistico, diritti inalienabili per tutti e soprattutto il protagonismo del mondo femminile su cui ruota tutto il sistema confederale.

La lista degli orrori

- Ridefinizione demografica del territorio.

- Bombardamenti degli insediamenti civili ad Afrin e demolizione di appartenenti dei residenti.

- Pianificazione dei bersagli civili tramite bombardamento aereo e da terra.

- Torture, stupri ed esecuzioni sommarie. Distruzione dei luoghi storici. Saccheggi dei beni di famiglie in fuga.

- Arresti e sparizioni.

- Costrizione ad abbracciare l’Islam.

E’ questa la lista degli orrori perpetrata con scientificità dall’alleanza turco-jihadistache ha invaso Afrin, in perfetta linea con le pratiche dell’Isis, adottate in questi anni nelle occupazioni di Siria e Iraq. Questo è un altro degli aspetti più tragicamente grotteschi di questa vicenda, proprio perché ignorata dalla stampa mainstream e dalla comunità internazionale.

Perché quelle che i kurdi chiamano “bande”, cioè i miliziani jihadisti alleati alla Turchia, sono entrate dentro l’Esercito Siriano Libero, che nel 2011 si formò con i disertori dell’apparato bellico di Assad. Uomini dell’Isis in fuga, pezzi di al-Qaeda hanno indossato le divise dell’ESL, mimetizzandosi inizialmente nei combattimenti di terra contro le Forze Democratiche Siriane. Una volta entrati ad Afrin, hanno gettato la maschera, adottando le loro solite pratiche dedite al sadismo.

La sostituzione demografica di un popolo

I dati segnalati nel rapporto del Consiglio Democratico Siriano parlano chiaro: tra i civili sono stati uccisi 56 donne, 55 uomini e 46 bambini e feriti, di cui sono state confermate le identità, 104 donne e 150 bambini, con un totale di 448. Gli sfollatiin zone sicure sono stati 300mila, suddivisi in campi profughi tra Til Rifat, Shehba, Sherawa, Nubil e Zehrai, Heleb e Manbij.

Leggiamo dal rapporto:“Il Comune popolare di Shehba ha allestito un campo nella provincia di Fafin con il sostegno di Amministrazione del Cantone di Afrin, Heyva Sora Kurd e alcune organizzazioni umanitarie. Mentre 850 tende sono state allestite in questo campo, l’assistenza fornita ai cittadini in questi campi non soddisfa i bisogni”. E’ in questo contesto in cui rientra la cosiddetta “Turkificazione” del territorio di Afrin, cioè la strategia del governo turco di trasformare la struttura demografica del territorio.

Così le bande jihadiste hanno “sfollato” centinaia di migliaia di persone dai loro villaggi, impossessandosi dei loro beni, saccheggiando i villaggi, subentrando nelle loro case, laddove non sono state incendiate. Due interi villaggi, Ikbis e Moska, nel distretto di Shiyê e Cindirêsê, sono stati letteralmente trasformati nella loro dimensione demografica. Il distretto di Kefer Cenê è stato completamente “arabizzato”, mentre  in quello di Kefer Sefrê sono state collocate almeno 300 famiglie dei miliziani jihadisti.

Così come in tanti altri villaggi: chi non è riuscito a fuggire è stato costretto a restare, sottostando a crudeltà di vario genere: in pratica rapiti in casa loro. Le bande jihadiste hanno cambiato i nomi delle strade, in lingua turca e araba. Gli yazidi sono stati costretti ad abbracciare la religione musulmana e le donne ad indossare il velo. E ancora, ai cittadini non è stato permesso recuperare i corpi dei loro parenti che hanno perso la vita negli attacchi.

E mentre saccheggiavano e rubavano,  le bande jihadiste si sono pure “divertite” a stuprare le donne, tagliare alcune teste, torturare gli uomini. Ma hanno fatto altro, come aver infierito sul cadavere della combattente kurda Emîna Mustefa Umer, il primo febbraio.

Un genocidio tra barbarie e sadismo

I jihadisti tagliagole, in un paio di mesi, sono riusciti a rinverdire i fasti del sedicente Stato islamico grazie ad un furioso bombardamento dell’esercito regolare turco, sia aereo che da terra con i carri armati Leopard, venduti dalla Germania. Vi è stata una accurata pianificazione di bersagli civili, non solo abitazioni ma anche miniere, convogli, scuole, ospedali, centrali elettriche, riserve di acqua. Hanno fatto saltare in aria siti religiosi e aree archeologiche. Dal rapporto del Consiglio Democratico Siriano: “L’occupazione di Afrin dovrebbe essere considerata illegale, poiché contraria al diritto internazionale. Bisogna fare pressione su tutte le forze di occupazione per ritirarsi dai territori occupati, in particolare Afrin. L’esercito turco occupante non ha alcuna legittimità, la sua azione è contraria a tutte le risoluzioni ONU…”.

Il Consiglio chiede di sapere che fine hanno fatto le persone rapite, e che vengano subito rilasciate; chiede la composizione di un comitato composto dalle organizzazioni dei diritti umani e dei diritti delle donne nella regione, che sia indipendente, completamente imparziale e trasparente. Inoltre viene chiesta la restituzione dei beni saccheggiati, ma anche fermare la “politica demografica”, e costringere lo Stato turco, attraverso gli organismi internazionali, a pagare i dannialle persone e a ricostruire l’economia dei luoghi distrutti.

Fonte ANF – Credits La Presse

Virtù e sofferenze di un popolo

Quella guerriglia kurda che in Siria vuole tenere testa all’esercito turco

 

L’Unione delle Comunità del Kurdistan ha pubblicato un rapporto che descrive le difficoltà dei soldati di Erdoğan contro la resistenza, mentre il Tribunale Permanente dei Popoli smonta la narrazione sul “popolo terrorista”.

24 maggio 2018 - La strategia militare della guerriglia kurda, nel nord della Siria, sta sortendo effetti positivi in molte aree dove l’occupazione turca ha determinato distruzioni, genocidio della popolazione e deportazioni. La “tattica d’azione” ha portato a buon fine diverse operazioni senza causare vittime tra le file della resistenza. Al di là della potenza anche tecnologica dell’apparato bellico turco, sul campo di battaglia non riesce a prevalere.

Le potenze fasciste contro la democrazia

“Con oltre 70 soldati colonialisti uccisi la scorsa settimana ad Agri, Lelîkan, Ebdilkovi, Bradost, nella collina di Xwedê, e nelle zone di Medya, all’invasione del governo fascista AKP-MHP (le organizzazioni politiche che formano il governo turco, ndr), si è replicato con durezza. Il nemico si pente di aver occupato la regione di Bradost. Queste azioni mostrano che la guerriglia risponde agli attacchi dell’esercito turco con una tattica ben riuscita”.

Uno dei più potenti eserciti del mondo, quello turco, sul campo, sta trovando difficoltà a gestire l’occupazione del territorio, grazie a quelli che sono stati ribattezzati “Guerriglieri della libertà”.

“Le politiche aggressive e fasciste degli ultimi anni del AKP-MHP contro il popolo e i guerriglieri saranno certamente infrante dalla resistenza e le azioni del nostro popolo, della guerriglia kurda, dei popoli della Turchia e di tutti i popoli del Medio Oriente, determineranno la liberazione dalle potenze fasciste che sono contro la democrazia “.

Ad est dell’Eufrate

Intervistato dall’agenzia di stampa kurda ANHA, Sherko Heseke, membro del comando delle forze democratiche siriane (SDF), ha dichiarato che dopo aver liberato la regione al-Dishasha di Deir ez-Zor, come parte dell’operazione Cizire Storm, verrà definita la linea di confine e la città di Hajin sarà la prossima ad essere liberata. Le unità specializzate delle SDF stanno bonificando tutto il territorio ad est dell’Eufrate dalle mine antiuomo piazzate dalle bande dell’Isis, affiliate all’esercito turco.

Purtroppo, anche in questo caso, si sta replicando l’atroce copione del sedicente Stato islamico, visto l’uso dei civili come scudi umani proprio intorno ad Hajin. Sherko Heseke: “Le bande dell’ISIS prendono di mira i civili che vogliono fuggire dalle zone occupate. Questo è il motivo per cui è molto difficile per loro lasciare queste aree “.

In tal senso le SDF stanno espletando non solo funzioni di tipo militare, ma anche, diciamo così, di protezione civile, poiché ogni giorno la gente comune che riesce a fuggire nelle zone limitrofe all’occupazione jihadista, sotto il controllo kurdo, viene accolta in aree protette.

Poi c’è il tema della guerra mediatica, poiché alcuni media vicini al governo turco, stanno inventando scontri tra le SDF e l’esercito regolare siriano. Cosa naturalmente falsa, poiché l’autoproclamato sistema confederale del nord della Siria, invocando non l’indipendenza ma l’autonomia, vede nel governo siriano un interlocutore…

Il Tribunale Permanente dei Popoli

E’ notizia di oggi quella relativa alla Conferenza di presentazione, al Parlamento Europeo di Bruxelles, del verdetto emesso dal Tribunale Permanente dei Popoli, sulla violazione delle leggi internazionali di cui si è resa colpevole la Turchia contro il popolo kurdo, tra il gennaio 2015 e il gennaio 2017.

Le audizioni si sono svolte a Parigi il 15 e 16 marzo. “Lo Stato turco è stato ritenuto responsabile di aver negato il diritto all’auto-determinazione internazionale del popolo kurdo, la negazione dell’identità e della presenza del popolo kurdo e la repressione per concorrere al potere politico, economico e culturale del paese, che è interpretata come una minaccia all’autorità dello Stato turco.

Il TPP ha identificato la negazione del diritto all’autodeterminazione la causa principale del conflitto armato tra i kurdi e la Turchia “. Con questa motivazione viene ribaltata un’altra narrazione deliberatamente mistificata, quella che definisce “terrorista” un popolo che da un secolo lotta per la sua autonomia.

“Il TPP ha determinato che il presidente Erdoğan è responsabile di incitamento e legittimazione della violenza in modo sproporzionato e indiscriminato, rivolta contro i combattenti armati kurdi e la popolazione civile, tutto ciò per aver qualificato come terroristi i kurdi che vivono nelle aree di conflitto, nonché dei loro rappresentanti scelti…

Il PTT ha anche riconosciuto la Turchia colpevole di crimini di Stato, tra cui omicidi mirati, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, commessi da diversi rami delle forze di sicurezza dello stato e dei servizi segreti, in Turchia e all’estero, in particolare in Francia”.

Fonti e credits: ANF, ANHA

I cittadini kurdi di Afrin rapiti dalle bande jihadiste

 

La sostituzione etnica del cantone kurdo prosegue tra caos e violenze. Gli scontri armati tra i gruppi di mercenari ex Isis, alleati della Turchia, si susseguono per contendersi i beni e le abitazioni degli sfollati. Intanto tra i mercenari è nata la prassi dei rapimenti per ottenere un riscatto.

3 luglio 2018 - Dall’inizio dell’occupazione turco-jihadista ad Afrin, gli sfollati kurdi, dal cantone del Rojava, sono circa trecentomila. L’area di Shehba è il luogo dove centinaia di migliaia di persone si sono ritrovate dopo la fuga. Chi è rimasto è soggetto a ritorsioni e ai rapimenti a scopo estortivo. I saccheggi e le case abbandonate sono diventate l’oggetto del contendere tra i gruppi jihadiste alleati alla Turchia. Mentre la sostituzione demografica si sviluppa tra caos e violenza, le nuove istituzioni locali turco-jihadiste hanno ridefinito i documenti dei residenti, tanto che sia chi cerca di rientrare che chi cerca di scappare viene definito “straniero”.

Una sparatoria per dividersi i bottini dei saccheggi

Avevano formato una Commissione di riconciliazione, costituita da tre membri dell’esercito turco, nel centro del distretto di Afrin. L’obiettivo era quello di far trovare un accordo tra le due bande jihadiste alleate della Turchia che hanno inscenato un vero e proprio conflitto: il Fronte al-Shamiya e la Brigata al-Mutasim.

Il disaccordo tra i jihadisti, prevalentemente ex Isis, nasce dalla spartizione dei bottini frutto dei saccheggi nelle case dei residenti di Afrin, costretti alla fuga. Il risultato che la riconciliazione ha prodotto si può sintetizzare nella sparatoria avvenuta il 28 giugno che ha ucciso i tre membri della commissione e ferito quattro dei mercenari delle due bande. In questo contesto alcune delle famiglie che provenivano da al-Ghouta orientale stanno cercando di uscire da Afrin e sfuggire alle bande di mercenari, attraverso dei loro conoscenti.

I jihadisti a caccia di case abbandonate

Se il tentativo da parte dell’esercito turco di mettere pace tra le fazioni jihadiste, in gara per accaparrarsi quanti più beni possibili dei residenti di Afrin in fuga, è fallito miseramente, c’è da dire che questi scontri continuano in un contesto di caos e violenza che la città occupata sta vivendo.

Un caos che i due nuovi corpi di polizia, quella cosiddetta “libera” e quella cosiddetta “militare” non sembrano riuscire a controllare. In questo momento sono concentrati a gestire i punti di entrata e uscita della città. Altri scontri sono scoppiati proprio ieri notte nelle vicinanze della scuola di Salih El Ali nel quartiere Ashrafiya. Non sono riusciti a mettersi d’accordo sul modo di dividersi le proprietà rubate. Anche perché le bande jihadiste continuano a razziare di tutto e di più.

Non solo. L’oggetto del contendere, prima che i beni materiali sono proprio gli immobili abbandonati. Questo perché il disegno turco di trasformazione demografica di Afrin vede la sostituzione del popolo kurdo con quello jihadista.

Un riscatto per liberare i civili

Non si è ancora compreso se gli scontri tra le bande jihadiste siano anche dovuti ai rapimenti per ottenere un riscatto. Si, perché l’altra crudele forma di vessazione che il popolo kurdo ad Afrin sta subendo è proprio quello dei rapimenti.

Il prezzo che i familiari devono pagare per rivedere i propri cari si aggira intorno ai 10.000 dollari. Fonti locali, a quanto riferisce l’agenzia kurda ANF, hanno confermato che il 27 giugno la banda jihadista Jaysh Al-Nuxbe ha rapito Amir Fayiqand di 45 anni e sua moglie Shaziye Mustafa di 35 anni nel villaggio di Emara, nel distretto di Mabata, Cantone di Afrin.

Nell’area di Bilbile è stato invece confermato il rapimento di Henan Mehmud, un cittadino kurdo di 36 anni. Ma questi sono solo alcuni casi confermati. Di sparizioni sembra che ce ne siano a tamburo battente.

Il popolo decide come liberare Afrin

Mentre le forze di occupazione turca e jihadista ad Afrin continuano la loro azione di pulizia etnica, si è riunita la nascitura Conferenza per la liberazione di Afrin. I delegati continuano ad incontrare centinaia di persone dentro i loro villaggi, fuori dal raggio d’azione degli occupanti.

Gli ultimi incontri si sono svolti nei villaggi di Weshee, Teane, Cobe e Nerabiye. A Shehba, l’area desertica dove sono concentrati la maggior parte degli sfollati di Afrin, invece si è tenuto l’incontro per condividere e confrontarsi sui risultati di questa azione democratica. In tal senso i delegati hanno salutato la resistenza delle unità di combattimento kurde, YPG e YPJ, che insieme a pezzi di popolazione stanno cercando di frapporsi alla violenza turco-jihadista.

Se è gioco forza non arrendersi fin quando la liberazione di Afrin non sarà una realtà, per un popolo che da un secolo combatte per la propria autonomia, quello di cui è emerso in modo forte è l’autocritica nei confronti delle istituzioni militari e civili di Afrin, in relazione agli errori commessi. In perfetta logica comunitaria, come nelle caratteristiche di democrazia dal basso del Rojava, è stata proprio la popolazione a dare dei suggerimenti per superare le carenze del passato.

FONTI e CREDITS: ANHA, ANF

In Rojava si festeggia la ricorrenza della rivoluzione kurda

 

Il 19 luglio del 2012, per le strade della città di Kobane, scoccava la scintilla rivoluzionaria, per una autonomia inseguita da un sessantennio, nei confronti del regime siriano baathista. Ripercorriamo la storia grazie ad una ricostruzione dei fatti dell’agenzia di stampa kurda ANHA News.

20 luglio 2018 - “All’alba del 19 luglio 2012 sono state decorate con bandiere rosse, gialle e verdi edifici e case di Kobane, dichiarando alla storia che la città è stata completamente liberata dall’abominio del regime Baath, per questo entrata in una nuova fase della sua storia contemporanea”.

La svolta storica

La svolta fu storica poiché dopo più di mezzo secolo di lotte del popolo kurdo, in quel pezzo di Medio Oriente, nel nord della Siria, abitato anche da altri gruppi etnici come arabi, assiri, turcomanni, fu messo in atto un sistema sociale e politico, definito “Terza via”, a dimostrazione di come sia possibile un modello di società diverso da quello capitalistico come da quello baathista, e potremmo dire in generale mediorientale…

A Kobane

A Kobane, il movimento di liberazione del popolo kurdo era attivo dal 1957, con l’ingresso in Siria di Abdullah Ocelan, proprio a Kobane, presso il villaggio di Al-Bour. Si tratta di una società fondata sulla fraternità dei popoli, per questo multietnica e multiconfessionale, che quindi rinuncia al razzismo e rende le donne protagoniste di del modello. Con questa chiave furono costruiti “i Consigli del Popolo e le loro commissioni di autogoverno per ripristinare e proteggere i guadagni del popolo kurdo e di altri popoli oppressi”.

La prima fase

“Kobane è la parte occidentale del Kurdistan, che si trova tra Afrin e Jazzera la seconda regione più grande del Rojava, in termini di posizione geografica siriana”. Una volta che il movimento rivoluzionario si espandeva verso Afrin e Jazeera, il nord del paese iniziava a trasformarsi principalmente con la diffusione della lingua madre oltre che dell’idea di libertà e democrazia dal basso.

Tutto questo succedeva nel pieno della guerra siriana, infatti nel nord la formazione delle bande legate all’Esercito Siriano Libero avevano innescato battaglie violente con l’Esercito regolare di Assad. A quel punto il popolo stesso, manifestando per le strade, ad imporre la cacciata delle bande armate.

E così fu… Sei anni dopo l’Esercito Siriano Libero, veniva cooptato dal despota turco Erdogan, per avviare la pulizia etnica ad Afrin, con una particolarità però, cioè quella di inserire tra le file delle bande ex aderenti all’Isis in fuga dopo le sconfitte sul campo, prevalentemente prodotte proprio dall’apparato militare kurdo.

L’organizzazione delle Comunità cantonali

In realtà la prima riunione dell’Assemblea popolare di Kobane si era tenuta il 23 febbraio, e fu lì che vennero battezzati i “Consigli popolari”, organi di autogoverno cantonale. Ma questi erano insufficienti per reggere l’impatto delle guerre diversificate siriane: da un lato le bande e dall’altro il regime di Assad. Furono creati i “Comitati civili volontari”, una sorta di struttura paramilitare funzionale a proteggere la popolazione dagli attacchi delle bande.

“I comitati per la protezione del vicinato e i comitati di auto-protezione istituiscono barriere ai tre ingressi della città per ispezionare i veicoli, prevenire l’ingresso di estranei in città. Spesso, per ore mancavano alcune barriere per la mancanza di equipaggiamento militare, cioè armi leggere, fucili da caccia e bastoni”. L’obiettivo in questa seconda fase era quello di “marginalizzare” le istituzioni del regime siriano ancora in vita. I centri governativi vennero occupati e trasformati in istituzioni civili rientranti sotto l’egida dell’Assemblea del popolo.

“…Decisero di controllare tutti i centri di sicurezza e di servizio della città e liberarli dal regime baathista, (l’ospedale militare, l’ospedale al-Amal, il Consiglio legislativo, il Consiglio di Giustizia), l’Associazione Agricola, la Direzione Agricoltura e la Divisione del Partito Socialista Arabo Baath e la Sicurezza Militare…

” Il piano era stato strutturato per assegnare ogni edificio ad un gruppo organizzato predefinito, anche e forse soprattutto, per gestire i negoziati con il personale del regime baathista, finalizzati ad evitare spargimenti di sangue e danneggiamenti agli edifici. Sicuramente senza la formazione del Rojava con i suoi cantoni e la propria organizzazione militare e istituzionale non sarebbe stato possibile alle Unità di combattimento kurde, sia femminili che maschili, liberare gran parte della Siria dall’occupazione dell’Isis…

FONTE ANHA NEWS – CREDITS ANHA NEWS, ANF