Cap 5: DA PRESIDENTE A SULTANO

 

Strategia del terrore e patto fiduciario con l’Isis rappresentano le politiche della Turchia di Erdogan nei primi quattro anni di guerra. La partnership tra Stato turco e sedicente Stato islamico, si è sviluppato e implementato, come una sorta di "cavallo di troia" jihadista, come ebbe a dire il dittatore Gheddafi, riferendosi ad Erdogan, nel 2002, in una famosa intervista nel programma Mixer. Una partnership innanzitutto economica sul bussiness del geggio di contrabbando, e sulle armi, che ha visto il confine con la Siria essere stato area di transito controllata dal MIT, il serfvizio di sicurezza turco.

Sognando l'Impero Ottomano

Il modello turco

 

Le proteste di massa dell’estate 2013, che hanno visto il popolo turco sfidare il governo del primo ministro Erdogan, sembravano cadute nell’oblio dopo gli sgomberi di piazza Taksim, divenuta nuovo simbolo delle proteste popolari.

18 Settembre 2013 - Se all’inizio i motivi delle contestazioni erano legati ad un parco da demolire per farvi un supermercato, le nuove mobilitazioni hanno preso vita in seguito alla morte di un giovane di 22 anni, colpito alla testa da un candelotto, durante una manifestazione. Sia la prima che la seconda volta il capo del governo ha voluto usare la mano pesante sui manifestanti, stigmatizzati come terroristi, utilizzando strumenti e metodologie antisommossa estremamente violenti, tanto da dover subire i richiami dei paesi europei, sulla libertà di manifestazione.

L’illusione di un modello possibile

C’è da riflettere sul fatto che la Turchia sia una democrazia presidenziale, dove il popolo ha eletto un governo legato alla dimensione islamica. Erdogan è a capo di un partito epigono dei Fratelli musulmani egiziani, quindi un partito sunnita, che ha fatto pensare all’opinione pubblica europea che potesse essere possibile coniugare democrazia con islamismo.

In effetti quello turco è l’unico stato democratico, istituzionalmente stabile, che coniuga democrazia e sharia, tanto da farne una sorta di modello, per i vicini paesi mediorientali. Il punto è che questo modello di fronte a delle proteste popolari di piazza reagisce in spregio delle regole democratiche, anche perché è estremamente evidente che una parte del popolo, quello laico, in piazza ci scende per determinare la propria libertà di espressione, come metodo di convivenza civile, prima di tutto.

Nell’estate del 2015 sono fissate le elezioni presidenziali, a cui Erdogan dovrebbe candidarsi, per cui l’elemento di discrimine diventa quello che pressappoco contraddistingue l’Egitto: se la maggioranza del popolo è musulmana è legittimo che un governo islamico bypassi le regole della democrazia?

Alla ricerca della libertà d’espressione

Perché la libertà di espressione, insieme alla separazione dei poteri, è l’essenza stessa di una democrazia, quando un governo di natura islamica non tollera la libertà di espressione, che sia essa religiosa o politica, e la reprime in piazza o cerca il controllo su internet, dove i social network diventano dei veri e propri luoghi di liberazione, allora è chiaro che il modello continua a non funzionare.

Continua cioè quella ambiguità di fondo che impone alla parte laica del paese di sospendere le proprie prerogative per assoggettarsi alla maggioranza islamica e alle regole proprie al sistema religioso. Intanto è?stato riaperto?il processo per l'omicidio del giornalista turco-armeno Hrant Dink, ucciso nel 2007 da un giovanissimo, allora minorenne, nazionalista turco, reo confesso. Tra gli ispiratori dell'omicidio venne condannato su 19 accusati, Yasin Hayal, con una sentenza che fece scalpore poichè venne scongiurata la tesi?di un complotto nato da funzionari pubblici, quindi dentro il cuore dello Stato.

Credits: Reuters

Continua la repressione turca contro i kurdi: arrestati tredici parlamentari

 

Il presidente turco Erdogan continua la sua opera di repressione nei confronti delle organizzaioni kurde sia in patria che sul campo di battaglia siriano.

4 novembre 2014 – La dura repressione che il governo di Ankara sta conducendo nei confronti del popolo kurdo, tra il sud della Turchia e il nord della Siria, ormai è inarrestabile. In una settimana sono stati incarcerati i due sindaci di Diyarbakir, considerata la capitale tra le città a maggior insediamento kurdo nel sud della Turchia. E’ questa la città tenuta sotto assedio, nei mesi passati, che ha provocato la morte di tanti civili rimasti dentro le loro abitazioni trasformate in macerie dai cannoneggianti turchi.

Il copione delle accuse inventate

Durante la settimana sono stati arrestati 13 deputati kurdi, presenti nel parlamento turco, appartenenti al partito HDP, Partito Democratico dei Popoli, e proprio oggi la stessa sorte è toccata al leader, Selahattin Demirtaş. Le accuse nei loro confronti sono tra le più svariate: si sono rifiutati di subire un interrogatorio sul PKK, il partito dei lavoratori kurdi, considerato terrorista dal governo turco; poi le manifestazioni di protesta nell’ottobre del 2014, poiché nell’estate di quell’anno Kobane, capitale morale del Rojava, era sotto assedio dall’Isis ed il regime di Erdogan bloccò le frontiere per impedire che i cittadini kurdi della Turchia andassero in soccorso dei loro fratelli. Per quelle proteste, adesso Erdogan ha chiesto il conto, dopo cioè aver eliminato l’immunità parlamentare, anche perché quello di Demirtaş è il terzo partito del parlamento turco, con 59 deputati…

I capi d'accusa fuori dalla realtà

Due dei parlamentari, Tuğba Hezer e Faysal Sarıyıldız, essendo all’estero, non sono stati raggiunti dalle forze di polizia turche. I mandati sono stati emessi dagli uffici dei pubblici ministeri di cinque città kurde del sud appunto: Diyarbakir, Sirnak, Hakkari, Bingöl e Van. Questi sono i capi d’accusa formalizzati dalla magistratura: “responsabili di formare una organizzazione finalizzata a commettere crimini, fomentando la propaganda terroristica, l’aperta istigazione e la denigrazione contro lo Stato, il governo, la magistratura, i militari, e le forze di sicurezza della Repubblica di Turchia. Attività queste volte ad interrompere l’unità dello Stato e l’integrità del paese, lodando crimini e criminali.”

Le battaglie dei deputati kurdi

In realtà Demirtaş e gli altri parlamentari stanno da anni conducendo aspre battaglie denunciando la corruzione del regime di Erdogan e la spietata repressione, che ha un principio di continuità sulla striscia di confine con la Siria, soprattutto quando l’Isis era partner dichiarato della Turchia, che attraverso quel confine faceva transitare petrolio di contrabbando, armi, e foreign fighters denuncie fatte dai giornalisti Can Dündar e Erdem Gül del giornale "Cumhuriyet" condannati ed arrestati.

Prima di essere preso Demirtaş, attraverso un comunicato, dichiarava: "Non abbiamo paura di essere perseguiti, anche se la giustizia è l'ultima cosa incontrata nei tribunali della Turchia. Se ci fosse giustizia, saremmo disposti ad essere perseguiti insieme ad Erdogan, se avessero intenzione di interrogarlo su risme di soldi dentro le scatole di scarpe, sui camion di armi inviati in Siria, sugli assassinii per le strade: dovremmo essere perseguiti insieme".

Sul versante siriano

Nel frattempo sul versante siriano, la Turchia, insieme ai gruppi ribelli ad essa vicina, continua ad attaccare l’SDF, cioè l’organizzazione militare kurda, che ha il sostegno degli Stati Uniti per combattere l’Isis. Nei giorni scorsi, infatti, mentre i jihadisti dello Stato islamico bombardavano le loro posizioni a nord di Aleppo con le batterie di mortaio, contemporaneamente venivano attaccati dall’artiglieria pesante dei gruppi ribelli legati alla Turchia.

Il Colonnello Talal Silo, portavoce ufficiale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), così commentava: "Le Forze Democratiche siriane sono state istituite per combattere il terrorismo e quindi l’ISIS. Ecco perché abbiamo guadagnato un sostegno internazionale, soprattutto da parte americana… Le nostre forze di terra combattono per il mondo libero, e nessuno può impedire la nostra avanzata contro l’Isis…

Le vittorie precedenti da parte delle Forze Democratiche Siriane hanno dimostrato le nostre capacità di sconfiggere questo gruppo terroristico". Per sintetizzare: l’SDF, organizzazione militare kurda, combatte l’Isis sul campo, sostenuta dagli Stati Uniti ma osteggiata dalla Turchia, paese Nato, alleato degli Stati Uniti, che considera l’SDF un gruppo terrorista…

Fonti e Credits: ANF News

La vendita dei rifugiati un tanto al chilo

 

Mentre l'Unione Europea stringe un accordo con la Turchia per trattenere i rifugiati, al confine con la Bulgaria un uomo afghano viene ucciso una volta entrato nel paese.

16 ottobre 2015 - L'accordo stretto ieri al summit europeo di Bruxelles con la Turchia sottoscrive la possibilità di trattenere lì i rifugiati che cercano di raggiungere i paesi europei. La motivazione che la Cancelliera tedesca Merkel ha espresso possiede i contorni di un'ambiguità tipica della Fortezza Europa. Si dice infatti che "i migranti dovrebbero essere ospitati più vicino ai loro Paesi di provenienza piuttosto che mantenerli nei nostri Paesi".

Due milioni di rifugiati già presenti sul territorio

Sullo sfondo vi è una situazione complessiva che colpisce... In Turchia infatti, dalla recrudescenza della guerra in Siria, sono arrivati circa 2.000.000 di rifugiati, molti dei quali si sono insediati in città e villaggi nel sud del paese, presso la zona di confine con la Siria. In alcune di queste città il numero dei rifugiati ha superato quello dei residenti, ma questo non ha causato ne scontri, ne conflitti sociali.

Anzi, come racconta l'inviato dell'Osservatorio Balcani Caucaso Dimitri Bettoni, molte famiglie turche che lavorano nei campi, hanno ospitato altre famiglie siriane proponendogli di lavorare insieme a loro. Il paradosso che l'attuale governo turco, che non è certo un esempio di democrazia, pur non rispettando la convenzione di Ginevra, che impone ai governi sottoscrittori di accogliere chi scappa da guerre e persecuzioni, è disponibile ad ospitarne milioni, mentre gli stati europei, litigano per la divisione della quota di 160.000.

Una uccisione di confine

Nel frattempo al posto di confine tra la Turchia e la Bulgaria, che ha anch'essa eretto muri di filo spinato, nei pressi della città di Sredets, è stato ucciso un rifugiato afghano, che insieme ad un gruppo di 50 connazionali, una volta riusciti ad entrare nel paese, sono stati intercettati dalle guardie di frontiera, le quali hanno sparato colpendo l'uomo.

Le autorità bulgare si sono premurate a spiegare che trattandosi di "migranti illegali" essi cercano di entrare da vie più perigliose non coperte dalla recinzione. Oggi Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell'Unhcr, ha sottolineato che secondo le leggi internazionali, a cui la Bulgaria è soggetta, non è possibile che la polizia impedisca il passaggio a chi deve chiedere l'asilo politico.

La disfatta di Istanbul

 

Istanbul, città globale e sintesi della storia tra occidente e oriente, modello di convivenza tra laicismo e islamismo, è ormai caduta…

22 giugno 2016  - Con l’inasprirsi del processo di islamizzazione che ha coinvolto l’intero paese, insieme alla nuova intesa del potere autocratico con le forze nazionaliste, e non da ultimo con la repressione delle libertà di stampa e manifestazione del pensiero, il modello turco di Stato laico voluto dal fondatore della patria Atatürk, è ormai finito.

Un venerdì di preghiera per le strade di istanbul

Era il primo venerdì del novembre 2013, quando per la prima volta calpestavamo le strade di Istanbul. Le proteste al Gezy Park erano avvenute a fine maggio e la città sembrava resistere a quello strano vento di autoritarismo, miscelato di vari elementi: islamismo, neoliberismo, nazionalismo, corruzione, repressione nei confronti della questione kurda… Tutto condensato nelle mani del capo supremo della nazione: Recep Tayyip Erdogan, che da primo ministro diventerà negli anni a venire presidente e infine Sultano…

Il nostro collegamento con la città era una giovane guida, che aveva studiato in Italia: Senih. Un ragazzo dalla faccia pulita, laico, culturalmente anarchico, molto preparato, parlava italiano e inglese perfettamente. Uno di quei giovani cosmopoliti che rappresentano la parte non dogmatica della città, appunto laica. Perché il laicismo, fino a quel momento, ha rappresentato l’elemento caratterizzante della Turchia, dividendo a metà la società: dall'altra parte i seguaci dell’islamismo. Ma lo stato era assolutamente laico. Così aveva voluto il padre della patria Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Turchia e primo presidente, dopo la disfatta dell’impero ottomano: era il 20 ottobre del 1923…

Sultanahmet e le sue moschee

In quel venerdì, dopo il risveglio della prima preghiera del mattino, da parte degli imam, la cui voce veniva diffusa dagli altoparlanti, un piccolissimo e forse banale evento contribuì a darci la chiave di lettura di questa città che, insieme ad Atene e a Roma, può essere considerata la culla della civiltà. Il venerdì vi è una sola moschea a Istanbul dove i turisti possono mischiarsi ai fedeli, quella principale di Sultanahmet, il quartiere storico, in cui sono concentrate le moschee più antiche: dalla moschea Blu a Santa Sofia, luogo assolutamente unico al mondo. Un quartiere storico insomma, dove dedali di strade s’intersecano creando tante casbah senza soluzione di continuità. La sua  morfologia urbana si sposa perfettamente con le atmosfere mediorientali che si respirano nelle stradine. 

Dentro i mercati all’aperto, che spuntano improvvisamente, c’è tutto il senso di quel pezzo di cittadinanza che di commerci, anche piccoli, vive, in linea con la storia levantina di quel porto che oggi ospita l’imbarcadero, per il tour tra la costa asiatica e quella europea. Eppure fino agli inizi degli anni ottanta  Sultanahmet era un quartiere degradato, poi in seguito ad un piano di sviluppo urbano divenne il quartiere simbolo della città, che accoglie carovane di turisti da tutto il mondo… Infatti è proprio lì che il 12 gennaio di quest’anno un affiliato siriano all'Isis si è fatto esplodere, proprio nei pressi dell’obelisco di Teodosio, nella piazza centrale del quartiere. Lì sono concentrati una miriade di pulman organizzati dai tour operator, poiché a pochi metri l’una dall’altra vi stanno le due moschee antiche: 10 morti e 15 feriti, quasi tutti turisti tedeschi, fu il bilancio di quell'attentato.

Quel venerdì, insomma, nella moschea principale di Sultanahmet, accadde un piccolo grande evento. Come è noto, prima di entrare nella moschea occorre togliersi le scarpe e le donne devono indossare un copricapo. Senih, la nostra guida, si arrabbiò con un paio di turiste entrate senza questo accorgimento, urlandogli dietro: “Io non sono musulmano, ma è una questione di rispetto nei confronti di ciò che rappresenta questo tempio per la gente che viene a pregare…” 

Quando i laici e i musulmani si rispettavano

Se da un lato circa metà della popolazione è musulmana, dall’altro, fino a quel momento c’era un rispetto profondo per le ritualità religiose da parte di chi non era credente. Sembrava una dimensione di grande solidarietà comunitaria, forse anche legata alla fortissima identità di popolo, che poteva mettere insieme un credo millenario come l’islamismo con il laicismo della società digitale. In quegli anni scrivevamo che questa forma di rispetto tra chi è credente e chi non lo è poteva essere un interessante modello sociale, malgrado i venti autoritari che stavano cominciando a soffiare.

Camminando per le strade di Istanbul era proprio questa l’aria che si respirava: la donna col burka accanto alla ragazza con il tacco 12 che aspettavano insieme il bus… Dopo tutto Istanbul, come dicevamo, è una delle culle della storia umana, e le sue vicende millenarie erano fino a poco tempo fa la chiave di lettura dei temi del nostro oggi: Islam/occidente, democrazie/autocrazie religiose, Europa dei popoli/economie neoliberali…

L’autoritarismo del nuovo sultano

La tendenza all'autoritarismo del “sultano” sunnita Erdogan è stata un crescendo straordinario nel giro di questi ultimi tre anni… La sua impresa di islamizzare la Turchia a livello simbolico la si può far risalire proprio ai fatti di Gezy Park, nel maggio del 2013, quando migliaia di giovani laici occuparono il piccolo parco poiché il “sultano” lì voleva costruire un centro commerciale ed una moschea. A quel tempo fu la magistratura ad impedirlo, poiché ancora non era stata inghiottita dall'autocrate islamico.

C’è da dire che il Grezy Park è una fetta dell’immensa piazza Taksim, luogo della rivolta giovanile, ma rappresenta anche la modernità. In piazza Taksim la forbice tra abbienti e meno abbienti la si può guardare direttamente: lo shopping delle grandi arterie adiacenti stridono con i “bambini da strada” ed una quantità incredibile di persone praticamente “svenute” nei prati del parco. Infatti le proteste erano in realtà un grido di allarme, contro un governo che aveva  alimentato la corruzione sistemica nel paese, aumentando le sacche di povertà, devianza e ingiustizie.

Lo sviluppo malato di Istanbul

L’autorità costituita, attraverso una sorta di sviluppo economico urbano, implementava una corruzione sistemica attraverso la gestione degli appalti, nelle cui maglie la famiglia del sultano è stata trovata con le mani in pasta, facendo parlare gli economisti di “crescita gonfiata”. Si tratta di una sorta di “neoliberismo islamico” , dove attraverso la nuova frontiera delle opere pubbliche, che siano moschee da costruire o ristrutturare o centri commerciali o grattacieli, l’impetuosa circolazione di denaro viene gestita arricchendo le consorterie familistiche, attraverso le speculazioni edilizie.

Che sia islamico o occidentale, il punto è che il liberismo per definizione produce fisiologicamente espulsione dai meccanismi economici della società, con le conseguenti patologie sociali che tutti conosciamo… L’economia drogata da corruzione e sommerso è possibile toccarla con mano tra le strade della città. L’assenza di regole sembra un fatto sociale conclamato a cominciare da quelle stradali che non esistono…

Ma quando si cammina per quei dedali di strade, tra bancarelle e personaggi che sbarcano il lunario come possono, diventa difficile non pensare che questa semplicissima realtà quotidiana, fa da contraltare al boom economico che la Turchia sembrava aver avuto negli ultimi anni, semplicemente perché il livello di economia sommersa è così diffuso sul territorio che ha più peso di quello reale…

Guerre, islamizzazione e contrabbando

Il consolidamento dell’islamizzazione del potere voluto dal “sultano” va di pari passo con la guerra in Siria, la cui Turchia è confinante in quella striscia a sud del paese dove sono insediate le comunità kurde, le quali da un secolo rivendicano, anche in Turchia, l’autonomia culturale, repressa nel sangue.

Ma la guerriglia del  PKK, il partito kurdo legato al leaderAbdullah Öcalan, attualmente agli arresti, nasconde un’altra realtà emersa da poco agli occhi dell’occidente, anche se i paesi democratici non sono interessati a prenderne atto. Perché tra il 2012 e il 2015 la Turchia è stata lo snodo delle autostrade della jihad, percorse dai cittadini europei che volevano affiliarsi all'Isis, per andare a combattere sul territorio siriano: i cosiddetti "foreign fighters". Adana, a 200 chilometri dal confine con la Siria, è proprio il luogo in cui si concentravano quei cittadini europei che decidevano di andare a combattere per la jihad. Istanbul diventava il punto di snodo logistico e organizzativo: gli affiliati turchi gestivano appartamenti, per il periodo di attesa, monitorando i collegamenti con la Siria occupata. Non solo...

Si è poi scoperto che gli affari con l’Isis riguardavano il traffico di armi e il petrolio di contrabando… Formalmente la guerra all'Isis viene usata da Erdogan per assimilare nel mucchio del terrorismo anche le istanze di libertà e indipendenza del popolo kurdo, sia in Siria, la cui resistenza, principalmente delle organizzazioni femminili, combatte direttamente contro lo Stato islamico, che in Turchia, contro il PKK, con cui dall’estate scorsa ha ripreso un vero e proprio scontro armato. Sempre di più il potere diventa violento e i primi a farne le spese sono i giornali di opposizione che vengono chiusi senza colpo ferire, mentre i giornalisti vengono arrestati con l’accusa di attentato contro lo stato.

Proprio nel periodo delle ultime elezioni politiche nel novembre 2015, i nodi sono venuti al pettine e l’autoritarismo del regime ha preso le sembianze di un ibrido storico, in linea forse con le tendenze del nuovo fascismo che dall’Europa dell’est si stanno allungando ai paesi del centro e nord Europa, coinvolgendo ultimamente persino l’Inghilterra con l’omicidio di Jo Cox, in piena campagna antibrexit.

Il controllo dei poteri e la fina del cosmopolitismo

Quello di Erdogan è ormai diventato un regime totalitario a tutti gli effetti dato il controllo sui tre poteri dello Stato, l’annientamento della libertà di stampa, con l’arresto dei giornalisti di opposizione, l’arresto di chiunque esprima un pensiero pubblicamente contro il regime. Un nuovo fascismo di tipo islamico ma neoliberista poiché anziché statalizzare privatizza alle cerchie e ai clan legati al sistema di potere.

Così arriviamo alla disfatta di Istanbul, con i fatti degli ultimi giorni, che chiudono il cerchio e mettono la parola fine alla città cosmopolita a cavallo tra l’oriente e l’occidente. Sono tre gli eventi che la fanno sprofondare nel buio dell’oscurantismo autoritario. Innanzitutto c’è l’annuncio del “Sultano” che il progetto chiamato di “riqualificazione” di piazza Taksim verrà ripreso e attuato: “Si tratta di un imponente progetto immobiliare nel cuore della parte europea della città, formato da un complesso di edifici residenziali e commerciali che prevede la realizzazione della copia di una caserma ottomana e di una grande moschea, oltre a un centro commerciale.”

L’anima nera e l’anima bianca

Un venerdì sera, quartiere della movida di Tophane, nel negozio di dischi Velvet Indie Ground, è in corso una festa di presentazione del nuovo disco dei Radiohead. Sono tutti giovani che bevono birra e alcolici vari. Arrivano una ventina di uomini armati di spranghe e bastoni. Fanno irruzione nel locale, lo devastano, picchiano i presenti, insultandoli di blasfemia poiché il party non è rispettoso dei precetti dell’islam, in periodo di Ramadam…

Ecco,  per la prima le due anime della città, quella laica e quella islamica, diventano nemiche e la violenza religiosa cerca di annientare i fondamenti dello Stato creato da Atatürk. In un video su Youtube uno degli assalitori minaccia uccisioni apostrofando i ragazzi che partecipavano alla festa come “bastardi”. Come se non bastasse, il commando non è stato perseguito e durante la manifestazione, nel centrale quartiere Cihangir, per difendere la laicità del paese, centinaia  di persone sono state caricate dalla polizia che ha usato proiettili di gomma, lacrimogeni e idranti…

Qualche giorno dopo, cominciano ad uscire fuori dichiarazioni minacciose, da parte sia di organizzazioni ultra-nazionaliste che anche islamiche, contro il Gay Pride. C’è questa “Alperen Ocaklari”, un’organizzazione d’ispirazione fascista che ha intimato alle autorità di fermare il corteo poiché viceversa ci avrebbero pensato loro, richiamando il Ramadam come momento sacro. La manifestazione viene vietata, ma gli organizzatori cercano di sfilare ugualmente. Neanche a dirlo, “giù mazzate” dalla polizia: i soliti idranti e le solite pallottole di gomma…

Con la caduta di Istanbul, si chiude un secolo di storia in nome del rispetto tra islamismo e laicità…

 

Il patto fiduciario con l'Isis

La chiave di volta nella campagna del terrore: foreign fighters

 

Al di là del discorso sul fallimento delle politiche territoriali di integrazione delle seconde generazioni magrebine in Francia, che ha pure un suo perché, qui il punto è che nella capitale francese esiste la rete europea dell'Isis più strutturata. Li hanno chiamati "foreign fighters", cioè cittadini europei, tanto uomini quanto donne, che decidono di arruolarsi nello stato islamico per andare a combattere in Siria.

Dalla Francia, e soprattutto da Parigi, vengono organizzate le partenze per la Turchia. Le persone vengono fatte arrivare ad Istanbul e da lì trasportate ad Adana, a 200 chilometri dal confine con la Siria. E' proprio quello lo snodo delle autostrade della jihad, percorse dai cittadini europei che vogliono affiliarsi all'Isis. Lì c'è il supporto logistico gestito da residenti turchi, dove hanno i loro appartamenti per il periodo di messa in collegamento con il comando Isis oltre confine.

Le azioni di ritorno

Poi, dopo il periodo di reclutamento, addestramento e combattimento ritornano in Francia, allo scopo di farsi saltare in aria. L'esplosivo, a quanto spiegano gli analisti, è facile averlo poiché vengono comprati in loco, attraverso internet, gli elementi separati, per poi dopo assemblare la bomba. L'aspetto più difficile da spiegare è come, nel caso parigino, siano riusciti a procurarsi le armi da guerra; domanda che dovrebbe porsi l'intelligence francese, che sembra non essere stata molto efficiente negli ultimi tempi...

La traslazione dei conflitti mediorientali

Se quindi le vere guerre in atto sono combattute in Medio Oriente, caso mai sarebbe più indicato parlare di una "traslazione" dei conflitti mediorientali in Europa. Per cui è lì che occorrerebbe intervenire per impedire le carneficine nelle città europee. Ma forse gli interessi mediorientali in gioco sono così complessi e articolati per gli Stati occidentali, e i loro capofila, che ricorrere ai labirinti dei segni, per far credere ad una guerra di civiltà, è di più facile risoluzione...

Attacco ad Istanbul dopo anni di partnership con la Turchia

 

Erano circa le 10 di questa mattina quando un affiliato siriano dell'Isis si è fatto esplodere nei pressi dell'obelisco di Teodosio, nella piazza centrale di Sulthanamet, il quartiere che rappresenta il cuore di Istanbul.

12 gennaio 2016 - E' lì che sono posizionate le principali moschee della città, da Santa Sofia alla moschea blu. E' l'area più trafficata di Istanbul, dal punto di vista della concentrazione turistica. Una miriade di pulman organizzati dai tour operator contornano il perimetro dell'enorme piazza rettangolare da cui si scorgono le due principali moschee. Il passeggio in quell'area è in qualche modo obbligatorio per chi voglia visitare il cuore e la tradizione della meravigliosa megalopoli turca.

I turisti come primo obiettivo

Le informazioni che si susseguono da stamattina, tra dispacci del governo turco ed emittenti televisive, danno allo stato attuale 10 morti e 15 feriti, quasi tutti turisti. Infatti l'uomo si è fatto esplodere proprio in mezzo ad una comitiva tedesca, lì dove si sa che è possibile colpire più turisti che cittadini turchi, gli unici dei quali sono venditori di oggetti tipici ai bordi della piazza. I morti infatti sono in maggioranza tedeschi, come anche qualche ferito, oltre ad un norvegese ed un peruviano, e sembra due cittadini turchi. Due dei feriti sono molto gravi. A quanto dicono le fonti in loco, la situazione nel cuore della città sembra essere stata estremamente caotica. L'area è stata chiusa al flusso turistico, dai cordoni della polizia, come anche l'accesso delle auto alle strade attigue, anche se quasi subito il traffico ha ripreso normalmente. La sensazione ricevuta dall'esplosione, dichiara un corrispondente dell'Ansa, assomigliava ad un terremoto.

La rottura del patto fiduciario

E' chiaro l'intento dell'attentato, cioè colpire i cittadini stranieri presenti ad Istanbul, quasi come se il messaggio dell'Isis fosse diretto più al mondo che non alla Turchia, la quale per la prima volta si ritrova teatro di un attacco terroristico. Dopo anni di "non belligeranza" tra il sedicente Stato islamico e la Turchia, in ragione di interessi reciproci da gestire ai confini con la Siria, dai flussi dei Foreign fighter, al traffico di armi, alla vendita del petrolio di contrabbando, adesso, con questo attentato, gli equilibri nella zona potrebbero essere cambiati. Sembra che il patto fiduciario tra Stato turco e sedicente Stato islamico si sia rotto.

Credits: UPI Foto

«Gli assassini con cui vi siete intrattenuti adesso commettono i massacri»

 

«Les assassins que vous avez entraînés (Syrie) et tolérés commettent des massacres». Questa frase è stata ripresa dal quotidiano francese Liberation all’interno di un articolo sulla cronaca del nuovo attentato di ieri sera presso l’aereoporto internazionale Atatürk di Istanbul, costato la vita, allo stato attuale, a 36 persone, con 147 feriti.

29 giugno 2016 - E' una frase significativa quella che il giornale parigino ha riportato da Twitter. Una frase importante di un cittadino il cui senso sintetizza la situazione che sta vivendo Istanbul e che nessuno degli organi d’informazione italiani mainstream si sognerebbe di connotare. Una frase che racconta la stretta vicinanza del governo autoritario del presidente turco Erdogan con l’Isis, autore delle stragi, per il periodo tra il 2012 ed il 2015, e che ha visto Istanbul come snodo logistico verso il confine con la Siria…

La rete jihadista di Istanbul

E’ questo infatti il contesto per comprendere la serie di attentati che da inizio 2016 hanno investito la megalopoli turca… Il 12 gennaio, presso la centrale piazza Teodosio, nel quartiere storico di Sultanahmet, dove sono concentrate le moschee e quindi le maggiori presenze turistiche, un uomo si fece esplodere uccidendo 13 cittadini tedeschi.

Poi c’è quella del 19 marzo, a ridosso della piazza di Galatasaray, a pochi metri da un centro commerciale: cinque morti, di cui due cittadini americani, due israeliani e un siriano, a questi si aggiungano i 36 feriti, un terzo dei quali stranieri. A Istanbul la rete di affiliati all’Isis è estremamente strutturata, anche perché a differenza di Bruxelles o Parigi, ha potuto ramificarsi negli anni grazie al sostegno dell’intelligence turca: il famigerato MIT.

Gli intrecci segreti tra il governo e il sedicente Stato islamico si sono concentrati tradizionalmente su tre ambiti legati alla Siria. Da un lato la logistica per i foreign fighters, che da varie parti d’Europa atterravano all’aereoporto Atatürk. Da Istanbul venivano poi portati ad Adana in attesa di varcare il confine con la Siria. Poi i traffici: armi e petrolio di contrabbando.

Su quest’ultimo aspetto ci fu la denuncia di Can Dündar e Erdem Gül, direttore e caporedattore del giornale "Cumhuriyet". Le rivelazioni di questi traffici, attraverso un’inchiesta giornalistica, ai due reporter è costata un’accusa di diffusione di segreti di stato e una consequenziale condanna a cinque anni…

Il cambio di scenario nei rapporti di forza

La domanda da porsi è cosa possa essere cambiato nel 2016, rispetto al passato, tra i due tradizionali partners. Qualcuno parla di questa nuova sintonia con Mosca, ma in gennaio e poi in marzo con Putin sembravano volersi dichiarare guerra a vicenda... Potrebbe essere una ipotesi che le autostrade turche della jihad verso la Siria sono state chiusa grazie all’accordo economico di sei miliardi di euro tra la Turchia e l’Unione Europea, per impedire ai rifugiati di arrivare in Europa? E potrebbe essere questo tema, cioè interrompere la partnership con l’Isis, uno dei punti, segreti, per sottoscrivere il patto economico con l’Europa?

Fonte: Liberation - Credits: CNN

Storia di un attentato annunciato

 

A poche ore dall'attentato all'aereoporto di Istanbul, l’Emirato del Caucaso sembra essere l’organizzazione di provenienza degli attentatori. Il dato inquietante è che  alcuni dei suoi esponenti sono stati a lungo protetti come esuli dal governo turco, poiché ricercati dall’intelligence russa.

1 luglio 2016  - Sembra ormai chiara la matrice dell’attentato costato la vita a 42 persone e il ferimento di altre 230. I tre terroristi che si sono fatti esplodere ieri l’altro sono un russo di origine cecena un uzbeco e un kirghiso. Il russo, identificato come Osman Vadinov, sarebbe arrivato in Turchia da Raqqa, la capitale dell’Isis in Siria, nel 2015.

Jihadismo ceceno che ripara ad Istambul

Alcune fonti giornalistiche turche hanno in realtà smentito che Vadinov fosse russo ma originario del Daghestan, repubblica russa confinante con la Cecenia, collegato direttamente alla mente dell’attentato terroristico Akhmed Chatayev, ceceno ricercato da Mosca e considerato dalle Nazioni Unite come il referente dello Stato Islamico per l’addestramento dei jiadisti di lingua russa. E’ certo straordinaria la coincidenza di questo attentato organizzato e condotto dalla filiale caucasica dell’Isis proprio quando il presidente autocrate della Turchia Erdogan si riappacifica con il leader russo Putin.

Questo perché uno dei motivi dello scontro tra i due paesi che si è sviluppato negli ultimi mesi, rispetto alla guerra in Siria, è stata proprio la protezione data dalla Turchia agli islamisti dell’area legata alla Cecenia, dopo le vicende delle guerre d’indipendenza, dove vi fu ad un certo punto la convergenza tra indipendentisti e jiadisti, Da queste vicende uscì fuori la figura di Doku Umarov, autoproclamatosi presidente dell’Ièkeria, cioè la Cecenia secessionista e poi emiro dell’Emirato del Caucaso.

Dopo la sua misteriosa scomparsa nel 2014, l’Emirato si affiliò all’Isis, contribuendo alla crescita dello Stato Islamico nella guerra in Siria. Fatto sta che sia i jihadisti che gli indipendentisti orfani del generale Djokhar Dudajev, trovarono rifugio proprio a Istanbul.

Storie di spie

Così, l’Intelligence russa, dal 2003, proprio in terra turca, andò a cercarli, facendone fuori alcuni, come Abdulvahid Edilgireev, l’ultimo in ordine di tempo, ucciso nel 2015. Ma nel febbraio di quest’anno il governo russo inviava una relazione della sua intelligence denunciando il sostegno del MIT, il servizio segreto turco, nei confronti dei jihadisti.

E non solo, perché nello stesso documento si davano indicazioni sull’attività da parte del figlio di Erdogan circa la ricettazione del petrolio di contrabbando rubato dall’Isis e fatto arrivare dal confine siriano in Turchia, proprio attraverso il MIT. Così, poche settimane prima dell’attentato lo stesso inviava a sua volta al proprio governo un documento in cui si prevedeva a breve un attentato a Istanbul, probabilmente all’aereoporto…

Al di là di ogni dietrologia, siamo di fronte ad uno Stato turco i cui servizi di sicurezza per anni hanno organizzato e pianificato un sistema logistico in favore dei jihadisti proprio nella città di Istanbul, e adesso, che sembrano essere cambiati i rapporti di forza, i nodi vengono al pettine…

Fonte: Balcani Caucaso - Credits: AP

I due tavoli da gioco della Turchia

 

Con gli alleati di Assad chiede mano libera sul Rojava, con l’Isis si accorda sul petrolio da far passare a Tel Abyad.

20 dicembre 2016 – Nel giro di poche ore, nella giornata di ieri, le immagini di un omicidio, praticamente in diretta, quello dell’ambasciatore russo in Turchia, e di un mercatino berlinese, devastato dalla furia omicida, presumibilmente jihadista, hanno fatto da contro-canto al genocidio di Aleppo, forse il più atroce massacro, insieme a quello ruandese, dalla seconda guerra mondiale, che continua a mietere vittime nell’indifferenza dell’occidente.

Una fotografia del nostro tempo

Un giornata che fotografa il nostro tempo, cioè lo sconquasso internazionale che la guerra jihadista in Medio Oriente determina da alcuni anni e che si incrocia con un’altra immagine che appartiene alla giornata di oggi, cioè il summit trilaterale fra Russia, Iran e Turchia sui destini della Siria. Una fotografia emblematica perché nella guerra per procura tra gli Stati combattuta sulla pelle di centinaia di migliaia di morti civili e milioni di rifugiati, perseguitati anche in Europa, in seguito all’innalzamento dei muri, la Russia e l’Iran hanno sempre combattuto a fianco del dittatore Assad, mentre la Turchia contro.

Il petrolio di contrabbando

Non solo, ma la Turchia ha sostenuto, informalmente, l’Isis per anni, soprattutto per lo smercio del petrolio di contrabbando, armi e il supporto logistico dei foreign fighters, dai suoi confini. Poi, è entrata sempre più nel campo di battaglia, formalmente contro l’Isis, ma realmente contro il popolo kurdo e la sua confederazione del nord della Siria chiamata Rojava, da cui partono le organizzazioni militari kurde, sostenute dagli USA, che hanno inflitto sul campo le maggiori sconfitte ai jiadisti.

A tavola con i nemici

Erdogan, sultano presidente della Turchia, oramai trasformatosi a tutti gli effetti in un dittatore, visto il modo in cui ha messo a ferro e fuoco il suo paese, ha come suo primo obiettivo eliminare la confederazione kurda, e si ritrova oggi attorno ad un tavolo con i suoi tradizionali nemici, per avere mano libera sul nord della Siria contro il Rojava. Nel frattempo il suo esercito continua a bombardare le città kurde della confederazione, sistematicamente da questa estate, sono stati conteggiati venticinque attacchi, costringendo i soldati kurdi a combattere due guerre: contro l’Isis e contro la Turchia.

L'ultimo attacco a Kobane

L’ultimo attacco a Kobane, quello di domenica, non ha prodotto vittime ma solo danni materiali. Il punto è però un altro, poiché gli ufficiali dell’esercito kurdo YPG denunciano che l’indebolimento del Rojava, oltre a colpire il sistema confederale kurdo avrebbe un altro obiettivo. L’ufficiale Habun Osman, in una dichiarazione all’organo d’informazione kurdo ARA News, ha accusato il governo turco di sostenere l’ISIS nella loro campagna per riprendere Tel Abyad, città poco distante da Raqqa, la capitale dello Stato islamico in Siria, che adesso è sotto il controllo YPG.

L'asse viario per il trasporto del greggio

Quando la città era in mano ai jihadisti la Turchia non l’ha mai attaccata, poiché era un punto di passaggio viario fondamentale per il trasporto del greggio di contrabbando dai pozzi siriani alla frontiera turca. Un business che ha prodotto 30 milioni di dollari al mese, per almeno un paio d’anni, secondo i calcoli dei funzionari kurdi.

Ecco che la possibile richiesta di avere mano libera da parte dell’alleanza pro-Assad, e soprattutto dalla Russia, sul Rojava apre un nuovo inquietante scenario nel contesto del conflitto siriano…

Fonte e credits ARA News